Vronique Mougin.
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Il filo di Auschwitz.
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Parte 2.
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Titolo originale: O passe l'aiguille. 2018.
Traduzione di: Lucia Corradini Caspani.
2019. Garzanti Gruppo editoriale Mauri Spagnol, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Indice di questa parte.
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Campo di Bergen-Belsen, Germania Aprile 1945
Beregszsz, Ucraina - Autunno 1945
Parigi, Francia - 1947
Parigi, Francia - 1948
Parigi, Francia - 1954
Parigi, Francia - 1964
Parigi, Francia - 1974
Cannes, Francia - Settembre 2017
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FINE Indice.
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Capitolo 5.
CAMPO DI BERGEN-BELSEN, GERMANIA
Aprile 1945

Il russo sbuccia delicatamente la sua rapa con il mio coltello. Ha l'orecchio bucato, che sanguina, ma non gliene importa niente. Presta attenzione solo all'ortaggio. Sta attento a non togliere troppa polpa insieme alla buccia, perch la polpa  per lui ma la buccia  per me.  il prezzo dell'affitto del mio coltello.
Questo coltello, mamma, se tu sapessi... Per fortuna ce l'ho, questo coltello. L'ho scambiato con due giacche nel campo, poco prima di partire. Fino a quel momento non avevo avuto coltelli, un errore grave, perch quando gli italiani mi hanno preso ne avrei avuto bisogno, capisci? Quella sera, la sera degli italiani, Hugo dormiva, suo padre anche ma io no, io pensavo all'ago rotto della macchina per cucire, pensavo al tipo della squadra di notte che mi aveva sostituito e alle bombe che erano cadute vicinissime, che forse domani sarebbero cadute su di noi. In quel momento sono arrivati gli italiani. Non ho capito subito, poi mentalmente ho chiamato in aiuto Hugo, e suo padre, perfino te e pap ho chiamato, a volte il destino ti manda un aiuto miracoloso, ma l non c'era nessuno, sicuramente perch potevo ancora cavarmela da solo ed  vero: me la sono cavata bene con i Giuseppe. Due contro uno, poteva andare molto peggio, lo sai, come il piccolo ungherese da noi, il favorito del capo del blocco che, alla fine, ne  morto. Per me  successo solo una volta e comunque, con gli italiani, mi sono arrangiato. Io mi arrangio sempre, me la cavo, lo sai, e non muoio.
Non me lo sarei mai aspettato dagli italiani, mai. Mi hanno obbligato con il loro coltello, loro ne avevano uno, e io no. Il giorno dopo ho rubato due giacche in sartoria e le ho scambiate con una lama. Gli italiani non hanno ricominciato e io non sono morto. Puoi essere fiera di me, mamma: sono vivo, so cucire, sono un uomo, sai, ho un coltello.  ricurvo, assomiglia un po' a un temperino ma non importa, quando hai un'arma hai meno bisogno di aiuto. Oggi ne ho di nuovo la prova: sono tutto solo in questo granaio, tutto solo all'ultimo piano di questa caserma maleodorante in mezzo a decine di russi, ma manger comunque, mamma. Manger le bucce di rapa, grazie al coltello.
Le bucce cadono per terra in riccioli sporchi. Il russo ha avuto un bel coraggio,  uscito a cercare da mangiare.  pericoloso. Pare che non tutte le SS del campo dove siamo rimasti prigionieri siano fuggite, ce ne sono ancora in giro per i viali, inoltre le riserve alimentari sono difese da ungheresi armati che sparano su tutto quello che si muove. Non abbiamo il diritto di servircene, non possiamo accedere neanche ai bidoni della spazzatura. Alcuni affamati mangiano un po' d'erba, delle foglie, ma per farlo bisogna uscire, scendere le scale. Io invece non riesco quasi a muovermi. Il russo poteva ancora camminare, cos ha preso d'assalto le cucine. La pallottola gli ha trapassato l'orecchio, ma ne  valsa la pena: cinque rape. Avrebbe potuto trangugiarle cos com'erano, non lavate e piene di terra,  una fortuna che io sia incappato in un russo attento. Lui sbuccia gli ortaggi, io aspetto. I suoi amici ci circondano per proteggerci dagli altri che sbavano come cani davanti al banchetto. Grazie al coltello manger, mamma, hai visto come me la cavo? Manger.  tanto che non lo faccio.
L'ultima volta che ho visto del pane eravamo a Dora, diversi giorni fa, non so quanti, ma era il giorno della nostra evacuazione. Ci hanno distribuito il pezzo di pagnotta e poi siamo saliti sul convoglio. Semaforo si  arrampicato, poi Hugo e suo padre, poi il soldato tedesco ha abbassato il braccio sotto il mio naso, il vagone era pieno. Non posso descriverti il male che mi ha fatto, quel braccio calato proprio davanti a me. Avevo gi perduto te e Gaby ad Auschwitz, poi pap, adesso sparivano Hugo e suo padre; con un colpo secco mi strappavano l'ultima pelle rimasta. Sono salito sul vagone accanto con decine di altre persone che non conoscevo e abbiamo viaggiato per giorni e notti senza mangiare n bere, seduti a gambe larghe, incastrati gli uni negli altri. Non ci si doveva muovere, altrimenti quello accanto ne avrebbe approfittato per stendere le gambe e prendere il tuo posto. I pi deboli si facevano gettare all'altro capo del vagone come bambole di pezza, era atroce, mamma, si ammassavano dove potevano e i tedeschi sparavano nel mucchio. Quando il convoglio si fermava buttavamo fuori i cadaveri e pisciavamo, ma per risalire era la guerra: i gruppi si tenevano i posti migliori. Solo com'ero, mi sono ritrovato ovviamente in prima fila, proprio davanti ai tedeschi. Vedevo tutti i dettagli della loro uniforme, le tasche con la punta in mezzo, lo sbuffo dei loro calzoni, la cintura portata alta e l'arma a pochi centimetri dal mio volto. Avevano aperto due lattine. La carne nuotava nella gelatina e la divoravano sotto il mio naso, su larghe fette di pane, leccandosi le dita unte. Se la mia pancia avesse brontolato... Ma riuscivo a essere invisibile, silenzioso, immobile, una biscia. Le guardie si abbuffavano e fuori si udivano i bombardamenti, non facevano caso a me, fino a quando un tale alle mie spalle se l' fatta addosso. Il rivolo ha serpeggiato contro la mia gamba fino ai piedi dei tedeschi che hanno smesso di colpo di abbuffarsi. I loro occhi sono caduti su di me, poi i loro pugni: Tu, tu...
Di certo hanno creduto che fossi io il colpevole, il piscione, lo schifoso giudeo che rovinava il loro pasto. Non ho avuto il tempo di difendermi. Ho avuto paura, cos paura, cos male che ho chiuso gli occhi, ero morto di paura, mamma, e in quel momento mi sei apparsa. Danzavi come un fuoco fatuo sotto le mie palpebre, una fiamma dorata che mi invadeva e io sentivo meno i colpi, avevo meno paura grazie a te, mamma. Sapevo che non eri veramente scomparsa, eri nella cripta, mi ha fatto talmente bene vederti, s, anche se sono forte, non sono un bambino, sai, n una donna, non sono una femminuccia, io, ma mi ha riscaldato sentirti vicina a me, con te ho avuto la forza di gridare, ho detto che non ero stato io ma quell'altro, il polacco alle mie spalle, a sporcarli. Allora i tedeschi hanno smesso di picchiarmi e hanno caricato di botte lui, ancor peggio di me. Quando quel bastardo ha ripreso conoscenza, mi ha fatto il segno di tagliarmi la gola.
Stanotte sei morto mi ha detto.
Ma il mattino dopo quello morto era lui. Non  colpa mia, credimi,  morto non so perch e come ma gli stava bene, sai, bisognava che uno di noi due morisse ed  toccato a lui, non  colpa mia, forse avrebbe dovuto avere un coltello anche lui, non so, ti giuro che non lo so. Alla fermata seguente hanno gettato fuori il suo corpo e quello di molti altri, noi tenevamo soltanto i loro vestiti. Pi passavano le notti meno eravamo numerosi, alla fine del viaggio avremmo potuto ballare nel vagone da quanto spazio c'era.
Quando siamo arrivati, abbiamo dovuto camminare e allora abbiamo camminato e camminato ancora, ho buttato via il mio cappotto e la mia casacca, non potevo indossare pi niente, era troppo faticoso, ho sentito un braccio che mi sorreggeva, un altro che mi spingeva, bisognava andare avanti ma non vedevo pi niente, la banchina era sfocata e anche la strada, davanti a me c'erano solo macchie rosse e zebrature chiare. A ogni sparo una zebratura svaniva e calava il silenzio, un silenzio perfetto, mamma, come in mezzo ai campi, come in cima agli alberi. Camminavamo come nell'ovatta, senza sentire n vedere e io sarei caduto, sai, se tu non mi fossi stata cos vicina. Tu eri l davanti a me, una fiamma d'oro che mi illuminava,  una fortuna che tu sia uscita dalla cripta per guidarmi su questo sentiero bianco di polvere e rosso di sangue. Ti seguivo, credo.
Adesso non riesco pi a camminare ma non  importante, niente  importante perch sono al riparo e mi riposo, adesso, tu mi sei vicina, il tuo fuoco mi riscalda, lo vedo sotto le mie palpebre. E poi sto per mangiare. Non vedo l'ora.
Il russo ha finito di pelare le sue rape. Mi restituisce il coltello e spinge verso di me il mucchietto di bucce terrose. Io le asciugo sui miei pantaloni, stridono sotto i denti, che bello... Mi senti, mamma? Non c' pi la tua fiammella dorata dietro le mie palpebre, dove ti sei nascosta, non te ne andrai ancora, vero? Io sto meglio, ho mangiato, vorrei solo chiudere gli occhi adesso e andarmene con te.
15/04, alle 15,00.
Per ordine del comandante operativo, siamo entrati nella zona neutra del campo di Belsen. Le porte, naturalmente, erano chiuse, il mio colonnello ha detto Go, e io ho posizionato lo Sherman proprio davanti, e le grate si sono piegate come carta. Il mio Sherman entra dove vuole, e il mio colonnello anche. Adesso siamo sul posto e ce ne sono dappertutto, a pile, a mucchi, in tutti i vialetti, cadaveri rinsecchiti, vuoti, smembrati, con la bocca spalancata, davanti a ogni baracca ci sono decine di mummie orribili e dentro, mio Dio! Dentro  peggio: altre donne, e bambini,  pieno, decomposti sul pavimento. Perfino al mio colonnello viene da vomitare, con tutto il rispetto. Nessuno se lo sarebbe immaginato. Veniamo per liberare dei prigionieri ma ci sono soltanto cadaveri, e tra i cadaveri dei fantasmi. Si raggruppano intorno allo Sherman, sembra che non abbiano mai visto un carro armato e nemmeno un essere umano, ti afferrano per accarezzarti, ti fissano con i loro occhi incredibilmente grandi, tremano, si accovacciano senza pudore, alcuni hanno perduto la ragione. Adesso  finita dico loro,  finita, cari, siete salvi, siete liberi. Ma sono frasi vuote. Dietro di me, i ragazzi dell'Amplifier Unit spiegano all'altoparlante: Voi adesso siete sotto la protezione delle forze alleate, tenete duro, per voi la guerra  finita, ma qui non c' stata guerra, il mio colonnello ne  convinto e anche noi, qui c'era l'inferno sulla terra.
Quel rumore... Un rimbombo spaventoso, come un ronzio d'ape metallico e folle... Viene dall'esterno. Dovrei alzarmi per andare a vedere ma  ampiamente al di sopra delle mie forze. Il ragazzo delle rape, lui ci riesce. La sua casacca  macchiata di sangue. Lancia un'occhiata attraverso il vasistas: Sono l! Sono l! Sono...
Il russo cade svenuto. Tutti i detenuti in grado di farlo si precipitano al piano terra. La vespa mostruosa si avvicina, la sento, il terreno vibra. Mi trascino fino al vasistas: la vespa  verde con una stella bianca sul fianco, in realt  un carro armato, seguito da una camionetta anch'essa con la stella e piena di soldati. Non sono tedeschi, non riconosco la loro lingua, il carro emette un brontolio bizzarro: IUARFRI!
Dei russi, forse? No, impossibile, i russi portano una stella rossa sulla divisa, e poi i miei vicini del granaio non capiscono nemmeno loro quello che costoro stanno farfugliando.
IUARFRI!
Deve voler dire Hitler  spacciato in americano, o qualcosa del genere, s,  cos, la stella bianca, devono essere americani, sono arrivati finalmente! Mi gira la testa, piombo nella nebbia. Quando ne emergo, un giovane soldato  chino al mio capezzale. Ha dei bei denti e una tazza fumante in mano. Il caff  per me.  zuccherato, c' dentro anche del latte, mi scotta le mani,  meraviglioso.
Duiunidsamtzing'elss?
Non capisco n il samtzing'elss n il iuarfri, ma il soldato mi scrive la parola su un pezzo di carta, S O M E T H I N G E L S E, con un punto interrogativo in fondo, sembra che faccia sul serio e che sia disponibile, allora gli rispondo a casaccio, come nei western:
Okay. Lui mi sorride e mi versa altro caff.
Qui abbiamo bisogno di tutto, medicinali, viveri, indumenti. Fortunatamente le razioni stanno arrivando, insieme all'acqua e al carbone. Si distribuiscono cibo e bevande ma non serve a niente, i cadaveri continuano ad ammucchiarsi in cumuli orribili nei vialetti. La morte si fa beffe delle dichiarazioni di pace e delle distribuzioni di viveri. Ha preso qui uno slancio mostruoso che non potr essere arginato rapidamente. Noi abbiamo arrestato una cinquantina di membri del personale SS e il comandante del campo. Seppelliranno loro i corpi. Un po' di giustizia, in mancanza di miracoli.
Bisogna fare lentamente lo slalom tra i morti, e camminare  faticoso. Stiamo in piedi a stento, con le gambe fiacche e le budella contorte per il caffellatte, ma non importa: gira voce che uno dei peggiori kap del tunnel di Dora si nasconda negli scantinati di un edificio dall'altra parte del campo, e nonostante tutto ci andiamo, noi, gli zoppicanti, i bastardi, gli ebrei, francesi e russi con la diarrea, noi, gli zebrati pulciosi e infuriati, ehi, kap, eccoci qui all'assalto della tua tana!
In effetti quel bastardo si nasconde, accovacciato nell'angolo di una stanza, uno straccio sporco sul viso. Lo trascinano all'ultimo piano.  ancora un uomo, lui: ha gli stivali. Glieli strappiamo via subito. Non ha nemmeno pi diritto alla sua casacca da galeotto o ai calzoni, niente. Adesso  l, nudo e tremante davanti a noi, inerme, disperato, consapevole.  un istante meraviglioso, ma non basta ancora. Something else? La giustizia naturalmente, non quella dei soldati, la nostra, pi potente: rimettere in pari la bilancia, presentare finalmente il conto, e allora piovono le botte, con una corda appendiamo il kap, pieno di lividi, per le parti intime e lo gettiamo dalla finestra. Precipita nel vuoto, le sue membra si lacerano come uno straccio, lui urla. Dal piano terra godiamo ancor meglio dello spettacolo: il kap che cade nel vuoto, poi risale, poi cade di nuovo una, due, dieci volte, ti ricordi i 25 auf dem Arsch, era divertente, vero? Adesso tocca a te. Ben presto non c' pi alcun rumore, solo il corpo nudo amputato del kap che oscilla nel vuoto e la gioia pura, ritrovata, la felicit di tutti noi che, con la testa verso l'alto, lo guardiamo morire.
Pi lontano c' gente che fa da mangiare. Ci avviciniamo, sono donne. Hanno acceso il fuoco con dei ramoscelli e i cenci dei morti. Ci guardano. Devo trovare dei vestiti adatti, e subito. Prender a prestito una divisa dei soldati. Hanno le tasche sul davanti, le indossano con gli scarponi in cuoio stringati e dei baschetti che portano inclinati sulla testa. Hanno classe, gli americani.
Non sono americani, Tomi, sono inglesi.
Dall'altra parte del campo ho ritrovato Hugo, il mio Hugo, raggomitolato in fondo a una baracca insieme a suo padre! Gli sono saltato addosso nel momento preciso in cui ho visto la sua bella faccia e lui mi ha abbracciato da stritolarmi le ossa, non mi fa neanche male, comunque ormai la prova c': noi siamo invincibili.
Dei British, sei sicuro?
Affermativo, amico mio.
E allora perch hanno dappertutto la stella bianca degli americani?
Non lo so. Forse perch  bella.
L'inglese  una lingua davvero strana. Sembra che parlino con una patata calda in bocca, e alla fine almeno una cosa l'abbiamo capita: iuarfri significa che adesso siamo liberi. Liberi, si fa presto a dirlo. Il campo  effettivamente passato sotto il comando degli Alleati ma  sempre rigorosamente vietato uscirne, i soldati ungheresi montano la guardia per impedirci di lasciare questo posto per motivi igienici. Sembra che siamo contagiosi e nocivi, tanto per cambiare. Le pulci che ci torturano trasmettono una sordida malattia mortale e completano efficacemente il lavoro dei nazisti: ogni minuto decine di persone muoiono da uomini liberi, ogni giorno sono migliaia. In tutti gli angoli del campo, dei cartelli annunciano in modo esplicito: Pericolo! Tifo!, con le maiuscole e i punti esclamativi che dovrebbero spaventarci, ma noi abbiamo visto ben altro.
A te sembra normale, che siamo sempre prigionieri?
Non siamo prigionieri, Tomi, siamo in quarantena.
Hugo  di una calma incredibile, ancor pi del solito. Comincia a innervosirmi, con le sue puntualizzazioni.
Ma io non ho il tifo, e tu nemmeno. Nessuno ha il diritto di rinchiuderci qui. Siamo liberi, l'hai capito? Non hai voglia di andare a vedere fuori? Di trovare roba vera da mangiare? E i tuoi vestiti, li hai visti? Sono sicuro che l fuori ci sia il modo di organizzarne di puliti. Stamattina dei russi sono usciti dal campo di nascosto, hanno riportato un mucchio di roba. Dai, proviamo, proviamo soltanto, andiamo e torniamo.
A che scopo? Gli inglesi ci forniranno tutto quello di cui abbiamo bisogno, dobbiamo solo aspettare. Io non ne posso pi, Tomi, ne ho abbastanza.
Eh, be', anch'io ne ho abbastanza.
Ho aspettato fin troppo. Non voglio che mi facciano l'elemosina. Non ne posso pi di vedere porte chiuse, dei divieti, di Stai fermo, di Mettiti qui. Sono diventato allergico agli ordini e ai fili spinati. Siamo nell'aprile 1945, un anno esatto da quando abbiamo lasciato casa, un anno! Ho l'impressione di avere cent'anni da recuperare, e incominciano adesso.
Se non vuoi uscire non importa, vado senza di te.
Resta con noi, Tomi, ti prego.
Hugo non vuole pi separarsi, mai pi, n da me n da suo padre sfinito dal quale non si allontana nemmeno di un passo. Cerca anche sua madre, le sue sorelle, i suoi nipoti. A Bergen sono finite decine di migliaia di detenuti come noi, provenienti da tutta una serie di campi diversi, quindi Hugo vaga da un gruppo all'altro. Agli scampati di Auschwitz chiede: Avete visto Zita Lazar? E Szuszanna Lazar? E Hdi Lazar? Descrive instancabilmente le sue sorelle, i suoi fratelli, ripete, insiste, risale lungo ogni filo per riannodare i rapporti fraterni spezzati. Ha saputo, pare, che uno dei suoi cugini  morto, era nello stesso campo di mio padre, anche lui faceva abiti per le SS, il loro convoglio sarebbe stato bombardato il giorno dell'evacuazione. Ecco, ci siamo. Il convoglio di mio padre  stato colpito. Forse mio padre  morto. Nessuno ha notizie di mia madre, n di mio fratello, n di nessuno dei miei zii e zie. Non ho pi una famiglia da ricucire, e posso contare solo su me stesso.
Non preoccuparti, Hugo, cosa vuoi che mi succeda? Siamo riusciti a superare di tutto, non cederemo certo adesso. Faccio solo un giretto fuori e torno.
All'uscita del campo, un gruppo di russi - due biondi scheletrici, un tipo grosso e un piccoletto con i capelli rossi - sono in trattative con una sentinella ungherese che rifiuta di lasciarli uscire. Mi offro di tradurre i negoziati. Non c' che dire, sono forti questi russi, parlano un tedesco orribile ma in ogni caso associano fascino e intimidazione, soprattutto intimidazione, e riescono in tutto. Dopo aver promesso al piantone il suo peso in sigarette, lasciamo il campo. Fuori, il sole sovrasta la cima degli alberi. Le carcasse dei carri armati sono abbandonate da tempo. I russi cantano una melodia triste che parla del loro focolare domestico e mi scava un buco profondo nel petto.
Ai piedi della collina  situata una grande casa, una specie di ricca fattoria. Ci precipitiamo, qualche pedata e la porta si apre. C' odore di libri vecchi e di arrosto di maiale: siamo finiti da gente che non conosce la fame. Due donne, un nonno, nessun uomo. Li mettiamo tutti faccia al muro. I russi si occupano delle donne e io del vecchio.
Hnde hoch!
Mi  venuto spontaneo ed  efficace: il nonno alza in aria le mani. Trema, gli confisco il coltello che nascondeva nella cintura. La lama del vecchio ha un manico in legno intagliato ed  ben affilata, ecco un'arma degna di questo nome che sostituir vantaggiosamente il mio temperino. Lego il nonno e salgo al piano di sopra. Nella camera, i raggi del sole si infrangono su un armadio che occupa l'intera parete. Dentro, le camicie sono sistemate in pile alte e ordinate, non un collo che sporga, non una grinza; una fata delicata o maniacale  passata di qui con il suo profumo magico, intenso, sa di sapone! Qui tutto  pulito, le tende pastello e i mobili rigorosamente lucidati a cera, la sfavillante lampada di vetro colorato, la stufa in ghisa e le lenzuola candide, ben tese, tra le quali questa gentile famiglia di tedeschi come si deve ha dormito confortevolmente mentre noi crepavamo a qualche centinaio di metri da loro. Per punizione mi sbarazzo dei miei indumenti da schiavo sul loro letto, cos condividiamo le pulci. E mi strofino i piedi nelle lenzuola. Poi provo il mio nuovo coltello sui cuscini ricamati -  incredibile quanto  affilato, le piume volano, c' una nevicata di piumino d'oca. All'improvviso sento le tedesche che urlano, mi bucano i timpani quelle stronze. Chiudo la porta della camera. Adesso sono tranquillo, ma sempre nudo:  il momento di esplorare il guardaroba.
Gli chemisier a sinistra, la vestaglia a destra, sotto un paio di pantofole con pompon, e i pompon sono dorati, andiamo avanti senza timore, e sulle grucce dei vestiti pi eleganti. Sono gli abiti della domenica di cui non sono pi pratico, della vera domenica e della vera vita, della domenica trascorsa a tavola, a cantare, a ridere, non la domenica del campo, la sudicia domenica pulciosa e maleodorante. Butto le pantofole dalla finestra, prendo la vestaglia dalla gruccia e il guardaroba si vendica subito: mi cade addosso qualcosa.
Mi piove addosso della stoffa, non vedo pi niente l sotto ma il profumo... Ancor meglio del sapone, dei fiori zuccherosi che ti esplodono nelle narici, mai sentito niente di cos buono. Aperto nel modo corretto, l'oggetto  magnifico: minuscole arricciature nella parte superiore, zampe di uccelli come scolpite intorno al collo, in basso un mazzetto di volant con un nastrino dorato, una treccia morbida di oro liquido che cola lungo l'abito, un gioiello da re, ipnotico, una finezza pazzesca, una cosa da ricchi da indossare per chiudere la bocca a tutti gli idioti, e il tessuto, solo il tessuto, la luminosit, la perfezione, vellutato contro la guancia, caldo come una mano, setoso come una vestaglia, di una dolcezza capace di consolare tutte le sofferenze. Davvero troppo grande per me,  evidente, e certo non indossabile -  da donna -, un tesoro che non puoi infilare, non  la voglia che manca, ma non si fa, questo s che  un abito, un abito meraviglioso che le tedesche non si meritano, un abito senza nessuno dentro, senza nessuno a cui regalarlo, senza madre senza amica senza moglie, una bellezza tutta sola che ti chiama e che tu puoi solo stringere, incollare alla tua pelle e respirarla fino a piangere.
Da basso, i russi hanno tagliato un dito alla madre di famiglia. La sua fede nuziale non veniva via da sola, la signora ha messo su peso dopo il matrimonio. Adesso rastrellano la sala per trovare qualche oggetto di valore che la prudenza e la guerra potrebbero aver nascosto in un angolino buio. A ogni scoperta - una banconota, del tabacco - esultano come a una partita di calcio. Dell'argenteria, goal!
Io personalmente ho rubato un maglione, una camicia, un completo, della biancheria, oltre a una federa di cuscino che adesso si tratta di riempire. Direzione la cucina! Tutto quello che si mangia, cotto o crudo, tutto quello che serve per condire o cuocere, tutto quello che nutre e fa venire l'acquolina in bocca lo ficco nella federa. Marmellata, carne secca, cetriolini sottaceto, vivo un sogno, e queste uova, queste uova magnifiche, queste grossa uova bianche, queste uova piene che mi promettono una frittata superlativa le depongo delicatamente sul pane. Tornando nella sala da pranzo, incrocio la mia immagine riflessa nello specchio. Sono secoli che non mi vedo. I calzoni non ricadono poi tanto male e la giacca, caspita, nasconde bene le mie braccia ossute. Deve essere fatta con del cotone rigido o qualcosa del genere, non si affloscia come la stoffa a strisce, non  un tessuto molle, svuotato, ricurvo, sottomesso, per niente, certo l'insieme  scompagnato, blu sopra marrone sotto, ma d un'impressione di ordine e pulizia. Assomiglio di nuovo a qualcuno.
Tu dare tutto cibo ordinano i russi quando mi vedono arrivare con la federa piena da scoppiare di vettovaglie.
Non se ne parla nemmeno, dividiamo. Io tengo le uova, prendete la carne se vi fa piacere.
Andata acconsente il grosso biondo.
Vestito bello mi sussurra il rosso.
Grazie.
Come ti chiami?
Mi chiamo Tomas. Tomas Kiss. Ho sedici anni. Non ho pi famiglia ma ho diciotto uova, un vestito da uomo, un vero coltello e quattro certezze: non avr mai pi paura. Non avr mai pi fame. Non avr mai pi le pulci. Non sar mai pi un piccolo sporco giudeo.
Ci sono saccheggi. Vendette. Gruppi di sopravvissuti attaccano le abitazioni pi vicine al campo. Tra loro, sembra, anche dei bambini... Noi rabbini siamo stati inviati per aiutare i superstiti: ma cosa possiamo fare per questi piccoli? Sono indisciplinati, animaleschi, imprevedibili, scorticati vivi. La deportazione ha sradicato ogni morale, ha troncato di netto i principi che i genitori avevano loro inculcato. Dove andranno? Cosa diventeranno? Saranno una risorsa, una forza viva per la nazione che li accoglier, oppure diventeranno dei criminali? Nessuno pu dirlo. I bambini di Bergen sono dei misteri. Noi dobbiamo consolarli, ma andiamo da loro a mani vuote, con le nostre piccole mezuzha e i nostri antichi valori. Loro non hanno bisogno di quello, loro credono di non aver pi bisogno di Dio. La sola cosa che ci chiedono  se sono soli al mondo. Sono stati separati dai loro cari, spesso ignorano se i loro genitori sono vivi o morti. Vogliono che li aiutiamo a ritrovare i superstiti della loro famiglia. Questa missione non  prevista dal nostro programma, ma dobbiamo svolgerla comunque. Loro non hanno il diritto di spedire della posta, noi lo facciamo per loro. Non hanno i mezzi per cercare i loro parenti n l'autorizzazione a uscire: svolgiamo noi le ricerche al posto loro nei campi vicini. Il mio amico cappellano Abraham Klausner, di stanza a Dachau, ha censito in Baviera migliaia di ebrei sopravvissuti ai campi di concentramento. Ha segnato su un quaderno nome, et, localizzazione di ciascuno: migliaia di miracolati stesi sulla carta, un grande volume di vita. In cambio di barattoli di t e caff, un tipografo ha accettato di stamparne numerose copie che vengono inviate nei campi di rifugiati in Germania e in seguito in tutto il mondo. Intorno a questo registro si riuniscono gli ebrei scampati. Cos gli uomini vengono rassicurati sulla sorte della propria moglie, i figli scoprono di avere ancora una madre, rinasce la speranza di ritrovarsi presto. Ecco, io credo che questo sia l'unico vero aiuto che possiamo recare ai bambini di Bergen-Belsen: dare un nome ai vivi, a uno a uno, nero su bianco, stilare elenchi, stamparli, distribuirli, perch circolino per il mondo come sangue nuovo, per restituire un nome, un luogo, una famiglia ai giovani sopravvissuti, e da queste radici, forse, rispunter tutto il resto.
E poi ho visto il tuo nome sulla lista. T O M A S K I S S, per esteso, figlio mio! Tu non puoi immaginare che effetto mi ha fatto leggerlo...  una bambina di Beregszsz che ti ha trovato sul foglio,  venuta di corsa a cercarmi. Stavo stirando dall'ufficiale Johnson.
Chi  la ragazza, eh, la conosci, pap?
Una della tua et, la figlia minore del farmacista.
Serena? Serena Schwartz?
Un nome del genere, s...
Non  possibile! Serena! Serena  viva, devo dirlo a Hugo! E tu hai notizie di...
Adesso che ho ritrovato mio padre posso finalmente tirar fuori tutti i nomi, estrarli dalla cripta e pronunciarli a voce alta, Gaby, mamma, Oscar, pronunciarli per intero: noi siamo vivi, e loro?
Hai notizie di quelli di casa nostra, pap? I bambini, le donne? Sai qualcosa di Gaby? E della mamma?
Figurati che anche l'ufficiale Johnson ha dei figli, a Topeka, in Kansas. Due bambine e una moglie, una famiglia completa. Le camicie degli ufficiali sono delicate da stirare, sai, minimo dieci minuti per manica altrimenti il tessuto te la fa pagare, e questo ti lascia tanto tempo per chiacchierare. Gli ho raccontato del tuo nome sull'elenco, e ho visto che la notizia lo commuoveva, queste cose si sentono, anche quando si ha il naso nella biancheria. Il giorno dopo me ne ha riparlato. Andavo tutti i giorni a stirare per lui, non ero obbligato ma preferisco lavorare, chi mi dice che riuscir a rialzarmi se mi riposo? Gli americani apprezzano il lavoro di qualit e con me non c' mai una grinza, mai, e allora, da cosa nasce cosa, l'ufficiale Johnson mi ha proposto di accompagnarmi a Bergen per ritrovarti.
Il tuo ufficiale  arrivato, io ero in coda con Hugo per prendere delle sigarette e del cioccolato, non me ne fregava niente di lui, l'avevo notato a malapena, ma ha gridato il mio nome. Ho fatto finta di non sentire. Bisogna diffidare, sai, diffidare di tutti, e poi non ci credevo, credevo che il tuo convoglio fosse stato bombardato, pensavo di essere rimasto solo, davvero solo, capisci? Ma l'ufficiale ha insistito, suo padre lo cerca', suo padre Herman Kiss  qui', e tu non puoi sapere che effetto mi ha fatto sentire quelle due parole, suo padre', parlava di te, l'ufficiale, di te vivo, allora ho lasciato perdere sigarette e cioccolato e sono corso verso di lui.
L'ufficiale Johnson non  un piccolo subalterno di nessun conto, ma un vero tenente colonnello, con le foglie di quercia al collo, le hai viste le sue foglie? In argento massiccio fatte da Luxenberg. Bucano la stoffa ma sono belle.
Io non credo pi a nessuno. Solo a te e a Hugo, pap. Li conosco i tipi servizievoli, vogliono sempre qualcosa in cambio. Sai cosa mi  successo a Dora, con gli italiani?
Non devi pi pensarci adesso. Andremo lontano da qui, Tomas, in America, in Canada, non importa dove, laggi non avremo mai pi fastidi. Ci sono delle associazioni ebraiche che organizzano il viaggio, affittano delle navi e perfino degli aerei. Bisogna compilare dei documenti, il tenente colonnello mi ha spiegato tutto.
Ma in America non conosciamo nessuno! E per quel che ne sappiamo la mamma potrebbe essere viva, e anche Gaby, e Oscar. Tu sei qui, e io pure, hai visto come sono vivo,  pazzesco, nemmeno tu ci credevi ma ce l'ho fatta, allora forse  cos anche per gli altri, e come faremo a ritrovarli? Nessuno immaginer che siamo andati cos lontano, addirittura negli Stati Uniti, ci cercheranno a Beregszsz, per forza. E come recupererai la tua bottega se andiamo in capo al mondo, eh?
Non accettano tutti, per l'America. C' una selezione severa dei candidati ma noi sappiamo cucire, e fammi vedere un newyorchese che va in ufficio tutto nudo! Un paese ha sempre bisogno di sarti. Avremo tutte le opportunit possibili, Tomas.
A proposito di sartoria, il cugino di Hugo, quello che lavorava al kommando di sartoria con te,  sopravvissuto? Sai, Hugo lo cerca ovunque.
Tailor Master: sul modulo d'immigrazione l'ho fatto scrivere a grandi lettere proprio sotto il mio nome. Un titolo ufficiale, che apre le porte. Presto vedremo la statua della Libert, Tomas, saremo salvi per davvero.
Ehi, mi ascolti? I tuoi colleghi del laboratorio di sartoria se la sono cavata? Quelli che cucivano per le SS, quelli che erano nel convoglio con te? Il cugino di Hugo  vivo? Rispondimi, perch non rispondi, dove sono gli altri?
Piantala Tomi, piantala con le tue domande, non c' pi nessuno, hai capito? Nemmeno un sopravvissuto tra i ragazzi del mio trasporto. I tedeschi non sapevano pi cosa farsene di noi dopo i bombardamenti, allora ci hanno fatto scendere dal treno e ci hanno ammassati in un fienile, con della paglia. Hanno appiccato il fuoco, Tomi. Bruciava tutto, i compagni che tentavano di fuggire si facevano mitragliare e io... Anch'io sono uscito, ma le SS mi hanno mancato. La pallottola  scivolata l, guarda il taglio, sopra l'orecchio. Ho fatto il morto, mio caro, sono rimasto a terra, non so per quanto tempo, per ore. Li sentivo urlare, quelli dentro al fienile, si scioglievano nel fumo nero. Hanno gridato a lungo. Una volta scesa la notte mi sono trascinato carponi fino al bosco, mi sono nascosto in un capanno. Quando mi sono risvegliato, ero all'ospedale, c'erano americani ovunque. Nel fienile hanno trovato mille cadaveri bruciati, mille, e tutte le notti sento urlare i compagni, i colleghi della sartoria, il cugino di Hugo e tutti gli altri. Vagiscono come neonati, lanciano grida come frecce e anche tu, forse, puoi sentirli gemere adesso che sai, ma l'hai voluto tu, Tomi, tu hai insistito... Ascoltami, figlio mio: al tuo amico Hugo, se gli vuoi bene davvero, dirai che non sai cosa sia successo a suo cugino, che io non lo so, che ignoriamo tutto e di noi tre ti assicuro che sar lui il pi contento, lui che pu ancora ricordare suo cugino come si deve. Io ho solo le sue urla.
Voglio tornare a casa, pap.


Capitolo 6.
BEREGSZSZ, Ucraina
Autunno 1945

Sono rientrati. Fermati, dimentica la tua infornata per cinque minuti. I Kiss sono tornati. S. Be', non tutti, soltanto il padre e il figlio maggiore. Dico sul serio. Li ho incrociati all'angolo, sulla strada del mercato. Devi vedere Herman, sembra essersi squagliato, stentavo a riconoscerlo. E i suoi vestiti... Ah, non pu pi fare l'elegantone come prima, questo  certo. Ho piantato la spesa a met, per la sorpresa. Mi ascolti? Che cosa gli diremo, per il camino? Diventer un problema, garantito. Ma come potevamo immaginare che sarebbero tornati? E invece avremmo dovuto... Cosa facciamo, per il camino?
Siamo tornati. A casa nostra, a Beregszsz. Anche Hugo voleva rientrare. All'inizio i vecchi non erano d'accordo, per niente, dicevano che era pura follia tornare nella tana del lupo, solo per ricominciare da capo, la gente ci detesta come prima e le frontiere sono cambiate, la citt adesso  ucraina, e l'Ucraina  l'URSS... Ma noi ce ne infischiamo dei lupi, delle frontiere, dell'URSS e di quello che dicono i nostri padri: non sono pi in grado di piegarci con una forza che ormai non posseggono pi, con quella ostinazione per la quale erano sempre dalla parte della ragione. Noi volevamo soltanto riprendere la vita da dove l'avevamo lasciata, ai piedi dell'albero in fondo al giardino, all'angolo della via, all'ombra della macchina per cucire troneggiante in mezzo al laboratorio, sulla sponda scivolosa del fiume, sulla soglia della casa delle donne e soprattutto, soprattutto, spingere la porta e ritrovare chi c'era dietro, quello che restava della nostra famiglia, avevamo immaginato mille volte di raggiungerli a casa, la mamma, Gaby, gli zii e le zie, di rivederli, di toccarli, di sentirli, di essere finalmente e di nuovo l, sotto quel cielo che conoscevamo, a casa nostra, e allora i vecchi hanno ceduto. Siamo tornati.
Prima i camion fino a Praga, poi i treni stipati di gente furiosa come noi, assetata dell'aria di casa, avida di ritorno, assiepata fino in fondo al marciapiede, esasperata dal viaggio interminabile, ormai veramente l'ultimo. Poi, finalmente, siamo arrivati all'ingresso della nostra citt, io con la borsa che sbatteva sui polpacci, mio padre che allungava il passo non osando correre, ma il cuore volava: andavamo dritti come fusi, sfrecciavamo a casa, s, a casa nostra, anche se il nome era cambiato, adesso era Berehove, in Ucraina, ma cosa importava? Il ponte era sempre l con il suo fedele ruscello, poi due strade da attraversare, a destra la botteguccia del rigattiere, ancora cento metri da percorrere, svoltato l'angolo avrei visto la cima del mio albero che sfiorava le nubi, la nostra casa posata sull'erba e, perch no, ne avevamo gi visti tanti di imprevedibili giochi di prestigio del destino, un magico capovolgimento, la vita che si rimette in pari, mia madre dietro il vetro.
Siamo arrivati, a casa nostra, solo che casa nostra non c' pi. Non ci sono pi vetri, neanche pi finestre. I nostri mobili sono scomparsi, anche i nostri vestiti, i completi, le camicie, le calze, pi niente, cancellata la biblioteca di mio padre, non rimane pi un libro, scomparsa la foto sopra il mio letto e anche il letto, le coperte, le lenzuola, le tende, sparito tutto, la casa spogliata e poi fatta a pezzi: le tegole strappate dal tetto, le porte, anche il camino, al suo posto una specie di voragine, una tasca scura e crepata. Sul muro, il fuoco ha lasciato impronte alte e nere. Ai quattro angoli  rimasta qualche pietra, brandelli di casa e sopra i brandelli soltanto il mio albero  rimasto al suo posto. Di sicuro lass i rami formano sempre una poltrona collocata in linea con la porta azzurra del bordello, ma io non mi arrampico, non ne ho pi voglia. Ascolto. Dall'altra parte del muro, due donne parlano. A volte si fermano a met di una frase e sospirano. Immagino tra le loro labbra il fumo della sigaretta.
Avanti, a fianco, c'era la casa del sarto.
Lo conoscevi?
Soltanto come vicino di casa.
Io preferisco i clienti ebrei. Sono garbati...
Sua moglie era sempre cortese. Preparava spesso dei dolci per i figli. Ogni tanto ne lasciava un po' anche per noi, proprio qui, ai piedi del muro.
Non sono tornati?
No.
Neanche i bambini?
Neanche loro. In loro assenza tutti sono andati a prendersi quello che volevano, anche Madame. Si  portata via i loro candelabri, quella vecchia strega.
Che sfortuna! Quando la casa non ci sar pi, nessuno penser a loro.
Io ci penser.
Potrei arrampicarmi sull'albero per vedere che aspetto hanno le due puttane che ci compiangono, ma saranno senz'altro vecchie e grasse. La realt  sempre pi laida di quanto si immagini.
Il grande candelabro non ce l'ha Madame, neanche per sogno, quella sporca cagna l'aveva rubato ma io me lo sono ripreso, e ben le sta, per quello che ci ha fatto, per tutto il denaro che lei intasca sulla nostra pelle, l'ho nascosto il candelabro dorato, nascosto in un angolino che conosco solo io e lo restituir ai miei vicini, se mai torneranno.
In realt la puttana  carina.  venuta a trovarci ieri, con la nostra menorah in un sacchetto di carta. Indossava una camicia maschile aderente, chiusa a malapena da tre bottoncini nell'incavo del petto, per di pi luccicanti, non potevano non attirare lo sguardo, o quanto meno il mio, perch mio padre non sembrava vedervi niente di speciale. L'ha invitata a sedersi e noi siamo rimasti in piedi, perch c' una sedia sola nell'appartamento dove siamo finiti.
Molte grazie per... ha esordito mio padre.
Non c' di che, non c' di che... L'avevo nascosto sotto le lenzuola, nell'armadio...
Lei  davvero coraggiosa, signorina.
Coraggiosa. Non  l'aggettivo che avrei scelto per definire una ragazza con le mani cos delicate e i capelli cos lucenti, per non parlare del resto, ma sembra invece che il complimento le faccia particolarmente piacere.
Siete rientrati da molto? ha domandato.
Un po' pi di tre mesi.
E la sua signora, se posso...
Be', mia moglie... Mia moglie...
Mio padre scuoteva il capo, accarezzava ogni braccio della menorah come se volesse verificare che c'erano tutti e sette, uno, due, tre... ma alla fine non ha detto niente, neanche una parola.
Mia madre noi l'aspettiamo ho precisato io. Aspettiamo anche mio fratello.
Un silenzio imbarazzante ha interrotto la conversazione, un silenzio odioso. Mio padre ha abbassato gli occhi, e anche la ragazza, e dato che io non osavo incrociare lo sguardo triste di lui n guardare lei a causa dei bottoni luccicanti sulla sua scollatura, tutti ci siamo messi a fissare il candelabro: del resto era l'unico oggetto nella stanza vuota. La bruna se n' andata qualche istante dopo e mio padre mi ha detto, una volta chiusa la porta: Non dobbiamo pi aspettare, Tomi. Quelli che dovevano tornare sono gi tornati. Gli altri li teniamo qui, nella nostra memoria, preziosi come la menorah custodita sotto le lenzuola, ma non li aspettiamo pi.
Mi  venuta voglia di prendere quel maledetto candelabro e di usarlo per sfondargli il cranio.
Da quando siamo rientrati, mio padre si affanna per stare appresso ai nostri affari. Inizialmente ha compilato l'elenco dei beni cha abbiamo perduto, i vestiti, i mobili, il camino, tutto ci che  scomparso in nostra assenza, poi si  rivolto all'amministrazione sovietica, pensando scioccamente che fossero disposti ad aiutarci. Risposta della suddetta amministrazione: Dovreste ringraziare di non essere deportati un'altra volta.
A quel punto il mio vecchio ha capito che i russi non ci amavano molto pi di quanto ci amassero gli ungheresi in passato e che noi, al ritorno, non ci eravamo messi dalla parte giusta, quella dei cittadini normali che hanno la giustizia dalla loro parte. Ha dunque preso in affitto quel piccolo appartamento, in una casa borghese tagliata a fettine per sistemarvi il numero pi alto possibile di deportati che, come noi, erano riusciti miracolosamente a rientrare in patria. Una stanza, ammobiliata. Ma non mi aspettavo questo, come mobilio: un tavolo e la sedia, punto e basta. Niente vetri, niente tende, neanche odori.  una casa irrespirabile, lo si sente da quando si varca la soglia, una casa senza dolci e senza lisciva, senza fiori, senza profumo, una casa senza una donna.
Quando  entrato per la prima volta nell'appartamento vuoto, mio padre si  seduto, prendendosi la testa tra le mani, e ha pianto. La prima cosa che ho fatto io, invece,  stata verificare dove fosse la dispensa. Perch la dispensa  importante. In generale cerco sempre di averla nelle vicinanze. Da quando il mio apparato digerente ha recuperato un funzionamento pressoch normale, muoio di fame, giorno e notte, e quando non ho fame ho bisogno di cibo a portata di mano, nel caso mi venisse. Il nostro stomaco  diventato elastico, e quanto alla capacit di riempirlo Hugo e io non abbiamo rivali al mondo.
Salame, a duecento metri. Il paniere della signora Andras.
Visto. Tu prova a depistare, io ci vado.
Non ci lasciamo sfuggire neanche un insaccato. Siamo diventati i maestri del borseggio, quando passiamo le nonnine si tengono stretta la borsa della spesa e i giardinieri non osano pi voltare le spalle, la frutta scompare dai loro frutteti come per magia. Se qualcuno protesta, gli devastiamo le piantagioni, gli attrezzi, tutto quello che ci capita sotto mano e non  ancora abbastanza: chi ha rubato la nostra roba, eh? I nostri libri, i nostri vestiti, le nostre foto, le stoviglie, chi li utilizza adesso? Ci riprendiamo il maltolto.
Per il pasto di mezzogiorno, mio padre e quello di Hugo hanno aperto un conto alla Belle Sophie, la locanda del quartiere la cui tenutaria di bello ha soltanto l'insegna. In effetti assomiglia a una marionetta del Purim e si disseta con un liquore di cui assimila, con il passare delle ore, il colore violaceo. Pi passa il tempo, pi la carnagione di Sophie diventa scarlatta. A mezzogiorno in punto, quando noi arriviamo per pranzo, Buongiorno buongiorno, Come va oggi?, Sophie la bella  gi lucida come una mela, ma questo non le impedisce di levarsi la sete tra un cliente e l'altro, con la bottiglia che l'aspetta sotto la cassa. Quando, a pancia piena, ce ne andiamo, la faccia di Sophie ha virato sul color melanzana, e quella di suo marito non  da meno. Difficile dire se quei due gestiscono il bancone o se  il bancone che gestisce loro due. Alle tre del pomeriggio, Sophie  color cremisi, e non riconoscerebbe sua madre se la incontrasse.  l'ora consacrata al secondo turno: Hugo e io ci sediamo di nuovo a tavola come se niente fosse, Buongiorno buongiorno, Come va oggi, bis, e senza pagare. Al dessert, spilliamo senza dare nell'occhio il liquore dell'albergatrice che, nel suo triste stato, non si accorge di niente. Hugo si fa anche una bella bevuta. Da quando siamo tornati lui ha sempre sete mentre io ho sempre fame.
Il giorno in cui ci siamo trasferiti in questo appartamento, dopo aver pianto a lungo, mio padre ha udito i gorgoglii della mia pancia.
Ti trover qualcosa da mettere sotto i denti, ragazzo ha detto tirando su col naso, non preoccuparti.
Ha tirato fuori dalla tasca i soldi che gli aveva dato l'ufficiale Johnson e un'ora dopo nella nostra dispensa c'era un bel taglio di carne.
Ecco ha sorriso, ci baster per tutta la settimana.
Aveva l'aria meno triste. Mi ha battuto una mano sulle spalle e ha aggiunto: Le cose buone sono fatte per essere mangiate, ragazzo mio.
La sera stessa, grazie a me, il destino di quelle sublimi provviste si era gi compiuto, e non rimaneva pi una briciola di niente. Mio padre si  seduto sull'unica sedia e ha ricominciato a piangere.
Meglio non fare pi la spesa in anticipo ho proposto.
Mio padre mi ha guardato stranamente, con l'aria di volermi pi o meno tagliare a pezzettini, ma poi le sue lacrime si sono fermate di colpo e lui  balzato in piedi dicendo: Andiamoci subito.
Non si  preso il disturbo di specificare dove si dovesse andare cos urgentemente. Un sospetto l'avevo, devo ammettere, perch con mio padre la soluzione  sempre la stessa qualunque sia il problema: cucire, cucire, punto e basta. Galoppava sull'acciottolato, non l'avrebbe fermato neanche un muro, e pi camminavamo pi lui si calava il berretto sugli occhi, il paesaggio sembrava abbagliarlo come un raggio di sole molesto, e onestamente era comprensibile: dai Levy-Schlesinger era apparso un Cristo, e un altro sopra la porta degli Apfelbaum, l un cespuglio di gerani pretenziosi che la vecchia Berta non avrebbe mai tollerato alla sua finestra, scomparsa l'insegna del tessutaio Mandel e al posto del mercante di aringhe andato in fumo uno sconosciuto orticultore. I nostri negozi non erano pi gli stessi, e nemmeno le nostre case, n i nostri giardini, e nessuno, a quanto pareva, osava dire qualcosa.  come se non fossimo mai vissuti qui, o pochissimo. La parentesi si era chiusa con noi dentro.
La casa di Ferenz ci attendeva, sempre cos bella, sempre cos bianca. Un colpetto sul vetro ed  apparsa la zazzera rossa del nostro cattolico preferito. L'amico di mio padre sbatteva gli occhi sotto il ciuffo di capelli nella nostra direzione, cercando l'indizio giusto per risolvere l'enigma che si era bruscamente materializzato sulla soglia di casa sua: due vagabondi stropicciati e magri come chiodi, quattro peli in testa, che gridavano il suo nome con gioia. Qualche istante dopo Ferenz ci aveva riconosciuto e ci avvolgeva nella sua stretta vigorosa. Con mio padre tra le braccia, sembrava il gigante delle fiabe che sradica una spiga di mais.
Mangia, ometto mi ha ordinato dopo averci fatti sedere sul divano.
Dopo il terzo piatto di biscotti secchi, avevo ancora un languorino, ma Ferenz ci ha sospinti verso la cantina. Ben imbacuccata, ai piedi di una montagna di bottiglie, la macchina per cucire di mio padre aspettava imperturbabile il ritorno del suo padrone.
E rieccoti qui, finalmente...
Sotto la copertura, le scaglie di rame della Pfaff 130 scintillavano. Il suo zoccolo a coda di drago non aveva nemmeno un graffio, e anche l'ago funzionava a meraviglia purch lo si azionasse con cautela.
Qui la guerra  passata senza rovinare niente ha mormorato Ferenz.
Non so se mio padre abbia pensato alla nostra casa sventrata, oppure all'anno che avremmo potuto passare tranquillamente nascosti sotto i teli, ma ha guardato Ferenz senza un sorriso, una parola, uno sbatter d'occhi, e siamo ripartiti a gran velocit. La macchina troneggia ora al centro del nostro appartamento vuoto.
Per tutta la giornata, mio padre cuce asole, ripara camicie, taglia, imbastisce, corre da una consegna all'altra. Potrei aiutarlo, certo, so benissimo come impunturare, ma se penso ai suoi Fai questo, piega quello, fallo come si deve, Tomi! sento gi un istinto omicida. Ricominciare a fare l'apprendista idraulico non mi attira pi, anche la salopette non mi fa pi n caldo n freddo. I miei sogni di prima, ma anche le cose che detestavo, sono diventati o troppo piccoli o troppo grandi, non funzionano pi. Di giorno, non lavoro. Di giorno, aspetto la notte.
La notte  diverso,  una delizia. Vado da Hugo, le sue due cugine sono rientrate e anche suo cugino Daniel,  tornata anche Serena, andiamo a ballare. In pista non ci sono obblighi, n ordini, n esigenze, n orari, soltanto l'orchestra, la rumba e le risate, le nostre vite palpitanti che si stringono al ritmo del suono. A dire il vero Hugo si agita pi che danzare. Suo cugino invece preferisce ascoltare la musica e Serena finisce sempre per mettersi a scarabocchiare in un angolo ( la sua ultima ubbia, da quando  tornata tiene un diario e lo scrive su un quadernetto. Sbirciando alle sue spalle ho intravisto le parole blocco, forca e gavetta scritte in grande al centro della pagina, super-allegra la sua prosa). Io, invece, se si va a ballare ballo. Sono il pi scatenato, per liberarsi di me bisogna rovesciarmi addosso un secchio d'acqua. Mio padre mi ha dato le nove di sera come ultimo orario possibile per rientrare, ma non me ne importa: io rientro quando voglio, le orecchie ronzanti di note, ma a qualunque ora varchi la soglia di casa mio padre  seduto sulla sedia, il lavoro sulle ginocchia, una montagnetta di fili e ritagli di tessuto ai piedi.
Eccoti. Sei. In ritardo. Di due ore.
Mio padre non aggiunge altro.  il suo nuovo modo di essere furioso. Non grida pi, non sbraita, la sua energia si  spenta al campo di concentramento, dove la collera non serve a niente. Ormai si arrabbia con parsimonia, freddamente. Le sue parole cadono nel silenzio denso e l'onda d'urto sale fino a me.  terribile, il silenzio.  l'ambiente naturale del terrore. Il silenzio dell'appello, la calma degli impiccati. Non lo sopporto pi. Da quando siamo tornati, basta una pausa nella conversazione e le visioni mi aggrediscono. Rivedo i giacigli, le latrine di Dora, mi travolgono gli odori, i cigolii, le grida. Sono di nuovo alla baracca 5, davanti al crematorio. Il fumo sale a chiazze nel cielo chiaro, io sudo, mi manca l'aria, rischierei di svenire se mio padre non mi scuotesse come un albero di prugne.
Tomas, oh, Tomas, respira, respira con calma, vedrai che va tutto bene, va gi meglio, ci sei? Bene... Non  questa l'ora di rientrare, ragazzo mio. Prendi la scopa, adesso. Raccogli i ritagli, qui per terra, ti va?
Non  una domanda. Quando mio padre mi domanda di raccogliere i ritagli, il ti va? in fondo  solo per bellezza. Una sera ho risposto che non ne avevo voglia, che la sua scopa poteva infilarsela dove dico io e altre cose ancora che ho rimpianto nel preciso istante in cui ho visto il corpo di mio padre, il suo corpo magro e vecchio piegarsi in due per raccogliere i fili caduti a terra. Adesso non discuto pi, faccio quello che occorre perch qualcuno deve pur farlo, e cos raccolgo, metto ordine, scopo e butto via i fili, rifaccio i letti, lavo, faccio la donna di casa.
Pulisci o rompi? domanda mio padre quando mi sente sbattere le porte del ripostiglio, passare lo straccio sul pavimento della stanza e scuotere il letto tanto da far saltar via i listelli.
Faccio anche il pane.
La ricetta per una buona pagnotta  lievito, farina, acqua, sale e olio di gomito. Ho guardato la vicina di casa mentre impastava e adesso ho tutto sotto controllo, ogni settimana faccio l'impasto colloso, gli mollo i ceffoni che si meriterebbe il mondo intero e quando  pronto scendo. Il panettiere ha acceso il forno, il profumo di pane tostato si spande in tutta la via. Arrivano le ragazze e anche le madri, le vecchie, quelle carine e quelle brutte, ognuna con il suo impasto crudo, la sua brioche appena lievitata, il pan di Spagna gi ben aerato. In attesa del proprio turno di cottura, ognuna osserva la produzione che ha a fianco e gli occhi parlano da soli, invidia o disprezzo. Davanti alla panetteria la fila si allunga, io sono l'unico uomo in mezzo a vestiti lunghi e scialletti chiari. Ci si stringe,  piacevole stare cos vicini. I grembiuli delle donne sono legati sulla schiena con dei nodi come fiori e i loro fianchi sembrano cuscini pi o meno imbottiti, irresistibili, come mi piacerebbe posare la testa in quel profumo di bucato e di dolci. La prima volta che ho fatto la coda davanti alla panetteria per recuperare il mio pane cotto, ho rischiato di addormentarmi in piedi, ma intorno a me era tutto un agitarsi e ridere sotto i baffi, sussurrando sempre pi forte.
Che cosa ci fa lui, qui?
Una massaia ben strana!
Come potr mai essere il pane fatto da un uomo?
Allora mi sono innervosito e gliel'ho schiaffato sotto il naso, il mio pane appena uscito dal forno, il mio pane dorato, lucido, rotondo e lievitato alla perfezione, il pane di un uomo, s, e io me ne intendo, pi di quelle stupide, so cos' il pane, il pane  tutto, senza pane sei morto, il pane  la vita. Ho lanciato un urlo e i vestiti si sono allontanati da me. Uscendo dalla panetteria, l'ho visto attraverso lo spiraglio della porta, il camino di casa nostra, con i montanti in pietra quasi gialli e gli alari tozzi, il camino scomparso dalla nostra casa scomparsa, il nostro, addossato al muro della cucina del panettiere.
Nella mia vita pi niente  al suo posto.
Il giovane Kiss ha fatto una scenata spaventosa. Spaventosa, e non uso una parola a caso, proprio in mezzo al mio negozio, davanti ai clienti. La signora Krawitz ha creduto che fosse arrivata la sua ora, sar difficile che si riprenda, te lo dico io. Che canaglia, quel ragazzo. E tutto perch ha visto il camino, ma se non l'avessimo portato a casa nostra l'avrebbero rubato, forse anche distrutto, cosa pretendeva? L'abbiamo conservato con cura, noi. L'abbiamo pulito bene. Mi avrebbe preso a botte se non l'avessi bloccato alla vita, giuro! Ma io non sono cattivo, e ho deciso di fargli un favore: una pagnotta gratis alla settimana, n pi n meno, cos la smettono di lamentarsi, lui e suo padre. Per un camino di cui non hanno pi l'uso, sono bei soldi.
Hugo?
S?
Eravamo in cima al mio albero, Hugo e io, una sera dopo il ballo. Di giorno non ci salgo pi, rimango sempre ad almeno cinquecento metri dalla mia vecchia casa, quella vista mi fa troppo male, ma di notte non si vedono le rovine, si vedono a stento gli spigoli dei muri. Il vuoto, i buchi, l'assenza, tutto  riempito dall'oscurit, e poi c' la luce alle finestre delle donne di fronte. Forzando un po', si potrebbe credere di essere tornati a prima.
Ti ascolto, Tomi, che cos'hai?
Quando sono nato... Quando sono nato ero un maschio, sai.
Grazie, questo lo so.
Ascolta, invece di prendermi in giro: sono nato maschio, mi hanno circonciso come tutti i maschi, e mia madre, la mia vera madre,  morta.
Non riesco a vedere la connessione, amico.
Aspetta, non  finita. Sul binario ad Auschwitz, la stessa cosa: ho seguito mio padre nella fila degli uomini e mia madre, la seconda,  scomparsa. Senza una spiegazione, all'istante, tu l'hai vista andarsene la tua, io no. Di colpo, pi nessuno. Ogni volta che mi schiero dalla parte degli uomini c' una catastrofe, non pu essere un caso, Hugo, non lo .  un segno.
Un segno di che cosa, esattamente?
Adesso sono io che cucino per mio padre, sono io che metto in ordine. Sono io che raccatto i fili da terra e lo faccio bene, amico mio, stranamente bene, se capisci quello che intendo... E poi, vedi, io dico che detesto fare il pane, ma in realt mi piace. Non  normale, io non sono normale, Hugo, proprio per niente, e smetti di alzare gli occhi al cielo, per favore. Ascolta: quando sono andato a rubare degli stracci dai tedeschi, a Belsen, c'era un vestito nell'armadio, bello, cos bello, avresti dovuto vederlo, era tanto tempo che non vedevo qualcosa di cos bello, mi veniva da piangere, Hugo,  forse normale, questo? Frignare per un vestito? Devono essersene accorti, gli italiani del campo di concentramento, con i loro occhi gelidi, e anche Viktor con le sue braccia muscolose, e quel kap vizioso che voleva accompagnarmi al cinema, tutti l'hanno visto in me.
Hanno visto che cosa, Tomi?
Fa' uno sforzo, merda! Che non sono un vero uomo, ecco cos'hanno visto! In effetti dovevo nascere donna, e pu anche darsi che io sia donna dentro, per quel che ne so, una ragazza infilata per errore nel mio corpo, con le asole troppo strette, impossibile uscirne, perch no? Non so pi... A volte preferirei non esserci pi, pur di non essere come sono.
 rimasto senza fiato, Hugo, udendo tutto quello che mi passava per la mente. Aveva la fronte terribilmente aggrottata, e sembrava volesse articolare qualcosa come Cosa ti  venuto in mente, oppure Bisogna chiamare subito un medico, oppure ancora Ridatemi il vero Tomi, questo ha troppa immaginazione, ma non ha detto una parola. Con Hugo  sempre la stessa storia, quando uno gli apre il suo cuore, lui sembra perdere l'uso della parola. Guardava fisso la luna in fase crescente posata sul tetto del bordello quando la sua fronte si  spianata di colpo, come se fosse passata sotto il ferro da stiro. Senza preavviso,  balzato dall'altra parte del muro stringendo la mia mano sinistra, mentre nella destra aveva le banconote rubate nel portafoglio della signora Andras.
Ogni promessa  debito ha esclamato atterrando.
A quel punto ho capito, e ci siamo messi a correre come due pazzi fino alla porta azzurra e io non ho pi pensato alla ragazza potenzialmente nascosta dentro di me, n al campo, n agli italiani, a nient'altro che non fossero le dita affusolate della bruna che ci ha aperto sorridendo. E da allora, devo riconoscerlo, mi pongo meno domande, anche se mi piace sempre fare il pane. E ne porto sempre in abbondanza alla bruna quando torno a trovarla. Per lei, aggiungo sulla crosta semi di finocchio in due decorazioni ondulate come i suoi capelli e altre diavolerie che nessuno mette abitualmente sull'impasto, e mi domando perch, visto che sono squisite. La prima volta che l'ha assaggiato, lei mi ha detto che era il pane pi buono del mondo, che raramente riceveva regali personalizzati e nel contempo commestibili, e che io ero un fenomeno.
Un vero fenomeno ha ripetuto trattenendo l'ultima briciola sul dito bagnato. Sei diverso dagli altri ed  una fortuna, perch gli altri spesso non sono per niente interessanti.
Non avevo mai visto le cose da quel punto di vista. L'idea mi piace, essere diverso dagli altri, ma non necessariamente peggiore. E non del tutto normale, ma non  detto che la gente normale sia sempre frequentabile, chi pu saperlo meglio di noi, la bruna e me. Fenomeno, anche la parola suona bene,  rotonda e lieve, prende il volo come un palloncino.  questo genere di parole che Serena dovrebbe scrivere nel suo quadernetto, invece di ostinarsi con quelle disgustose parole taglienti e pesanti che ci riducono il morale in mille pezzi. Da quando tiene un diario, sembra che non ci sia altro che la interessi. La prova: quando le ho raccontato le mie scappate al bordello, l'altra sera, lei si  barricata dietro un muso lungo due metri e mezzo. Lei e io non siamo pi complici come prima.
La prima volta che ho rivisto Tomi, era un giorno di mercato. Guardavo dalla finestra, la signora Andras si frugava nelle tasche imprecando, perch cercava la sua chiave. Ogni giorno l'operazione apertura della porta le prendeva pi tempo. La mia vicina di casa non ci vede pi bene, le tremano le mani, dicono che non ne avr pi per molto e lei proprio non sopporta queste voci spiacevoli, lei che ha passato due guerre e sotterrato tre medici. La signora Andras aveva appena infilato la chiave nella toppa quando Tomi  sbucato tutt'a un tratto, palla al piede. Dribblava, girava su se stesso con l'aria di chi gioca una partita importante per il campionato, poi ha rallentato e ha tirato in direzione della donna gridando: A lei, signora Andras, forza, passi la palla!
Il pallone  rotolato fino in fondo alla strada sotto lo sguardo sospettoso della decana del quartiere che non si  spostata di un millimetro.
Coraggio, signora Andras, un piccolo sforzo! Passi la palla, come va va... lei non  poi cos vecchia...
Non  cambiato, Tomi, sfrontato come sempre.
La palla si  fermata a cinquanta metri dalla vecchia signora, proprio sotto la finestra del Rebbe, tra un vaso di fiori sbrecciato e una pietra che il Rebbe usava per lucidarsi gli stivali prima di entrare in casa ma che non gli serve da molto tempo dato che, stando alle ultime notizie, non  mai pi tornato. Tomi si  avvicinato alla signora Andras: Allora, nonna, restiamo in panchina?
E in quel momento  accaduto qualcosa che nessuno, in citt, si sarebbe mai immaginato di vedere: Gizella-Marie Andras, 87 anni, punta nel vivo, Gizella-Marie, che in tutta la sua vita non aveva mai praticato altro sport che non fosse il ricamo a punto catenella su pelle di pecora, ha deposto imprudentemente il suo cesto della spesa ai piedi di Tomas, ha trotterellato fino al pallone e, sollevando la gonna, ha tirato un calcio cos violento da far tremare anche il suo chignon. Compiuta l'impresa, la mia anziana vicina  rientrata a casa, fiera di aver zittito le malelingue e con due salami in meno nel cesto. Tomi: 1, Sig.ra Andras: 2.
Non  cambiato, Tomi, a parte gli occhi: neri come il carbone. Sembra che la mancanza di vitamine possa far virare il colore, e di vitamine non se ne sono viste molte negli ultimi tempi. Il giorno in cui ci siamo ritrovati, Tomi e io, lui mi ha chiesto da dove saltavo fuori. Ho cominciato a spiegare, ma lui mi ha interrotto. Da quando sono tornata,  sempre la stessa cosa: la famiglia, i vicini di casa, gli amici, tutti hanno un buon motivo per non ascoltare. I nostri racconti occupano troppo spazio, per la gente sono ingombranti. Anche Tomi vuol dimenticare, e io lo faccio sentire a disagio quando parlo. Un dettaglio, una parola, ed eccolo di nuovo laggi, suda, si innervosisce, detesta venire a sapere delle donne e dei bambini, la verit peggiora le cose, non vuole pi sentire niente, apre di malavoglia la porta solo per prendere aria, mangiare, raggiungere Hugo o le sue cugine. Cosa trover mai, in quelle due? Non sono altro che sacchi d'ossa come me, come tutti noi, niente seno, niente capelli, ma Tomi gli ronza attorno ugualmente, ronza attorno alle ragazze, ai ragazzi, alla musica, il suo corpo magro ha sempre fame. Cos facendo, pensa di liberarsi dei ricordi. Crede che la guerra sia finita e che, a furia di vivere, i ricordi sbiadiranno. Non  cambiato, Tomi,  peggiorato.
La verit: la guerra continua, dentro. Il campo brucia ancora, per noi, e questa massa incandescente, le visioni, gli odori, la lava divoratrice che risale, dobbiamo rituffarci dentro per combatterla con le armi che nessuno ha potuto toglierci, bisogna filtrarla, incanalarla, adeguarla allo stampo rigido e gelido delle parole, stivare le parole nelle pagine e le pagine nel libro che racconter che cosa abbiamo vissuto, per poi riporre il nostro dolore, una volta raffreddato, sullo scaffale. Per spegnere l'incendio, l'unica possibilit  scrivere.
Parla troppo, Serena. Mi innervosisce con quelle sue frasi che ti sbatte in faccia e che ti stringono alla gola. I morti di cui parla resusciteranno mai? No, anzi, muoiono di nuovo a ogni angolo di frase, sempre e poi sempre, e i loro nomi ripetuti ti spezzano il cuore. Non  cambiata, Serena, a parte che adesso parla in continuazione, e scrive, e un diario non le basta pi. Vuole fare un intero libro. Sul campo di concentramento, per forza,  il suo argomento preferito, progetta un grosso volume nel quale racconter tutto e se possibile di pi, come se le parole, le nostre vecchie parole usate, fossero abbastanza potenti, abbastanza nuove da contenere quello che  successo laggi e che nessuno aveva mai visto. Serena si affida ancora alle parole nonostante la loro falsit, nonostante la rilocalizzazione e le docce, e i rivedrete donne e bambini stasera...  convinta che la sua opera sar una descrizione fedele della realt, be', vedremo! Come se un mucchio di fogli potesse rivelarsi fedele a qualcosa in generale e a noi in particolare, se  cos, che mi dica perch i libri di mio padre sono andati tutti a farsi sfogliare a casa dei vicini da quando le guardie ci hanno prelevato. Non sono rimasti ad aspettarci, i libri, hanno fatto come se noi non fossimo mai esistiti. I libri non valgono pi della gente.
Hugo non la pensa come me. Ha perfino chiesto di poter leggere la Grande Opera di Serena (credo che si sia innamorato di lei, non mi vengono in mente altre spiegazioni). Quanto a me, credo che rinuncer, grazie lo stesso, conosco bene l'argomento. Non capisco questo strano istinto di rituffarsi volutamente nella merda da cui si  appena usciti... Gi a Belsen, non erano ancora passati quindici giorni da quando i Britannici ci avevano liberato ed ecco dei tipi che si precipitavano sulla prima matita a disposizione per buttar gi la loro storia. Hanno anche allestito degli spettacoli laggi, sulla strada all'interno dei campi di concentramento, scritti e interpretati da ragazzi come noi che ne erano appena usciti. Il teatro in realt mi piace, ma come evasione. Se avessero messo in scena qualcosa di divertente a Belsen, una di quelle invenzioni che danno aria al cervello, avrei provato a infilarmi nel loro gruppo, ma cos... Avevano battezzato la loro troupe il Teatro KZ, dove KZ stava per Konzentrationslager, campo di concentramento, a proposito di svago! Uno dei ragazzi era stato direttore di un teatro prima della deportazione. La rappresentazione ha avuto luogo sotto una tenda immensa, affollata da scoppiare, e non mi sorprende, perch erano secoli che non si andava a vedere uno spettacolo. Il meno che si possa dire  che la rappresentazione era realista, c'era proprio tutto: il nazista ripugnante che fracassa la testa a un bambino, un impiccato fatto di stracci, ovviamente le casacche a strisce, le nostre vere uniformi, e una baracca disegnata su pannelli di legno. Devo ammettere che i ragazzi erano stati bravi con le scenografie, c'era anche lo slogan Eine Laus dein Tod scritto come si deve con la pittura rossa. Era esattamente la realt, recitata meno bene. Comunque tutta la sala piangeva. Io me ne sono andato prima che calasse il sipario, si fa per dire, perch non c'era ovviamente un sipario degno di questo nome, anzi, non c'era affatto. Altri spettacoli hanno avuto luogo a Belsen, ma io non ci ho pi rimesso piede.
A me non fa bene parlare del campo, n in versi, n in prosa, n sulla scena, n da nessuna parte. Il teatro l'ho gi dentro di me, e in peggio: niente immagini un po' cancellate, niente stralci di ricordi che palpitano delicatamente nel profondo del mio cranio, no. Ci sono i fatti tali e quali nel mio cervello. Aspettano un niente per occupare tutto lo spazio, un nome lanciato nella conversazione, un odore di bruciato, un momento di disattenzione ed eccoli, mi trascinano via. Sono di nuovo nel vagone a fianco di Matyas, sento sibilare i proiettili, il suolo trema, vedo il sangue denso del mio amico, i suoi capelli appiccicati, gli occhi bianchi. Sono nella baracca 5, il primo giorno, seduto a un tavolo con il mio ago e il Vorarbeiter mi sorprende mentre sto cucendo cos come capita. Sono nel giaciglio con il coltello sporco degli italiani puntato contro la gola. Sto per morire.
Per interrompere il film, Hugo mi molla un gran calcio, e quando non basta mi prende tra le braccia e mi stringe forte, come si fa con un tronco d'albero su cui ci si vuole arrampicare, o con qualcuno che si ama e che sta per andarsene, mi stringe e io esco dal passato, ritorno al mondo fino alla prossima volta.
Con i ricordi felici,  diverso,  quasi peggio.  per questo che non pronuncio pi i nomi, n i cognomi, n niente. Hugo non capisce. Lui da un po' di tempo ha ripreso a parlare degli uni o degli altri, ne parla al passato, io non gli rispondo e lui me lo fa notare: Gaby, tua madre, lo zio Oscar... Non parli mai di loro.
 vero: non ne parlo. Non dico una parola. Le parole resuscitano la gente per qualche istante, ma quando la parola svanisce nel silenzio ti rimangono soltanto l'assenza e il dolore, perch le persone vere, quelle non sono tornate, mai pi, ormai sono sei mesi, pi passano i giorni peggio , pi si sa, pi diventa evidente, mio padre ha ragione, quelli che non sono ancora tornati non torneranno, e allora, s, io taccio, anche quando penso a loro non dico niente, caccio il ricordo in un angolo. Soprattutto non voglio provocare la mia memoria, al contrario: voglio tenerla con la catena corta, neutralizzarla. Ballare, uscire, fare a botte, parlare d'altro, ascoltare il pianoforte del cugino di Hugo, respirare la pelle di sua cugina, infilare le mie gambe tra le loro fino al mattino, vivere. Giorno e notte, dimenticare.
Era una bella serata, limpida e senza nuvole, quel genere di serata che ti offre il cielo puro su un piatto d'argento, dalla finestra l'universo intero. La pistola di mio cugino Daniel era posata sul pianoforte, lui l'aveva estratta dalla tasca per essere pi comodo a suonare (Daniel l'ha acquistata per i casi in cui, per proteggersi,  meglio prevenire che curare, adesso le cose vanno cos, e prevenire con un'arma  molto pi efficace). Daniel stava suonando al piano, per noi, musiche bellissime, nenie scritte da un polacco di Cracovia, un poeta di prima qualit, un vero bardo yiddish, diceva mio cugino, e, se non si fosse saputo da fonte certa che la vita per gli ebrei in Polonia non era affatto divertente in quegli ultimi anni, lo si sarebbe intuito da quella melodia che ti dilaniava il cuore. Dopo tre canzoni, Serena si  messa a parlare delle donne a Birkenau, ma nessuno aveva voglia di ascoltare cose del genere, cos ho dato una gran gomitata nelle costole a mio cugino e lui ha ripiegato su una specie di inno decisamente pi gioioso: la Marcia dei disoccupati, si chiamava. Raccontava la vita di poveri uomini senza lavoro, senza pane, senza niente di niente, che sognavano insieme un mondo migliore, un mondo libero e felice, e pi ne parlavano pi il ritmo della canzone accelerava, pi la gioia s'insinuava tra le note, tra tutte le lettere delle parole, le dita di mio cugino volteggiavano sui tasti, alla fine si udiva quasi il clarinetto e, con il solo pianoforte, non  cosa da poco. In breve, ci eravamo ripresi grazie ai disoccupati della canzone quando il cugino Daniel ha pensato bene di precisare che il bardo yiddish, l'autore della melodia, era uscito dal ghetto di Cracovia con i piedi in avanti.
Ucciso dai nazisti con una pallottola alla nuca ha specificato, il giorno della smobilitazione del campo, un gioved.
Nessuno gli aveva chiesto un racconto circostanziato, il gioved, la pallottola, la nuca, a noi non importava un bel niente, e come se non bastasse quei dettagli hanno reinnescato Serena di colpo. Ha ripreso a parlare dei capelli lunghi tagliati e del crematorio, il pianoforte non aveva pi voce in capitolo. Tomi le ha chiesto di tacere, ma con malagrazia, alla Tomi. Serena ha sbattuto le ciglia come fa sempre quando se ne infischia, e ha continuato a parlare del Lager e delle donne e anche dei bambini. E in quel momento la situazione  precipitata. Quello stupido di Tomi ha preso la pistola e l'ha puntata contro di lei, per fare finta, per farla tacere, perch quello che lei diceva era a dir poco insostenibile, era vero e tutti lo sapevano, anche lei. Il proiettile  partito. Serena  crollata e tutti noi ce la siamo fatta sotto.
La verit  che noi non ritorneremo mai dal campo. Un pezzo di noi  rimasto l, la parte buona, e in quel buco si sono riversati il sangue e la merda del Lager, e la paura, l'odio, la collera, un malloppo fetido senza un posto dove deporlo. Prima, per alleggerirsi, c'erano dei luoghi, la sinagoga, la scuola talmudica, era faticosa la scuola ma c'erano i compagni, i fratelli, le sorelle, e poi le distrazioni, le cerimonie, le feste, tutte le nostre abitudini, adesso il nostro mondo  scomparso. I nostri angoli, i nostri posti, le sinagoghe sono vuote, le case amiche devastate, anche il negozio di alimentari, il Rebbe, non  tornato nessuno, e il futuro... Metter su famiglia dice mio padre, fare dei bambini nuovi e puliti, dei neonati senza quella sordida zavorra, ecco la soluzione. Io vorrei metter su famiglia, ma non ci sono pi ragazze ebree da sposare a Beregszsz, soltanto le cugine e Serena, s, Serena che pensa soltanto a parlare e a scrivere anche se nessuno l'ascolta. Vorrebbe che le portassero i suoi quaderni in ospedale. Io ci andr, con i fogli per lei e una bottiglia per me. Bere, ecco la mia soluzione, bere per liberarmi del sangue e della merda, per cancellare la mia parte malvagia e innalzarmi fino alle stelle, bere: il cammino pi breve verso un mondo migliore.
Mio padre  seduto vicino a me.  intento a cucire, le mascelle serrate. Ha pagato l'ospedale, l'intervento, il medico, i farmaci, avrebbe pagato il mondo intero purch tutto si sistemasse e tutto si  sistemato: Serena  salva, io sono salvo. Il piede di mio padre schiaccia il pedale della macchina per cucire, lui buca furiosamente il cotone bianco e, se potesse triturarmi con il passaverdura, credo che lo farebbe.
Taci, Tomi.
Ma non ho detto niente...
Molla il pedale, mi porge un ago e mi tende un rocchetto di filo color panna.
Credi di goderti la vita, Tomas, ma  proprio l'opposto. Stai sprecandola. Te la rovini, figlio mio. Rubi, poltrisci, distruggi, sei sicuro di essere padrone di te stesso. E invece continui a ubbidire a quelli che ci detestano. Lavorare onestamente, ricostruire, vivere tranquillamente la propria vita, questa  la grande disubbidienza.
Posa un mezzo pantalone sulle mie ginocchia.
Quanto a Serena, non l'ho fatto apposta... Volevo solo che smettesse di parlare.
E perch? Perch avrebbe dovuto tacere? Se nessuno parla, di loro chi si ricorder?
Non siamo mai d'accordo, mio padre e io. I ricordi mi bruciano vivo; lui, invece, lo riscaldano.
Non abbiamo pi nessuno, pap, adesso  sicuro, non abbiamo pi famiglia, n casa, n paese. Non abbiamo pi niente. Non siamo pi niente.
Taci, voglio raccontarti una storia. Una storia molto interessante che mio padre mi raccontava gi molto tempo fa, s s, lo so, tu non sei pi un bambino, sei grande e forte ma mi ascolterai ugualmente. Punto mosca.
Eh?
Punto mosca, ho detto.
Il tono non ammette replica. Mio padre si schiarisce la gola, come per scacciare faticosamente l'impulso di farmi a pezzi: Per effettuare un punto mosca a regola d'arte, vedi, bisogna piegare il risvolto all'interno della gamba. Cos facendo, come puoi constatare, si formano tre strati.
Il tessuto del mezzo pantalone  brunastro, molto spesso.  un tessuto di prima della guerra. Sa di lana e di gesso, di laboratorio. Conosco questo profumo.
Prima esegui un piccolo punto. Prendi meno trama possibile, stai leggero leggero, qualche filo soltanto. Poi sotto un grosso punto, senza esitare, attraversi due strati di tessuto e tiri. Guarda: non si vede niente. Il punto mosca  il segreto, la pietra angolare, l'autentica chiave di volta dell'orlo invisibile. E adesso, Tomi, ascolta la storia.
Non era questa, la storia?
No. O meglio s e no, tra poco lo saprai. Ascolta e intanto cuci, sei cos bravo che puoi fare due cose nel medesimo tempo, giusto?
 una provocazione pura e semplice, e io non rispondo. Mi concentro sul mio ago. Mio padre si accarezza il cranio e incomincia:  la storia di Joseph che ha un cappottino...
D'accordo, la so gi, la so a memoria.
Tomi, se dici ancora una parola ti imbavaglio, chiaro?
Chiaro.
 la storia di Joseph che ha un cappottino, dunque. Lo porta spesso, il suo cappotto, gli piace immensamente, suo nonno gli ha regalato il tessuto, un bel velluto scuro come quelli che vendeva Oscar ai vecchi tempi, e suo padre, che  sarto, glielo ha cucito per quando ha compiuto sette anni, da allora Joseph lo indossa sempre. Ma i bambini crescono in fretta, lo sai, crescono come i fagioli quando il clima  umido e Joseph non fa eccezione. Cos, un giorno, il cappotto gli diventa troppo stretto. Se lo infila ancora le cuciture rischiano di strapparsi, tutto il quartiere si volter a guardarlo strabuzzando gli occhi e ridendo, ridendo cos tanto che lui diventer rosso come la fodera. E allora cosa ne fa Joseph del suo cappotto, non rispondere, Tomi, ascolta e basta: ne fa una giacca corta. Pi precisamente, chiede a suo padre di ricavargli una giacca corta, una bella giacca, dal velluto del cappotto. Detto fatto, Joseph si ritrova con una giacca che gli piace tanto. Tanto, Tomi. La indossa sempre, per andare a scuola, allo heder, al cinema, sempre.
Io non ho ancora finito. Quanto alla storia, mio padre mi racconta la versione lunga, e questo mezzo pantalone, accidenti, questo maledetto orlo che mi tocca fare, il dannato punto mosca! Prendi e tira, come no,  pi facile a dirsi che a farsi! Ne ho fatti di orli, e tanti, alla sartoria del campo, mai per di invisibili. Se tiro l'ago troppo forte il tessuto si piega e si perde l'effetto voluto, l'orlo spicca come il naso in mezzo alla faccia. Inoltre, ho male alle dita perch la stoffa  incredibilmente spessa, bisogna spingere sull'ago, mio padre non mi ha dato il ditale, di sicuro l'ha fatto apposta per mettermi in difficolt.
Ma poi, come si pu ben immaginare, anche la giacca di Joseph comincia a dare segni di cedimento. Bench non sia certo di qualit scadente, tutt'altro, il tessuto finisce per logorarsi in alcuni punti, e Joseph rivolta la giacca per poterla indossare ancora, ma le maniche sono sfilacciate, soprattutto ai polsi, e lui decide di farne un gilet. Suo padre gli mostra la tecnica, perch senza tecnica non si combina niente, e insieme confezionano un bel gilet senza maniche con il tessuto ancora utilizzabile della giacca, con due tasche sul fianco per metterci tutto quello che serve a un ragazzo dell'et di Joseph, dodici anni, un temperino, biglie, biscotti secchi, altro non so ma importa poco, il gilet pu contenere tutto senza timori perch ha le cuciture doppie che, come tu ben sai, sono le pi solide. Smettila di dimenarti, Tomi, io non ho ancora finito e tu neppure, sei molto impaziente, ma nella vita, stammi bene a sentire, figlio mio, nella vita ci sono cose che vengono solo con il tempo, quindi concentrati e cuci.
Infilo l'ago e tiro. Il filo  troppo lungo. Eppure lo sapevo: mai pi lungo del braccio, ma mio padre vedr che posso farcela. Ho mani-insetto, anch'io posso resuscitare un pantalone in un baleno, ci sono riuscito cento volte al campo e ho fatto anche un colletto da camicia con listino a memoria, s, da solo, senza schema, non mi lascer certo scoraggiare da un insulso punto mosca.
Quando il gilet di Joseph si era ormai consumato, era lacero come un vecchio shmatta, e rimaneva soltanto la parte sinistra intatta e senza buchi, Joseph non lo gett via, ovviamente. Gli piaceva tanto, te l'ho detto, e poi perch buttar via qualcosa che pu ancora servire? Suo nonno gli propose, sai come sono i nonni, eh, danno sempre consigli su tutto, te lo ricordi il tuo, Tomi, come sfiniva tutti con i suoi Se fossi in te e Tu dovresti, soprattutto in materia di tessuti, nessuno ne sapeva quanto lui, e con il passare del tempo c'era sempre gente davanti alla sua botteguccia, ebbene, il nonno di Joseph  uguale,  uno che d buoni consigli. Gli disse: con la stoffa rimasta, potresti farti una sciarpa. Joseph lo ascolt. Si confezion una piccola sciarpa tagliata di sbieco, poi una cravatta quando i bordi della sciarpa diventarono logori e l'anno dopo, quando la cravatta si consum sui lati, un fazzoletto, ma non ti nascondo che in quel momento il tessuto era veramente frusto, quasi fragile come una ragnatela, e il ragazzo fece quello che poteva con l'ultimo ritaglio rimasto: un bottoncino grazioso, per chiudere i pantaloni.
Mio padre parlava a voce molto bassa, sembrava che si cullasse da solo. Rischiava di assopirsi sulle mie ginocchia, il capo sul mio mezzo pantalone che, detto cos en passant, procede alla grande: ci sono ben otto punti mosca che meritano pi o meno il loro nome.
Il bottone, un giorno in cui Joseph rincorreva le rane lungo il fiume,  caduto. Tutt'a un tratto, cos,  caduto il bottone. Tieni, Tomi, prendi la seconda gamba dei pantaloni e fai lo stesso orlo. Joseph aveva esattamente la tua et, sedici anni compiuti. Ha perduto il suo bottone perch la vita  cos, le tue cose pi preziose, quelle con cui hai attraversato tanti e tanti anni, quelle che amavi a tal punto da non vederle quasi pi e dalle quali pensavi che non ti saresti mai separato, ebbene proprio quelle cose scompaiono senza preavviso, senza che tu possa rendertene conto, e tu rimani l come un fesso, solo, devastato, con un gran buco nel cuore e niente pi bottone dei pantaloni.
Infila l'ago, leggero leggero, infila ancora, questa volta i due spessori. Ho compreso le parole di mio padre, le sue frasi incerte sulle cose preziose che scompaiono, so a che cosa pensa e a chi, quando rievoca quelli che svaniscono senza che si possa intervenire in qualche modo, ma io non ci ritorno al campo, no. Tiro l'ago delicatamente. Non penso alla cripta, al binario, al fumo e a quelli che non ci sono pi, non sento l'odore di bruciato n il sapore del sangue sulla lingua. Mi concentro, e infilo l'ago. Le cose che amavi a tal punto da non vederle quasi pi. Un pugno nello stomaco, ma finisce l. Io non ritorno nei ricordi, proprio per niente, sono al riparo nel presente, nel mio punto mosca, leggero leggero, sono tutto intero nel gesto ripetuto e preciso, protetto dal risvolto del mezzo pantalone, avvolto dal velo di profumo del gesso. Sono nel laboratorio di mio padre, all'ombra della bottega di Oscar, sotto le travi robuste del nonno e pi lontano ancora, al centro di un paesaggio familiare, nell'incavo ovattato del tessuto, sotto la trama serrata della mia famiglia, nel filo dritto, dove passa l'ago. A casa nostra.
Quando alzo gli occhi,  caduta la notte. Non sento quasi pi la mano sinistra, ma ho un paio di orli perfettamente invisibili su un pantalone intero. E li ho fatti io.
Quando il tuo capo sar finito ne ricaveremo un bel gruzzoletto conclude mio padre tagliando un filo che sporge. Secondo te, Tomi, quando non rimase pi niente, al Joseph della storia, neanche il pi piccolo frammento del pi piccolo ritaglio del velluto che gli aveva dato suo nonno, che cosa gli rimaneva nonostante tutto?
Non lo so di sicuro, la storia non finisce cos, di solito...
Il cucito. Gli  rimasto il cucito, Tomi. Quello che gli aveva insegnato suo padre e prima di lui suo nonno, e il padre di suo nonno, il cucito che serve a vestirti e a darti il pane, che ti permette di essere qualcuno, un uomo e non un animale, da sempre, fin dal primo individuo nella prima caverna, Tomi, il cucito! Quello che ti salva in qualsiasi angolo del pianeta, anche nei pi luridi angoli bui del mondo, quello che ti aiuta a dimenticare tutto e a rinascere, s, a rinascere.
Mio padre posa il suo ditale nel palmo della mia mano.
Qui non abbiamo pi niente, Tomi, hai ragione. La tua fortuna, la tua ricchezza, il tuo futuro, la tua patria, la tua famiglia, tutto  nelle tue mani, figlio mio,  tutto qui in questo istante, soltanto qui e da nessun'altra parte.
Vedrai cosa scoprirai, l'America.
Non  una vacanza fare il passatore, no. Si guadagna, ma non  una vacanza. Bisogna ingraziarseli, i clienti: non vogliono mai pagare e hanno tante di quelle esigenze, santo cielo! Credono che basti schioccare le dita e io li condurr dall'altra parte del pianeta. Ma non ha il tappeto volante, Max! Bisogna attraversarle le frontiere, e nascondersi, passare i controlli, neutralizzare i poliziotti... Sul treno, per esempio, la cosa migliore  far finta di dormire. Quando il controllore chiede il biglietto, socchiudere un occhio, poi tendere subito il documento senza dire una parola. Altrimenti si sente l'accento e iniziano le rotture di scatole... Alcuni clienti sono pi sfavoriti di altri. Ce n' uno, durante il viaggio, il cui cuore ha ceduto. Un altro si  bloccato a Strasburgo e non ha mai pi voluto muoversi. I miei ultimi due clienti, non c' male. Ungheresi, padre e figlio, sarti. Hanno lasciato il loro paese su un carretto, con gli aghi in tasca. Arrivati in Germania, hanno compilato i documenti ufficiali per l'emigrazione. Volevano andare in America. La sognano tutti, l'America, presentano tutti domanda, poi aspettano, supplicano, ma lei non vuol saperne di loro, l'America! Li prende con il contagocce, con le molle. Sono rimasti in attesa per un anno, i miei due ungheresi, un anno in un buco in fondo alla Germania. Io gliel'ho detto: se non avete la famiglia negli Stati Uniti, non avete alcuna probabilit di vedere neanche mezzo alluce della statua della Libert. Allora il giovane mi ha domandato se potevo portarli a New York clandestinamente senza farli spendere troppo. Certo che s, mio signore, ho risposto, nolegger uno yacht, da Max il cliente  sovrano! Sono un burlone, io sono fatto cos. E lui ci ha creduto, il ragazzo, si vedeva gi sulla Quinta Strada. Ehi, gente, non sono mica un agente di viaggio! Tutto quello che posso proporvi  la Francia, punto e basta. Ma loro non vogliono andarci, a Parigi. Hanno in mente New York, o meglio ancora Montral. Allora spiego loro che dalla Francia sar pi facile attraversare l'Atlantico, e che Parigi  il paradiso dei sarti, basta chinarsi a raccogliere il lavoro ben pagato... Cosa mi tocca dire per fargliela bere... Hanno finito per accettare la Francia, i miei ungheresi. Ho un unico passaporto falso, cos il giovane  partito da solo con me, senza suo padre. Non si  tolto le scarpe per tre giorni e tre notti. Di sicuro aveva nascosto la grana nelle suole, come se io non conoscessi tutti i nascondigli... Riconosco che  capace di sbrogliarsela per la sua et, ed  anche furbo, basta vedere come fa finta di dormire in treno, si mette anche a russare. Passare i controlli  stato un gioco da ragazzi. Da quando siamo arrivati a Parigi, per, va un po' meno bene. Ho installato il ragazzo da un'amica che gestisce un bordello vicino alla Rpublique. Quando incrocia una ragazza, ha subito gli occhi fuori dalle orbite e continua a toccarsi il pacco. Ci manca solo che gli venga un infarto... Gli ho detto di stare tranquillo e di non muovere un dito. Adesso torno dai Mangiacrauti a cercare il padre. Non crediate che fare il passatore sia una vacanza...


Capitolo 7.
PARIGI, FRANCIA
1947

Ci sono ragazze dappertutto. Dappertutto! A tutti i piani, le brune con le sopracciglia arcuate e gli abiti-camicia a pois, quelle grassocce con le collane che tintinnano, anche una bionda stratosferica con le sopracciglia dorate che ondeggia scuotendo i capelli, a volte sono dietro di lei sulle scale e vorrei non arrivare mai all'ultimo gradino, vorrei che lei rimanesse davanti a me per l'eternit senza mai scomparire nella sua stanza. Io ho la 37 in fondo al corridoio. Il passatore mi ha installato qui momentaneamente, fintantoch ritorner qui con mio padre. Io non ho fretta. Lascio la porta aperta per veder passare le ragazze. Devo scrivere a Hugo per raccontarglielo. Spero che non ce l'abbia con me, perch sono partito senza avvisarlo. Mio padre me l'aveva fatto promettere: Tieni la bocca chiusa, facendo il gesto di cucirsi le labbra. I russi ci avrebbero messo in prigione se avessero saputo che volevamo svignarcela e andare all'Ovest, non bisognava raccontare niente nemmeno agli amici, e poi scrivere era complicato... Bocca cucita, ha detto mio padre, solo cos ci si salva. Ma adesso siamo in Francia, e io ho come l'impressione che in Francia si possa dire quello che si vuole a chi si vuole senza rischi. Inoltre, ci sono le donne. Devo assolutamente scrivere a Hugo.
A Beregszsz non ce n'erano cos tante, di donne. Qualche anziana s, qualcuna giovane ma non cos numerose, non come prima. A Parigi ci sono ancora donne a ogni angolo, e non solo ragazze: anche sorelle, madri, zie, l'intera gamma. Le vedo dalla finestra. Attraversano frettolosamente sulle strisce pedonali, appendono le mutandine ai balconi di fronte, e nel giardino pubblico all'angolo della via corrono ridendo dietro i loro bambini. Ridono e corrono molto, le parigine, quando c' vento le loro gonne si gonfiano, viste dall'alto sembrano fiori.  piacevole essere circondati da fiori.  una novit. Negli ultimi tempi non ne ho viste molte, di gonnelle. In Germania, nel centro per rifugiati, si viveva per lo pi separati, loro da una parte e noi dall'altra, il che voleva dire refettori pieni di camicie da uomo, dormitori pieni di pantaloni, biancheria maschile che puzza di maschio, biancheria ruvida e scaltra... Nelle camicie si pu nascondere un coltello, nei pantaloni poi non parliamone neanche... Non ci si pu propriamente rilassare, tra uomini. Con le gonne invece s. Una gonna non vuol male a nessuno. Spero che la bionda ripassi presto davanti alla mia porta.
L'unico problema, qui,  la polizia. Tutte le mattine i poliziotti compaiono nel palazzo, o per abitudine o per controllare non so che cosa, ma io non ho certo voglia di incontrarli, non avendo i documenti. La tenutaria mi nasconde in soffitta mentre loro terminano l'ispezione e, quando hanno finito, le ragazze si preparano, s'imbellettano le guance, sistemano la scollatura: arrivano i veri clienti. Camminano rasente i muri a passo svelto. Salgono i gradini a due alla volta, come se dovessero fuggire da qualcosa, le porte sbattono, i letti cigolano, a quest'ora tutta la casa  percorsa da una corrente elettrica. Alcuni clienti abituali sembrano appena usciti di prigione o da un casin, gli occhi obliqui da lupo, giacca elegante, mani bianche, quel genere di individuo che ti deruba senza che tu te ne accorga, quando ci sono loro passo il tempo a verificare che i miei quattrini siano sempre al loro posto, nella cucitura della patta dei pantaloni. Ho fatto una cucitura robusta ma pu succedere di tutto, ci mancherebbe solo che li perdessi, gi sono pochi... Quanto basta per pagarmi un tetto, ma insufficienti per... Meglio tagliar corto. Un giorno avr le tasche piene di denaro e torner qui, sicuro come l'oro, con un vero portafoglio pieno da scoppiare e un completo impeccabile, la cravatta a nodo triplo, gli altri clienti rimarranno a bocca aperta per l'invidia mentre io spinger la porta della bionda. Nell'attesa mi rimane lo spettacolo. Nelle ore pi tranquille, in casa regna un silenzio rilassato, un profumo triste e dolce. Le ragazze escono dalle loro stanze e vagano nei corridoi. La bionda scosta i lunghi boccoli dalle orecchie, sbadiglia, si stira. L'altra mattina,  venuta a sedersi sul mio letto e mi ha accarezzato i capelli. Parigi  veramente qualcosa di straordinario, Hugo non mi creder mai quando gli racconter tutto questo.
Non mi ha nemmeno detto che stava per partire. Sono venuto a trovarlo una mattina e l'appartamento era vuoto. Tomi se n' andato con suo padre senza dire niente a nessuno. Credevo che tra noi non ci fossero segreti...  partito da un sacco di tempo, ormai potrebbe essere in America, o in Australia, perch no? Anch'io non ho pi voglia di stare qui. Non ho pi voglia di stare da nessuna parte. Se potessi andrei direttamente sulla Luna. Un giorno dovr pur succedere, gli scienziati installeranno tutto il necessario nei missili: i letti, una cucina. Ci si potr sistemare lass per anni. Un giorno sicuramente. Anche l'inimmaginabile finisce sempre per esistere. Attraversare lo spazio, la gente lo sognava gi nel Medioevo, disegnava motori a propulsione per raggiungere il cielo, molle gigantesche, carri trainati da cavalli alati, macchine alimentate da onde o palloni, ogni secolo ha avuto i suoi sognatori, tutti li prendevano per folli, ma alla fine  successo, nel peggiore dei modi. Ci sono state le V1, le V2. Per il momento non interessa a nessuno, passeggiare sulla Luna o abitare nello spazio, n ai russi n agli americani. Vogliono soltanto perfezionare le loro bombe volanti. Uccidere meglio, ecco tutto, vincere, conquistare, la guerra non ha cambiato niente: l'uomo non si merita il cielo. Eppure sarebbe bello, un volo disinteressato, soltanto per amore delle stelle.


Capitolo 8.
PARIGI, FRANCIA
1948

Andiamo, figli della patria...
Marcel si toglie il metro a nastro che porta attorno al collo e lo arrotola facendone una pallina prima di posarlo in equilibrio sull'angolo del tavolo da taglio. Tamburella con le dita sul guscio della lumaca di plastica, senza una parola.  il segnale, il torneo comincia. Il torneo di chiacchiere esiste unicamente da Marcel. Un tempo, a quanto pare, la sua sartoria funzionava normalmente: i dipendenti raccontavano le loro storielle lavorando, correggendosi l'un l'altro. Non  andata cos! Racconto io... No, io... Tu parli troppo... A me ne  capitata una pi divertente, ecc. Allora Marcel ha stabilito delle regole e a poco a poco  nato il torneo delle chiacchiere. Il ferro da stiro di Sandor rallenta la sua danza. David alza il piede e la sua macchina per cucire si mette a ronzare. A ogni torneo  la stessa cosa, quei due si batteranno sempre per essere il primo a piazzarne una mentre occorre tutta l'autorit innata di Marcel e il suo lungo dito magro e minaccioso per far rispettare l'ordine.
Comincio io.
Il tono  impostato: niente pettegolezzi o aneddoti deprimenti. La storia raccontata, questa  la regola che vale per tutti, dev'essere un'avventura. Marcel me l'ha spiegato bene la prima volta da lui: Lo scopo  raccontare qualcosa di un po' folle che sia veramente accaduto e che finisca bene. Il racconto migliore vince.
Quando ho chiesto che cosa si vinceva, il padrone mi ha risposto il panache e io mi sono annotato la parola sul quaderno per farmela tradurre all'Alliance Franaise. Non so che cosa mi abbia pi meravigliato quel giorno, se quello che diceva il padrone o il modo in cui lo diceva, le parole storpiate che uscivano dalla sua bocca. Ormai mi sono abituato, ma resta il fatto che Marcel parla in modo strano. E il suo torneo di chiacchiere, non ho mai visto niente di simile da nessuna parte.  semplice: la sartoria di Marcel  completamente diversa da quella di mio padre. Da mio padre, marciapiede sinistro della rue Basfroi a scendere,  tutto silenzioso e perfettamente ordinato, gli scampoli da una parte, la macchina dall'altra, le forbici allineate sul piano di lavoro e contro il muro un busto di manichino nuovo fiammante: mio padre ha investito in uno Stockman, la marca migliore (cartapesta modellata a mano, pura e semplice maestria francese, nove fasi di fabbricazione, ventiquattro ore di asciugatura, base in acciaio inossidabile), sembra una vecchia governante che veglia sulla perfetta sistemazione dei luoghi. Di fronte, sul lato destro della strada, regna l'anarchia sartoriale di Marcel: tessuti di tutti i colori in bilico l'uno sull'altro, decine di rocchetti di filo alla rinfusa, una profusione di storie e, dal pavimento al soffitto, fissati con le puntine contro ogni buon senso, articoli di ogni grandezza e di ogni specie, la ricetta del bollito misto, i risultati delle corse, i resoconti delle sfilate, il quotidiano di ieri coperto da quello di oggi come se anche il muro fosse venuto qui a vestirsi. Altra differenza: mentre mio padre passa la met del suo tempo a correre dietro al suo denaro, Marcel a volte si dimentica di far pagare il cliente. Completamente. Basta che la conversazione tocchi l'argomento doloroso della guerra perch un vento polveroso di tristezza cominci a soffiare sul laboratorio portandosi via la fattura. L'unico punto in comune tra il mio padrone e mio padre  il rispetto scrupoloso delle regole. Marcel, per esempio, non scherza mai con il torneo di chiacchiere. La storia narrata deve essere vera, regola numero uno, e fuori dall'ordinario, regola numero due. Guai a te se scegli di condividere un aneddoto al limite della banalit o se, al contrario, per sbaragliare la concorrenza t'inventi un'assurdit che non pu essere mai capitata a nessuno: con il suo sguardo verde cupo, Marcel ti squalificher per il turno seguente. Ci sono due turni a settimana tranne il sabato, ovviamente, perch non si lavora. Di sabato non lavora nessuno in tutto il quartiere.
Marcel d inizio al torneo. Non racconta mai la sua vita, eppure sono sicuro che ne avrebbe di aneddoti da lasciarti senza parole, perch sul percorso tra Varsavia e l'XI arrondissement qualche fatterello dev'essergli pur capitato, al padrone. Ma non ne parla. Si sa soltanto che  arrivato dalla Polonia tra le due guerre ed  andato dritto dritto in rue de la Paix, da Doucet. Ha contemplato la vetrina, gli abiti mirabolanti, le pellicce avvolgenti, le maniche decorate con perle di rame, le fodere di gazar; era arrivato. Se Sandor, l'addetto allo stiro, non me l'avesse detto, avrei creduto che Marcel si chiamasse sul serio Marcel. Invece il suo nome di battesimo  Mordecai e il cognome Ryzow, ma ha cambiato tutto per amore della Francia, questo paese senza pogrom che le donne attraversano sui tacchi alti. Soltanto il suo accento non ha potuto cambiare, Marcel, e lo porta ancora come un vestito indistruttibile e aderente.
Sono pi francese di un vero francese precisa nel caso qualcuno non se ne fosse accorto.
Il suo orgoglio nazionale si staglia a grandi lettere dorate sulla vetrina della sartoria: Marcel Roger, Aux Habits de Paris. A ogni torneo  nei bei cassetti della moda francese che preferisce frugare, il mio padrone, pi che nell'oscuro baule dello shtetl,  l che pesca le storie folli che poi ci regala, nel grande armadio della sartoria, ma non una qualunque, non quella che realizziamo insieme al laboratorio, no: la vera, alta sartoria.
Marcel ha un'autentica venerazione per i grandi sarti. Ritaglia dai giornali gli articoli a loro dedicati, li affigge alle pareti e conosce anche i segreti pi nascosti della loro ragguardevole esistenza. Di alcuni c' la foto appesa in laboratorio, della loro faccia o dei loro abiti: l'abito Giunone di Dior con le pinne da sirena e le paillette blu-verdi, la Silfide di Charles James e il Cruiser di Patou, ogni modello possiede cognome, nome e articolo, stiamo parlando dei Grandi Maestri. Al momento del torneo, il padrone sceglie un grande creatore e snocciola tutta la sua storia, dove  nato e come  diventato una leggenda, perch le sue creazioni sono contese da New York a Citt del Messico, e alla fine del torneo potremmo scrivere anche noi la sua biografia. L'altro ieri, per esempio, Marcel ci ha raccontato di Madeleine Vionnet. Era la prima volta che udivo quel nome, Madeleine Vionnet. Con un titolo simile, la storia di Marcel non mi sembrava granch promettente, e in pi avevo sonno. La notte precedente non avevo chiuso occhio a causa delle visioni. Mi ero rivisto nella baracca, il giorno in cui uno dei ragazzi si era impiccato... In breve, non avevo dormito abbastanza ed ecco che il padrone si lancia in una introduzione interminabile della quale non comprendo quasi niente tranne, verso la fine, l'espressione rivoluzione dei seni che mi risveglia di colpo. Madeleine Vionnet, dunque. Un'autentica avventuriera, quella ragazza. Nata in un posto sperduto in mezzo alla campagna, a Chilleurs-aux-Bois (i villaggi francesi si chiamano nei modi pi incredibili, da quando sono arrivato ne ho sentiti di nomi strani, da Vatan a Grenouillet e anche Moisy, ma dove li vanno a pescare?). Nella sua campagna, la Madeleine si annoia di brutto. Si mette a cucire, ma si annoia ugualmente, e un bel giorno molla tutto, la sua casetta, il suo lavoretto, il suo maritino, la sua piccola vita ben tenuta e spiega le vele in direzione Londra. La sorpresa  grande, perch nel 1896 certe cose non si fanno, ma a Madeleine le cose che non si fanno piacciono tanto. Una volta formata dagli English tailors, parte alla conquista di Parigi con abiti inventati da lei, gonne plissettate mai viste prima, drappeggi inusitati. A questo punto della storia, Marcel impugna l'estremit di una pezza di tarlatana trascinandola e in un colpo solo lo Stockman assomiglia a una statua greca che si sia infilata un tut.
La Vionnet, lei fa sempre tutto diverso dagli altri.
Applica fiori ovunque, riscuote un successo pazzesco e, soprattutto, si libera del corsetto. All'epoca le donne erano tutte imbrigliate, sotto. Avevano il seno stretto nella tela rigida, imprigionato nelle stecche di balena in metallo. Anche qui tutto  ben tenuto, ogni cosa al suo posto, e Vionnet tratta il corsetto come tutto il resto: lo fa esplodere e tutti gli schemi saltano. A Madeleine piace il movimento. Quando Marcel dice movimento traccia con le mani la linea delle anche nell'aria, e i nostri occhi, i miei, quelli di Sandor e quelli di David sarebbero pronti a seguire quella linea curva fin in capo al mondo. Le indossatrici di Vionnet sfilano con i seni che ondeggiano, a piedi nudi, con abiti fluidi, magici, tagliati in sbieco per vedere meglio il corpo che si muove. In sbieco! Nessuno aveva osato farlo prima di Madeleine. Un'avventuriera, senz'ombra di dubbio. Dopo di lei, le francesi hanno potuto lasciar volteggiare tranquillamente le loro grazie.  questa la rivoluzione dei seni. Avrei tanto voluto che Marcel continuasse a raccontarci di Madeleine Vionnet, perch mi piacevano le sue storie di seni liberati e abiti in diagonale, ma non si pu fare quel che si vuole con il padrone e oggi lui ha deciso che racconter Lanvin.
Lanvin... Jeanne... incomincia Marcel.
Pronuncia il nome con devozione, si sente che Lanvin Jeanne non  certo una persona qualunque, non si tratta di una giramondo come Vionnet, ma di un personaggio di gran classe. David apre la bocca, sul punto di interrompere il padrone. Una delle sue amanti, una vecchia borghese di almeno trentatr anni, usa il profumo Arpge, di Lanvin per l'appunto, e lui vorrebbe vantarsene, ma il dito autorevole di Marcel lo ferma bruscamente.
Ho detto: Lanvin... Jeanne riprende il padrone. La sua specialit erano le spalle. Lei vi aggiunge sempre un fronzolo, un ricamo, un pizzo, perle, applicazioni in feltro. Prima di Lanvin, le donne non avevano spalle, soltanto un collo. Lanvin ha inventato le spalle. Si  ispirata all'arte, alla pittura. Ha frequentato molto i musei.
Marcel si sposta lentamente tra la mia macchina per cucire e il suo tavolo da taglio, solenne e rigido, come se scivolasse sui pattini reggendo dietro di s uno strascico immaginario. Siamo a Firenze una certa mattina di primavera e sotto i nostri occhi, impersonata da un vecchio ebreo russo, Madame Lanvin Jeanne passeggia per il museo.
Tutt'a un tratto prosegue Marcel ruotando la testa di un quarto di giro, Madame Lanvin scorge un quadro meraviglioso. Un paesaggio del Beato Angelico.
 uno dei colori, soprattutto, a incantare Lanvin, un blu vibrante, intenso, ipnotico, un frammento di cielo immerso in un campo di lavanda. Non c' altro blu che possa eguagliarlo. Marcel, devo ammetterlo, recita molto bene la sua parte, con il collo rigido, gli occhi spalancati per lo stupore, le labbra socchiuse. Sembra di vedere il quadro e quel blu divino che ne scaturisce ammaliandoti. Di ritorno a Parigi, Lanvin ha una sola idea in mente: replicare la tinta inedita scoperta al museo, ritrovare i pigmenti segreti che, mescolati, renderanno sublimi le sue collezioni di abiti e ipnotizzeranno il mondo, ed ecco Marcel, ben piantato sui suoi piedi, che rimesta in un pentolone invisibile nel quale ribolle quel blu unico che Lanvin spenneller ovunque, sugli abiti, sulle borsette, sulle mantelle e anche sulle pareti della sua camera da letto. La dama battezzer il suo celebre blu Quattrocento perch fa quello che vuole, e ne ha tutte le ragioni. In seguito, creer anche il verde Velsquez ma questa  un'altra storia che Marcel non racconta, visto che il suo turno al torneo  finito.
Io non lo sapevo, che si possono fabbricare i colori. Non sapevo nemmeno, all'epoca, chi fossero Velsquez, il Beato Angelico, e tanto meno Vionnet, o Lanvin Jeanne. Con Marcel imparo un sacco di cose, anche se non capisco la met di quello che dice.  il problema di Marcel, vive a Parigi da venticinque anni ma proprio non si direbbe.
Eppure nella mia mente  tutto chiaro come l'acqua di fonte si lamenta lui, e questo significa che pensa dritto ma parla storto.
Qualcosa deve essersi inceppato tra il suo cervello e la sua gola, ha un accento cos puntuto che ci si potrebbe appendere il cappotto, e una grammatica molto personale, non certo quella che imparo io alla Alliance Franaise: lui mette tutte le parole nel suo cappello e poi lo scuote. Alla fin fine, non parla n l'yiddish, n il francese, n il polacco, parla il Marcel, una mescolanza di tutte queste lingue in cui galleggia orgogliosamente, come un pesce rosso che fende i flutti oscuri, un vocabolo francese eccezionalmente corretto che io porto al corso serale per la traduzione. Cos, nella storia di Lanvin tengo da parte fronzolo e sbieco in quella di Vionnet l'avventuriera. Da quando lavoro presso Marcel,  molto semplice, ho l'impressione che il mio cervello sia raddoppiato di volume, ma non  questo l'aspetto pi interessante, no di certo. L'elemento pi accattivante di questi racconti  la libert. La sartoria come la racconta lui non  pi un bel vestito su una gruccia, non  neanche un mezzo di sostentamento,  molto meglio di cos:  vivere diversamente, all'opposto, di sbieco, come si vuole,  gettare via tutti i corsetti,  dipingere il mondo con i propri colori, e da questa visuale mi piace moltissimo.
Lanvin, lei ha iniziato svolgendo consegne aggiunge Marcel. Consegnava cappelli tutto il giorno. La chiamavano l'omnibus'. Ma non c'entrava con lei. In seguito divent apprendista, e abitava in una soffitta. Alla fine, viveva nel VII arrondissement, il pi bello di Parigi. Aveva anche un negozio di profumi che portava il suo nome sugli Champs-Elyses. Gli Champs-Elyses, signori. Un vero genio, Lanvin Jeanne. Milleottocentosessantasette, millenovecentoquarantasei.
Il mio padrone precisa sempre la data di nascita del grande sarto e la data di morte, come un'enciclopedia. Quando chiude la parentesi, per lo pi,  troppo tardi: il prestigio degli eroi del ditale ha avuto il tempo di insinuarsi tra noi e di pietrificarci, noi lavoranti, noi addetti allo stiro, noi giovani sarti della rue Basfroi. Il loro prestigio e anche la loro folle ascesa, la loro incredibile galoppata dai sottosuoli oscuri della vita al Panthon della moda, ecco che cosa ci fa sognare, con l'ago in aria, il piede alzato, nel silenzio del laboratorio minuscolo e surriscaldato.
Ma che cosa fabbrichi, esattamente, dal tuo Marcel?
Abiti, pap, ornamenti per signore, vestiti, gon...
Non trattarmi da imbecille, per favore. Cos' questo torneo delle chiacchiere?
Non glielo rispiego per principio, ci ho gi provato dieci volte, e fa sempre finta di non capire. In realt mio padre vorrebbe che io ascoltassi soltanto i suoi racconti, lavorando con lui, nella sua sartoria destinata a diventare, ovviamente nel lungo periodo, la mia. Pi mi vede felice nella bottega del suo vicino, pi diventa imbronciato,  quasi peggio che all'epoca in cui sognavo di fare l'idraulico.
Lo sai che il su misura maschile  un settore portante, oserei dire anche un artigianato d'eccezione, vero, Tomas?
S, pap.
Io posso insegnarti tutto quello che so, figlio mio, e in materia ne so davvero tanto...
Grazie, ti ringrazio molto.
In questa fase della conversazione, si potrebbe tagliare il silenzio con le forbici.
Mi sei rimasto solo tu, vuoi che muoia senza lasciarti quello che ho, Tomi?
Smettila, per favore.
Quasi sempre, mio padre si riprende e con un respiro profondo dice: Dicono che l di fronte smettete di lavorare per raccontare le vostre storielle.  vero?
S, a volte capita.
Allora mio padre esplode per l'indignazione: Se tutti gli ebrei di Parigi facessero come voi, i parigini non avrebbero pi niente da mettersi!
Mio padre lo dice spesso: Se gli ebrei di Parigi smettessero di lavorare, le donne della capitale non avrebbero pi niente da mettersi... E ogni volta immagino la scena: non un solo vestito nei negozi, non una camicia dai sarti, pi niente negli armadi... Il deserto sartoriale. Le parigine costrette a uscire per strada e a salire sul metr in biancheria intima, le ragazze nude sulle panchine, nude al mercato e in coda al cinema, e anche sulle barche del bois de Vincennes... Il sogno. Nella realt, non  andata proprio cos, Marcel mi ha spiegato tutto. Nel 1943, i sarti ebrei di Parigi hanno smesso di sgobbare, e a ragion veduta: i tedeschi hanno razziato i tre quarti delle persone che svolgevano la professione, tra cui i due figli del mio padrone, di sedici e diciotto anni. Il mercato della confezione  stato diviso in quattro in mancanza di manodopera, e anche in mancanza di tessuto. Il cuoio, il cotone e la lana erano per i tedeschi. Ma le parigine non sono dovute uscire nude. Si sono arrangiate facendosi dei cappelli con i trucioli di legno e le camicette con le lenzuola.
Non era pi moda, era bricolage geme Marcel. La civilt arretrava.
In seguito i tessuti sono ricomparsi nelle sartorie, ma i figli di Marcel no. Le loro macchine per cucire li aspettano sotto la finestra, accanto al tavolo da taglio. Nessuno ha il diritto di usarle.
La macchina  come l'animale: reagisce bene solo al padrone. La relazione tra uomo e macchina  fondamentale.  cos che si fa un buon lavoro.
Io voglio bene a Marcel. Ci fa provare la sensazione di realizzare tutti insieme qualcosa di molto importante, di aggiungere il nostro punto a una specie di opera antica, sublime e complessa: vestire le donne, anche se in pratica ci si accontenta di cucire grembiuli per le clienti grassocce del Bon March.
Quando Marcel ha finito di raccontare, tocca a Sandor. Durante il torneo delle chiacchiere, Marcel distribuisce la parola in senso antiorario, senza dare spiegazioni, semplicemente fa quello che vuole perch il padrone  lui. In sartoria, Sandor  l'addetto allo stiro, ossia passa con il ferro da stiro i pezzi appena fabbricati. Era il mio lavoro quando sono arrivato a Parigi, due anni fa: stiravo le false pieghe e aprivo le cuciture dalla mattina alla sera in una sartoria di rue des Archives. Al quinto piano sotto i tetti c'erano quaranta gradi e stando sopra il ferro da stiro era anche peggio. Io lavoravo in mutande per avere meno caldo. Fortunatamente mi sono evoluto, da Marcel sono un lavorante, assemblo indumenti tenendo addosso i miei ed  Sandor a sudare.
Il ragazzo ha qualche anno pi di me. Ha deviato per Mauthausen prima di approdare in rue Basfroi ed  appassionato di animali, piume, peli, squame, conosce tutto. Uno cos non c'entra niente con una sartoria, si sentirebbe molto pi a suo agio nel serraglio del Jardin des Plantes oppure al Museo di storia naturale, ma la guerra ha rimescolato le carte: il mondo intero si trova dietro un'asse da stiro. Grazie a Sandor, tutta la sartoria sa che gli ippocampi maschi partoriscono, che un pitone pu ingollare un coccodrillo e che, appena nati, certi uccellini si lanciano dall'alto di una roccia senza nemmeno saper volare. Il peggio  che gli animali di cui parla Sandor sopravvivono alle loro avventure e tutto finisce bene, niente da dire: alla grande lotteria della vita quelle bestiole sono avvantaggiate e lo stesso vale per il torneo delle chiacchiere, dove Sandor vince quasi a ogni giro. In realt non vince niente, solo il famoso panache che non si mangia in insalata, ma comunque lui ha la meglio su di noi.  irritante.
Dopo Sandor,  la volta di David.  un lavorante come me, ma  francese, ed  un donnaiolo. Ogni settimana una ragazza diversa lo aspetta davanti alla sartoria, sono quasi sempre brune con i capelli lunghi e le caviglie sottili, di cui ci si diverte a immaginare in anticipo le misure, generalmente comprese tra 85-57-85 e 95-67-105. La fase successiva del gioco, ovviamente,  promettere alla fanciulla un vestito gratis, un pretesto per verificare le nostre intuizioni con il metro a nastro. Chi si  piazzato nelle larghezze massime offre da bere a tutti da Camille. Quando, al torneo delle chiacchiere, tocca a David, lui parla di quello che conosce meglio: le sue conquiste. Non le racconta tutte nei minimi dettagli, soltanto le pi rocambolesche: quella gi fidanzata, il trio, la madre della ragazza, la figlia del sindaco, ecc. Quando David ha finito di tenere banco, la parola passa a me.
La concorrenza  forte e il mio francese approssimativo, ma quando si tratta di chiacchiere so cavarmela. Il mio cavallo di battaglia  il racconto di viaggi, o quanto meno del mio viaggio: Beregszsz-Parigi passando per Satu Mare, Budapest, Sopron, Vienna, Salisburgo, Ansbach, Monaco e Forbach. Cinque o sei confini attraversati a piedi, in treno, su un carretto e a nuoto, tutto questo per evitare l'URSS, il percorso cattura il mio pubblico anche al quinto racconto. Va detto che ogni episodio possiede la sua quota di colpi di scena, l'unico interesse del viaggio clandestino: niente di quello che succede durante il percorso  veramente previsto nel programma. Da vivere non  certo una meraviglia, ma raccontandolo acquisisce ben altra importanza. Sono soprattutto i passatori a movimentare le mie storie: ladri, farabutti, pazzoidi, sono i personaggi principali. L'ultimo, quello che mi ha accompagnato da Monaco fino a Forbach, era un tipo stravagante che trafficava in ogni genere di mercanzia. Aveva portato con s un grosso pacco di polvere bianca mai visto da nessuna parte. Nella sua sacca, accanto a quella strana farina, quel tale aveva anche due spuntini, una collezione di cocottine in carta di giornale, tre paia di calze, un passaporto usato e degli occhielli metallici per tenere ferma la mia foto che era stata aggiunta sopra, pi diverse matite speciali per falsificare il visto in rilievo.
La mia borsa  come le Galeries Lafayette diceva, vi si trova di tutto.
Ho capito il senso di quella battuta mesi dopo, passando in rue de la Chausse d'Antin.
Nella sartoria, spesso sono l'ultimo a raccontare. Dopo di me bisogna riprendere a sgobbare sul serio. Una volta ero in gran forma, e i ragazzi hanno applaudito alla fine del mio racconto, si sentivano risuonare gli applausi in cortile. E, in ogni caso, io non racconto proprio tutto. Del centro per rifugiati, per esempio, non racconto mai. Era in Germania, verso Ansbach, nella zona americana, ci siamo ritrovati laggi dopo la fuga da Beregszsz. Io e mio padre siamo rimasti laggi quasi un anno. Io ne ho combinato delle belle, potrei vincere il torneo delle chiacchiere a mani basse... In quel centro c'erano pi di seimila rifugiati come noi, ucraini, ungheresi, polacchi, yugoslavi, ex deportati, apolidi, estromessi dai cambiamenti di frontiere, tutti quelli che non volevano tornare a casa loro perch casa loro non esisteva pi o perch a casa loro la Liberazione non aveva cambiato niente: gli ebrei continuavano a non essere amati. Ci chiamavano i profughi, in inglese Displaced Persons, ed era proprio l'espressione adatta: noi, i DP, eravamo in transito, senza patria, senza famiglia, senza valigia, senza nient'altro che la voglia di emigrare. Un anno nelle baracche ma non ci lamentavamo, in tutti i casi non ne avevamo veramente il diritto. La cosa peggiore era il cibo che ci distribuivano, il minimo per non morire di fame. Non avendo neppure di che vestirsi, i DP cercavano qualche straccio al mercato nero. Mio padre ha scovato del tessuto e ha ricominciato a cucire. Io lo aiutavo, e si lavorava in camerata. Fai cos, questo non va bene, pi a sinistra, attenzione, le regole del mestiere, Tomi, le regole... Avevo voglia di uscire da l, ma non eravamo ufficialmente autorizzati a uscire dal centro. Quando mio padre ha venduto la sua prima camicia,  venuto da me con il denaro e un sorriso condiscendente, del genere Hai visto che so uscire da tutte le situazioni, di colpo era pi alto di quindici centimetri, quasi quasi spiccava il volo. Qualche giorno dopo io ho messo a segno il mio primo colpo: le mele.
Tutti avevano fame al centro, chi pi chi meno, c'erano ragazzi che nascondevano il cibo sotto il cappotto per poi venderlo, e un giorno mi sono lanciato anch'io. Ho sottratto un po' di denaro a mio padre e sono scappato senza permesso in direzione campagna, in treno, in mezzo a due vagoni per non pagare. Sono ritornato al centro senza dare nell'occhio con tre sacchi di mele: vendute tutte in cinque minuti. Grazie ai soldi delle mele, ho comprato del tabacco, grazie al tabacco dei francobolli da collezione. Gli americani sono impazziti per quei francobolli, sopra c'erano uccelli e monumenti, in cambio mi hanno dato delle pietrine per gli accendini, vale a dire lingotti d'oro. Dopo, tutti i DP mi correvano appresso, ero diventato Tomi-trova-tutto, il campione dell'arte di arrangiarsi, il re del black market. Se gli sbirri mi avessero colto sul fatto, il mio dossier d'immigrazione sarebbe finito direttamente nella spazzatura. Non avevo paura, ovviamente, soltanto un po' di vergogna ogni tanto, quando un DP si fermava davanti a me e mi fissava senza chiedermi niente. Era come se mi specchiassi nei suoi occhi, con le guance arrossate, le braccia ossute, intento a vendere agli affamati. Ma la vergogna passava in fretta. Non facevo che pensare alla transazione successiva. Gli affari andavano bene e io avevo la pancia piena. Mio padre aveva il talento, io avevo l'audacia, e tutt'e due rendevano bene. Anch'io eccellevo, nel mio ambito.
Marcel non apprezzerebbe che io raccontassi questo genere di storie. Non gli piacciono gli intrallazzi, lo scrocco, il mercato nero. Non sa niente di quello che ho fatto dopo la Liberazione, o prima. Crede che io sia un tipo per bene. Ma i tipi per bene sopravvivono, in Francia?
Sono arrivato da Marcel per caso. Avrei potuto essere ingaggiato altrove, di sartorie ce ne sono tante da queste parti. Il nostro passatore non aveva mentito: Parigi  il paradiso dei sarti. Paradiso magari  esagerato, ma quanto ai sarti non c' dubbio. Tra rue de la Roquette e place Saint-Paul, ci sono cinque ebrei in ogni stanza che si chiamano tutti Schneider, Nadel, Szabo, Portnoy o Fingerhut: con questi cinque nomi si descrive un sarto in tutte le lingue dell'yiddishland. Non so come facciano i polacchi e gli ungheresi a vestirsi in patria, perch ormai la professione si esercita a Parigi. Va detto che il settore  molto attivo. Ovunque si cercano finitori, addetti allo stiro, tagliatori, pellicciai, berrettai. La Francia ha bisogno di vestirsi e noi abbiamo bisogno della Francia, cos tutti si ritrovano nell'industria della confezione, anche quelli che si chiamano Rabinovitch o Tabashnik e che non erano propriamente predestinati al lavoro di ago e cucito. Mio padre si  installato in rue Basfroi, di fronte alla sartoria di Marcel. Mi ha subito rubato l'occhio, la bottega di Marcel, con tutti quei fronzoli in vetrina, quella profusione di colori e le lettere dorate. Un giorno Marcel  uscito sulla soglia: Sembra che ti interessi, la confezione per signora!
Non essendo una domanda, sulle prime non ho detto niente.
Sai cucire a macchina?
A quel punto ho risposto s, perch era pi o meno l'unica parola che pronunciavo correttamente in francese, e poi era vero almeno in parte: avevo cucito con la macchina a pedali di Dora, quando mi avevano deportato. Marcel mi ha fatto entrare.
Siediti l e aspettami, ho un cappotto da consegnare.
Mi sono ritrovato da solo davanti alla macchina per cucire di Marcel. Una macchina elettrica, niente a che vedere con quelle del Lager. L'ho avviata per esercitarmi di nascosto prima che tornasse il padrone. Solo che lui  ritornato prima del previsto e mi ha sorpreso a cucire cos come mi veniva, senza la sua autorizzazione. Avrebbe dovuto buttarmi fuori prima ancora di avermi assunto, e invece no, mi ha mostrato come funzionava la macchina.  sempre cos, con Marcel: potrebbe essere deluso o soddisfatto di me, ma sceglie sistematicamente la seconda opzione.
Il lavoro extra, per esempio: io lo accetto sempre. Marcel  convinto che io sia coraggioso e volonteroso. Non ha capito un bel niente. La verit: quando mi metto a cucire, non ho le visioni. Non rivedo il campo, le punizioni, l'appello o peggio. Mi concentro, l'ago passa e ripassa, ripetendo ogni gesto mille volte pian piano divento il filo, divento l'ago, sono il tessuto su cui lavoro e l'aria che respiro, il ritmo della macchina e il rumore della sartoria. Quando lavoro, come quando ballo, io dimentico. Mi alzo alle cinque del mattino, prendo il primo metr e fino a sera assemblo camicie eleganti, camicette con le nappine, gonnelline a fiori. Inoltre tutto  pagato in moneta: pi si lavora pi si guadagna meglio si vive, sembra una magia,  meraviglioso,  automatico, niente pu impedire che succeda, in Francia. A volte, di sera, immagino il mucchio di soldi che aumenta e tutto quello che potr comprarmi un giorno, le scarpe di cuoio lucido, la formula entre-plat-dessert al ristorante, l'automobile, perch no, a furia di immaginare potrei lavorare per tutta la notte, e spesso mi capita di farlo.
All'inizio, Marcel mi affidava dei pezzi semplici, poi sempre di meno. Sembra che si diverta a gettarmi ai piedi pile di camicie da notte impossibili, con le tasche strane, oppure abiti a grembiule impreziositi da risvolti e galloni, un intero arsenale di dettagli strampalati che richiedono una tecnica che io non ho. Penso spesso di rifiutare ma al solo pensiero nella mia mente si avvia un film atroce: rifiuto il lavoro, arriva il kap, la terra si spalanca sotto i miei piedi e m'inghiotte.  anche per questo che non dico mai di no. Dico s a Marcel, i pensieri cupi ritornano da dove sono venuti e io mi ritrovo con trentasei puzzle di camicie da notte di cui non so cosa fare e che non so da che parte prendere. Avrei voglia di lacerarle tanto mi innervosiscono, comincio a cucire poi a scucire poi a ricucire, poi strappo tutto e ricomincio. Finalmente ne vengo a capo con un piacere supremo: le camicie da notte cadono in modo impeccabile. Potrei urlare di felicit, librarmi in volo sopra la tour Eiffel, appagare dieci donne dai capelli rossi nel mio letto. Sono superpotente, questo  certo, e allora vado a ballare e danzo fino al mattino. La felicit, per, c' solo nel migliore dei casi. Nel peggiore, dopo ore di lavoro inutile, decine di pigiami spaiati rimangono ancora sul pavimento in un disordine spaventoso, e io non concludo niente. Allora attraverso la strada al galoppo e mio padre mi aiuta brontolando. Gli dispiace che io dilapidi energia confezionando indumenti dozzinali per casalinghe, un esercizio futile a suo modo di vedere, mentre potrei fargli da assistente lavorando nelle alte sfere del su misura da uomo, in una sartoria seria dove non si raccontano storie e si fabbricano completi grigi destinati a durare una vita. Comprende tutto, mio padre, ma al contrario. Marcel, invece, comprende nel senso giusto, e io lo preferisco.
Va bene, Tomi, va molto bene.
Agli occhi di Marcel, tutto quello che faccio va sempre molto bene. Non mi trova collerico: per lui ho carattere. Secondo lui non sono impaziente, sono veloce. L'altro giorno mi ha perfino detto che sono studioso. Io non l'ho contraddetto e quando ho compreso il significato della parola mi  venuto in mente il giorno in cui Hugo e io avevamo appiccato il fuoco alla cartella del maestro di scuola e io morivo dal ridere.
 un peccato che tu abbia smesso di andare a scuola. Dovevi essere bravo.
Mi distraggono, tutte queste cose belle che il padrone pensa di me, cos non mi preoccupo di disilluderlo. Lui mi vuole bene cos, Marcel, in base a un malinteso.
Crede che io mi lasci abbindolare, questo stupidotto, ma io mi accorgo dei suoi intrallazzi. Rivende tutto alle mie spalle, i miei cartamodelli, i miei ritagli, tutto, non appena giro l'occhio si mette a contraffare i miei modelli. Anche quello che gli insegno Tomas lo rivende: d lezioni a pagamento ai principianti che vogliono diventare sarti e ne sanno meno di lui. Si capisce subito che questo ragazzo l'hanno cresciuto i nazisti, ma non me ne importa: quello che si pu forgiare in un senso si pu forgiare in un altro, un bambino, anche se  gi grande,  malleabile come un metro a nastro. Me l'ha insegnato Yvonne, tanto tempo fa. Lei ci sapeva fare con i nostri figli, usava il guanto di velluto. Tomas le sarebbe piaciuto, nonostante i suoi intrallazzi. Lui si prende gi sul serio, sta sempre dietro di me a guardare il mio modo di cucire, di tagliare. Osserva, prova, spesso riesce, gli basta stare a guardare per comprendere, a volte sbaglia, e si arrabbia. Detesta non farcela.  ostinato! O anche peggio, ha la testa dura come i sassi.
Mi ricorda Jean, il maggiore dei miei figli. L'avevamo chiamato Jean in onore di Jean Patou, il grande sarto (1887-1936). Negli anni Venti, quando io ero appena arrivato a Parigi, Patou aveva creato degli abiti da ballo di una raffinatezza incredibile, tubini di seta plissettata con drappeggi ondeggianti, fiori arricciati in vita, lustrini a non finire, e tutta quella seta, e chiffon, perle, solo per riflettere la luce. Chiss perch nessuno ci aveva pensato prima, ai riflessi dorati degli strass che avrebbero fatto scintillare la figura sottile delle danzatrici sulla pista da ballo. Jean Patou ci aveva pensato. Un genio, Jean Patou. Con Yvonne, ci eravamo detti che un bambino con un nome come quello doveva per forza sviluppare un'intelligenza fuori dal comune. Ballavamo molto, con Yvonne, prima della guerra.
Anche a Tomas piace ballare. Certe mattine arriva in sartoria con dei cerchi scuri sotto gli occhi. Immagino che suo padre l'avrebbe fatto a pezzi volentieri. Herman non  il genere di uomo a cui piace la danza. Non l'ho mai visto far altro che lavorare.  dotato, anche molto dotato, io non glielo dir mai, perch gli farebbe troppo piacere, ma lui lo sa, basta guardare come va fiero del suo titolo, mastro sarto... Stupidamente crede di non essere riuscito a trasmettere niente, e che la sua arte morir con lui. In realt Tomas ha in s il talento del padre, sopito. Bisogna soltanto farlo emergere.
Tu che ami il progresso...
Ecco com' iniziato. Avrei dovuto stare in guardia.
Non vorrai fare il lavorante per tutta la vita...
Il padrone aveva in mente un'idea precisa.
Non hai mai pensato di riprendere a studiare?
A quel punto ho presagito la catastrofe.
Perch me lo domandi, Marcel?
Perch rispondi sempre alle mie domande con un'altra domanda?
Perch non dovrei?
Sta' zitto, Tomas, e ascolta: l'ORT propone dei corsi gratuiti.
L'ORT  un'associazione filantropica ebraica. Quando siamo arrivati a Parigi, mio padre e io frequentavamo la loro mensa, un luogo meraviglioso dove potevamo mangiare senza pagare. Secondo Marcel, l'ORT offriva anche corsi di formazione per lavorare nell'ambito del tessile a gente come me, strappata agli studi o alla famiglia dalla guerra e costretta a guadagnarsi la vita nel pi breve tempo possibile. Avrei potuto ribattere che mi guadagnavo gi la vita grazie a lui, ma Marcel ha insistito, i corsi dell'ORT erano gratuiti e qualificati, poi ha concluso: Sono sicuro che sarai il migliore, ragazzo.
A quel punto ho detto s a Marcel, come sempre.
La sala d'attesa dell'ORT  decisamente affollata. Diciannove persone davanti a me e allo sportello la segretaria mastica una specie di caramella elastica. Ha i capelli rossi legati a coda di cavallo che dondolano al ritmo della sua masticazione, zigomi enormi e l'aria di annoiarsi tantissimo.
Il prossimo!
Si fa avanti un tizio con una pila di documenti in mano. I suoi capelli formano una specie di corona vuota e di spalle, a causa di questa tonsura, gli si darebbe una cinquantina d'anni, ma di faccia soltanto venti. La rossa allo sportello pondera lentamente il dossier che lui le porge. Tra una pagina e l'altra, lei gonfia le guance e soffia nella sua caramella per formare una bolla. Quando, al posto della bolla, compaiono i suoi due denti davanti, lei scuote il capo, esasperata. Non ho mai visto una ragazza che assomigli tanto a uno scoiattolo.
 interessato a un corso di formazione? domanda al semi-calvo con un sospiro.
S, o forse no, stavo per presentare la tesi quando la guerra...
La sportellista ha ormai perso la pazienza, la sua coda oscilla come un metronomo.
Qui leggo: niente famiglia, nessuna entrata, conferma?
Il giovane vecchio abbassa il capo, il suo cranio luccica.
S risponde con un bisbiglio.
Allora, per la formazione, edile o tessile?
Quel tizio farfuglia qualcosa, poi si riprende: Intendevo dire che sono medievalista, specializzato nella pittura del...
D'accordo, edile.
Davvero? E parlo cinque lingue.
Benissimo. Telegrafi. Riparatore. Comincia la settimana prossima. Buona fortuna, signore. Il prossimo!
Il signore in questione rimane immobile davanti allo sportello, sconcertato. La fila di gente in attesa si allunga a dismisura, adesso c' gente anche sulle scale.
Non spingete l dietro...
Ma come si permette!
Un po' di rispetto, ho perso i miei genitori.
Anch'io!
 la volta di una signora con un raccoglitore spesso come due volumi dell'enciclopedia. Mormorio di desolazione tra la folla, bisogner aspettare un'eternit.
L'ufficio accoglienza  tappezzato di manifesti che vantano le virt del lavoro. Il lavoro  la cosa importante, per le associazioni, la cura definitiva. Che quel poveretto in fila abbia perduto una gamba, la famiglia, o soltanto la sua bottega, la ragazza allo sportello gli propone sempre la stessa soluzione: una formazione professionale. Non so se la mutua assistenza non ebrea funziona allo stesso modo, ma per gli ebrei attualmente il lavoro costituisce la panacea, contro la pauperizzazione, ovviamente, ma anche contro le idee cupe, l'angoscia, la solitudine, le crisi di nervi e i rimuginii, contro la depressione e per la stima di s, ma sarei pronto a scommettere che il lavoro fa meraviglie anche contro l'eczema e i piedi equini. Sono due ore che aspetto, lo scoiattolo ha smesso di fare le bolle, tocca a me.
Che cosa desidera questo giovanotto?
Desidera perfezionarsi. O meglio IO voglio perfezionarmi, in sartoria.
Ma s... E in che cosa precisamente?
Ehm... In sartoria.
Ho capito, e poi?
La sportellista parla a voce molto alta. Ci ascoltano tutti. Incomincio a sentire caldo.
Non so...
Come?
In tutto, ecco, voglio perfezionarmi, in tutto.
Questa s che  bella, hai sentito, Monique? Vuole perfezionarsi in tutto!
Lo scoiattolo sospira: Tutto, giovanotto, non  una disciplina. Qui proponiamo formazioni professionali altamente specializzate per riallacciare efficacemente e al pi presto i contatti con il mondo del lavoro e l'intensa soddisfazione che ne deriva.
Prova a fare una bolla con la caramella, non ci riesce, aggrotta la fronte, mette di nuovo a posto la frangia ed estrae un grosso raccoglitore.
Alloooooora, in sartoria proponiamo i seguenti corsi: taglio per uomo, taglio per signora, confezione sartoriale, pelletteria, corsetteria...
Una lista interminabile. Proseguendo, la rossa abbassa il tono di voce.
... biancheria intima, sartoria, alta sartoria...
Eh?
Ripeto: BIANCHERIA INTIMA, SARTORIA, ALTA SARTORIA.
Alta sartoria? Come Madeleine Vionnet? Come Lanvin Jeanne?
Lo scoiattolo scoppia a ridere: S, proprio cos. E al termine della sua formazione lei avr una boutique di mille metri quadri e il suo nome a lettere d'oro sugli Champs-Elyses.
Mi prende in giro, questa idiota. Potrei spiegarle che certi sarti hanno cominciato facendo le consegne a domicilio per poi finire in pigiama bordato di visone in un palazzo del VII arrondissement, ma lei non merita che io perda il mio tempo. Una volta firmato il modulo d'iscrizione alla formazione di alta sartoria, me ne vado immediatamente, con l'immenso piacere di aver visto la prima grossa bolla dello scoiattolo scoppiargli sul muso.
Kiss Haute Couture... Suona bene!
Marcel  lungimirante. Sono iscritto al corso dell'ORT da nemmeno tre giorni che lui fa gi posto sul muro della sartoria per appendervi la mia immagine, proprio accanto al grande Jean Patou.
Il fumo dell'arrosto non riempie la pancia borbotta mio padre, che ha sempre pronto un proverbio demoralizzante.
In questi casi, Marcel gli punge la mano con uno spillo.
La speranza, Herman, la speranza fa vivere.
Marcel spera molto, globalmente. Per questo ha cambiato nome, con il tempo. Pensava che chiamandosi come un grande sarto parigino avrebbe finito per diventarlo. Il mio padrone crede che i sognatori pi ostinati finiscano sempre per mangiarlo, l'arrosto. Pensa che l'esistenza si lasci prendere per sfinimento, e un giorno o l'altro quello che le abbiamo chiesto arriver. Conserva la macchina per cucire dei suoi figli per la stessa ragione, la speranza. Mio padre non condivide questa religione, del resto non sono mai d'accordo su niente, lui e Marcel, n sull'arrosto, n sulla speranza, n sui bambini, n sui sogni e ancor meno sulle macchine per cucire.
Marcel si fida solo e unicamente delle Singer. Secondo lui, sbaragliano la concorrenza con il loro corpo affusolato, la lucida base in ghisa con intarsi di madreperla e, soprattutto, la loro bobina circolare. Il mio padrone ha anche fissato con le puntine sopra la sua macchina preferita una breve biografia di Isaac Singer, il fortunato fondatore dell'azienda omonima. L'articolo  arricchito da un ritratto del grand'uomo in posa per i posteri, con un mantello da imperatore sulle spalle e un orologio d'oro da taschino: il mondo  suo. Ogni volta che mio padre scorge quel quadro, i suoi occhi e le sue mani si alzano con la stessa indignazione verticale, chiamando il cielo a testimone di quell'intollerabile frode. Lui rimpiange ancora la Pfaff che ha lasciato a Beregszsz e la sua nostalgia suscita polemiche nella sartoria di Marcel, perch ciascuno degli oratori tenta di dire il fatto suo all'altro nel suo francese approssimativo: Singer non ha inventato niente, ha soltanto perfezionato la macchina dichiara mio padre. Non merita tutto quel successo. La Pfaff  molto meglio.
Calunnie! esclama Marcel quasi soffocato dall'indignazione. Singer  un genio! Il pedale  lui! Prima di lui la macchina non aveva pedale. La manovella e basta. Senza Singer dovresti smanovellare ancora sulla macchina come un... palombaro. Grande talento, Singer. Recitava anche a teatro.
Un impostore taglia corto mio padre, definitivamente convinto dall'argomento del teatro.
Quell'uomo aveva due mogli e tre amanti precisa il mio collega David con un cenno del mento che esprime la sua ammirazione, lo sguardo inchiodato all'articolo. Ha anche avuto ventiquattro bambini.
Nella sartoria cala il silenzio.
Herman, ascoltami: Singer molto intelligente. Vendute prime macchine a credito, per niente care: cinque dollari. Le americane le hanno prese d'assalto. Un genio, Singer. Milleottocentoundici, milleottocentosettantacinque.
A questo punto della conversazione, mio padre china il capo. Fino alla prossima volta.
Discutiamo spesso, Herman e io. Con lui  facile, lavora proprio di fronte e abbiamo pi punti di discordia che capelli in testa. Per esempio: Herman preferirebbe che suo figlio facesse il sarto da uomo, come lui. Non capisce niente della moda femminile, Herman, la trova volubile, dittatoriale.  il motivo principale dei nostri battibecchi e, quando abbiamo esaurito la questione, lui mi prende in giro per il mio accento. Anche questo  facile.
Inizialmente ho amato la Francia da lontano. Mio padre diceva: Un paese capace di dividersi per un ebreo... Teneva da parte tutti gli articoli sul caso Dreyfus. Quanto a me, ho sempre ammirato le donne eleganti sul giornale. Sono arrivato nel 1925 alla Gare de l'Est e subito sono andato a sbattere contro il francese. Sull'autobus una scritta ammoniva: Si prega di non parlare al conducente. Impronunciabile. Il francese... Con i suoi malefici tranelli, i suoi verbi che mutano, le sue lettere mute che ti aspettano al varco apposta per farti incespicare, e le sue e, le sue e impronunciabili... Sono caduto sul francese e non mi sono mai risollevato. Fortunatamente sono caduto anche su Yvonne. Quasi nessuna e nel suo nome, buon segno. Lei prendeva l'autobus 27 e io il 21, ci siamo incrociati al Luxembourg. Lei portava un cappellino e stava andando in chiesa. Il mio accento non la disturbava, voleva sempre che le raccontassi delle storie, storie che finissero bene, altrimenti si nascondeva nel cappellino per asciugarsi gli occhi. L'ho sposata immediatamente. Erano tutti contrari, ma a Yvonne non importava, lei mi preferiva al mondo intero.
Quando mi hanno catturato, nel 1943, lei ha inviato decine di lettere alla polizia, al Maresciallo, al Commissariato generale per le questioni ebraiche, ci mancava solo che scrivesse personalmente a Dio. Grazie a lei, io non sono rimasto a Drancy. Mi sono ritrovato a Bassano, nel XVI arrondissement. Bassano  una specie di hotel particulier con portoni giganteschi, modanature, dorature fino al soffitto, e prima dell'occupazione apparteneva a degli aristocratici. Quando a Parigi  iniziato il saccheggio dei beni degli ebrei, i tedeschi hanno usato quel bel palazzo per depositarvi quello che ci sottraevano. O meglio non proprio tutto, perch non c'era spazio sufficiente. I pianoforti venivano ammassati al museo dell'Arte moderna, per esempio, mentre gli oggetti di uso comune come tende, stoviglie, giocattoli erano in rue de faubourg Saint-Martin presso Levitan. A Bassano hanno piazzato solo le cose pi preziose: i mobili d'eccezione, la porcellana fine, i cristalli, i candelabri d'argento... Un tesoro. Per custodirlo occorrevano delle braccia, cos i crucchi hanno pescato, tra gli internati effettivamente presenti a Drancy, una sessantina di persone, ebrei come me con il coniuge ariano oppure mezzi ebrei e anche alcune mogli di prigionieri... Essendo un po' meno deportabili degli altri, mentre quelli di Drancy partivano per l'Est, noi siamo stati trasferiti a Bassano. Laggi eravamo prigionieri delle cose belle. Bisognava smistarle, pulirle, a volte ridipingerle, impacchettarle in grandi casse di legno etichettate con cura a seconda del destinatario: una G per Goering, una H per Hitler. In aggiunta, io sapevo cucire. In quei locali i tedeschi hanno ben presto installato un'autentica sartoria, con tutto il materiale per farsi confezionare abiti. Impazzivano per la moda francese, naturalmente, e non era certo la materia prima che mancava. Ricevevamo montagne di tessuti, lane, visoni, pellami, sete, e altre meraviglie, rubate nelle sartorie degli ebrei. A volte c'era ancora l'etichetta sul rotolo, con il nome del collega scritto sopra, sarto Birenbaum, Maison Simon, confezioni Krakowski. Era nella vita di quelle persone che si tagliava, nel loro lavoro.
Nel laboratorio sartoriale di Bassano c'erano tre sarti per uomo e tre per signora, una decina di sarte, eppure non bastavano. I tedeschi ci passavano cos tanti ordini che non riuscivamo a evaderli. Abiti, giacche, completi ma anche scarpe, visoni, a Bassano c'era anche un laboratorio di pellicce, di pelletteria, un calzaturificio... Quelli della Dienststelle Westen avevano i loro uffici a fianco, in avenue d'Ina, era comodo per loro: di giorno organizzavano i saccheggi e di sera venivano a spartirsi il bottino. Il capo, von Behr, si  fatto fare decine di paia di stivali e un numero spropositato di completi. Sua moglie era anche peggio, perch pescava direttamente tra gli arrivi. Era uno spettacolo, la Baronessa, quando si tuffava per prima nel mucchio delle borsette e prendeva al volo quella pi adatta al suo completo nuovo... Veniva spesso. Non voleva perdersi le migliori occasioni.
Quando sono uscito da Bassano, nell'agosto del 1944, Yvonne c'era. Mi aspettava. Non ballava pi, era gi malata. Erano scomparsi tutti, i vicini di casa, gli amici, anche i bambini. Quelli che cercavano i loro cari scomparsi non li trovavano pi, e neanche i loro mobili, o le loro stoviglie, o le loro scorte di tessuti, pi niente, cercavano qualche traccia ma non ce n'erano pi. Quelle tracce, con le mie mani e i miei aghi, le avevo cancellate, avevo partecipato alla grande sparizione spedendo casse, ridipingendo mobili, trasformando tessuti in abiti... Se ci ripenso adesso, ogni volta che prendo in mano le forbici,  come un debito impossibile da saldare. Ci pensa anche Herman, ne sono sicuro. Il giorno in cui l'ho incontrato, gli ho chiesto subito in quali campi era stato, in Germania. Lo chiedo a tutti quelli che ritornano, sperando che abbiano incontrato i miei figli. Ha impiegato molto tempo a rispondermi, Herman, lui  cocciuto, ma io sono paziente. Un giorno  entrato nella mia sartoria, si  seduto senza salutare e mi ha raccontato. Raccontano sempre, a spizzichi, a pezzi e bocconi, bisogna cogliere le parole al volo, ma poi si finisce sempre per ricostruire la trama. Anche Herman vestiva gli ufficiali militari, laggi in Turingia, i crucchi e le loro mogli, e i loro figli e le loro figlie, ma allora da dove venivano i tessuti, eh, da quale bottega ebraica, da quale laboratorio saccheggiato, Herman? Gli ho domandato anche questo. Sembrava impazzito. Non ho capito la sua risposta in tutto e per tutto (mi rimprovera di maltrattare il francese ma lui non lo parla certo meglio), ma in buona sostanza: se volevo tirare quel filo, quello che conduceva alle persone dietro i tessuti, dovevo farlo da solo e impiccarmici da solo.
Da quel giorno polemizziamo su tutto, su niente, sulla moda, abbiamo continui contrasti a parole, per dirla in modo elegante, ma quelle parole non sono che scintille, piccoli, trascurabili incendi per neutralizzare la grande sparizione. Ci si arrabbia per distrarsi. In realt Herman e io siamo d'accordo: la moda femminile  effimera, ma questo  anche il suo pregio. Infuria, travolge tutto al suo passaggio e poi scompare per riemergere l'anno seguente, diversa, irresistibile, la moda  come una cascata che ti trascina con s, a ogni stagione tu rinasci con lei, fa bene tuffarsi l dentro quando si ha molto da dimenticare. Tomas, il mio giovane lavorante, il figlio di Herman, l'ha compreso. Lui sa che la moda  un torrente, nel quale riuscir a lavare la sua memoria e a nuotare meglio di tutti noi.
I corsi dell'ORT mi piacciono molto. Tra gli iscritti ci sono molte donne, pronte ad aiutarmi quando sono in difficolt. Gli uomini in genere preferiscono il settore edile, o tutt'al pi la calzoleria. Ma al corso di alta sartoria ci sono solo le Rachel, le Esther. C' anche una Irne, bionda, di origini alsaziane.
Ripeti mi dice.
E io devo pronunciare correttamente ogni parola, nastro passamaneria orlo alamaro perpendicolare festone goffrare rammagliare intelare, molto difficili questi due, e mentre lavoriamo il tessuto Irne si dedica a perfezionare la mia dizione.
Rammagliare, eppure non  complicato, Tomi! RrraMMagliare. Ripeti ancora.
Io ripeto tutto quello che vuole e anche di pi, ma il surplus lei non vuole ascoltarlo, il mio francese le scortica le orecchie, e la fa ridere. Con i ritagli di tessuto, confeziono nastri intrecciati e fiocchi per capelli, la panettiera me li paga in croissant che io porto alla fiorista golosa e lei in cambio mi cede i suoi mazzi di fiori invenduti che io offro a Irne. Ma a lei, Irne, non importa dei fiori. A volte si china per spiegarmi un punto di cucito, e io vorrei tuffare la faccia nei suoi capelli e respirarli per l'eternit. Alla fine della giornata, non ho assolutamente voglia di tornare a casa.
Mio padre e io abitiamo non lontano dalla sua sartoria, in un appartamento che in due stanze racchiude tutto: camera, cucina, salotto, sala da pranzo. Non si corre il rischio di perdersi. Fortunatamente le toilette sono sul pianerottolo al piano di sotto, altrimenti si dovrebbe vivere incastrati, e poi questo ci consente di incrociare le vicine di casa. Hanno quasi tutte un grembiule colorato, un bambino piccolo tra le braccia e, una volta alla settimana, uno scatolone di strofinacci da orlare per un confezionista del quartiere. Hanno mille cose da fare le nostre vicine, il bucato, lavare i piatti, le compere, spolverare, cucinare, fare gli orli a mano, e solo in caso di estrema necessit si precipitano in bagno, salendo i gradini a quattro alla volta e tenendo sollevata la gonna. E, se lo trovano occupato, dovreste vedere la loro faccia indispettita... Ogni tanto, l'una o l'altra delle vicine ci invita a cena, mio padre e me. Vedendo che non ci sono donne nel nostro bilocale, sospettano che la qualit del menu ne risenta, e hanno ragione.
I pasti sono i momenti peggiori. O io o mio padre tentiamo a volte di cucinare un gulasch, mentre i giorni pi fortunati andiamo a mangiarlo da Wassermann, ma non ha mai lo stesso sapore di prima. Sembra di respirare l'assenza e questo toglie l'appetito. Se non altro, quando siamo a cena in casa d'altri, i ricordi che vengono serviti non sono i nostri. Fanno meno male. Gli abitanti del palazzo vengono dai quattro angoli del mondo, ma aglio e cipolla sono i loro due punti in comune: tre famiglie greche, cinque turche, dei polacchi pi un bretone. Nessuno di loro aveva veramente previsto di lasciare il suo paese, ma tutti sono approdati in questo quartiere perch altre zone di Parigi sono forse migliori ma anche pi costose. Alla fin fine, questo significa molte lingue e molti aromi che si mescolano sulle scale all'ora di cena, specialmente per noi che teniamo sempre la porta aperta per avere l'impressione che l'appartamento sia pi grande.
A casa vostra almeno, non c' spazio sprecato.
Marianne  la nostra vicina del terzo piano.  pelle e ossa e ha tante rughe, viene da Salonicco e ha ragione tranne che su un punto: questo alloggio non  casa nostra. A casa nostra ci sono madri, fratelli, a casa nostra si sente il profumo di dolci ai semi di papavero, casa nostra  scomparsa, ecco perch la mia vicina Marianne ha doppiamente torto: qui c' dello spazio sprecato, il mio. Lei invece non ha questo problema. Si  portata appresso il suo amato paese senza valigie, cos com'. Lei vive, mangia, fuma tanto in Francia quanto a Salonicco, come se aprendo la finestra vedesse il mare, e parla il ladino, un misto di spagnolo ed ebraico, tranne quando si rivolge a noi.
Be', insomma, a casa vostra non c' spazio sprecato.
Marianne  una persona affascinante. Qualunque cosa si dica, niente scuote mai le sue convinzioni e il suo sguardo  cos nero, cos intenso, che raramente viene voglia di contrariarla. Quando apre bocca, si ha l'impressione che stia per inveire, e invece no: ha una ricca scorta di frasi riconfortanti, che accompagna con un dolcetto al miele dal sapore incerto, quasi sempre bruciato.
Mangia,  una mia ricetta.
Grazie, Marianne, ma a dire il vero mi sono appena alzato da tavola...
Mangia, ti dico, fidati, pensa alla tarte Tatin. Tutti credevano che fosse sbagliata, che le mele fossero sopra per errore e ridevano, ma in realt era deliziosa. Prova, ti prego. Se proprio non ti piace, quanto meno  nutriente.
In settant'anni di esistenza, Marianne  diventata esperta nella piacevole arte di vedere la vita sotto il suo aspetto migliore. A casa sua, il bicchiere  sempre mezzo pieno e gli ipocondriaci del quartiere vi si ritrovano a vuotarlo, nei giorni di pioggia, in attesa del bel tempo che la padrona di casa promette per l'indomani, garantito. Quando la schiarita tarda ad arrivare, Marianne forza un po' la mano al destino secondo un principio semplice: ogni contrariet annegata in un oceano di caff forte e di buonumore finisce per scomparire. Dall'alto del suo metro e quarantacinque, si ostina dunque a riempire le tazze e a snobbare le brutte notizie. E poi canta, le canzoni di laggi, con la sua voce graffiata dal tabacco bruno misto al caff forte e, se nonostante tutti i suoi sforzi le cose si ostinano a mostrare il loro lato peggiore, la mia vicina si arrabbia:  ottimista, Marianne, ma non bisogna esagerare, anche la sua pazienza ha dei limiti. In caso di sfortuna ostinata i suoi occhi lanciano lampi, lei pesta i piedi e urla ah, se potessi, se potessi!, con le mani aggrappate alla tovaglia. Ma avrebbe una gran voglia di spaccare i piatti. Anche lei  come tutti gli altri nel palazzo, non ha i mezzi per sfogare la collera, ma il coraggio non le manca di sicuro.
Si calma fumando dei piccoli sigari e confezionando sciarpe, berretti, sottobicchieri, il tutto in merletto, sue creazioni personali che invece di offrire impone a tutti quelli che passano. Amici, confidenti, cugini, vicine di casa, il suo appartamento  spesso pieno di gente, anche il tecnico del gas se ne va con il regalino che Marianne gli ficca in tasca al momento di salutarlo. Sembra che una volta qualcuno abbia rifiutato il fazzoletto con il pretesto che ne aveva gi ricevuti sei; nessuno sa cosa sia successo a quel poveretto e Marianne rievoca spesso, con la voce tremante di collera e di umiliazione, quell'offesa inferta alla sua generosit. L'umore della nostra vicina di casa  come il cielo di Salonicco, molto bello e molto mutevole.
Il merletto non si rifiuta mai impreca lei eruttando fumo dal sigaro. Il merletto serve sempre.
Nel pomeriggio, il suo appartamento sembra un bazar pieno di fumo, popolato da tre anziane signore di origini diverse che sferruzzano a una velocit sconvolgente, ciascuna delle quali ha un'idea pressoch inamovibile sul miglior modo di procedere. Le due pi ferventi frequentatrici del luogo vengono rispettivamente da Csetnek e da Bruges, le capitali occidentali del centrino, e la loro controversia pu durare ore o anche intere giornate. Ma nella maggior parte dei casi viene interrotta dall'ingresso nel minuscolo salotto di uno dei nipotini di Marianne, cos numerosi che non sono ancora riuscito a capire quanti siano esattamente. Martine, Mriam, Monique, Mentech, Emmanuel, Michelle, Moshe, i nomi si confondono, nel gruppo sembra che tre siano realmente i suoi, mentre gli altri, ci scommetto, li ha ereditati dai vicini partiti per Drancy e mai pi tornati. Una sola cosa  sicura: sono tutti i suoi bambini, anche il colosso di ventisei anni al quale domanda sistematicamente, quando sta per andarsene, se  andato a fare la pip. Ma il peggio  che quello stupidone le risponde, con parole affettuose come le moine che non le fa pi perch ormai  troppo grande per queste cose.
Per i suoi dolci, per i suoi accessi di collera e i suoi centrini, per la sua et ragguardevole, per la sua porta sempre aperta e per mille altre ragioni, Marianne  rispettata da tutti. Quando entra in una stanza, tutti si alzano in piedi per lasciarle la sedia. Ma lei non lancia nemmeno un'occhiata alla sedia che le offrono, i reumatismi non esistono, n l'et, n il dolore, n tutte le altre scocciature che s'inventa la vita. Lei trotterella fino alla scatola di fiammiferi, accende il suo piccolo sigaro tra le dita magre e socchiudendo i suoi begli occhi neri soffia il fumo sopra le nostre teste, come se inviasse a proteggerci una nube acre e benevola.
Tutto bene, Tomichou? I tuoi corsi di alta sartoria ti soddisfano?
S, Marianne.
Il merletto te lo insegnano?
...
Parla pi forte, tesoro, non ti sento.
Ehm... no, Marianne...
No? Come sarebbe, no? Vai a cercare gli uncinetti, ti dar lezioni io. Guarda: il filo qui, poi sotto, una maglia volante, poi si ricomincia.
Provo a far valere le mie ragioni,  tardi, sono stanco per la giornata, ma non c' modo di interromperla.
Frottole! Te l'ho gi detto, piccino, il merletto serve sempre.
A nessuno, dal pianterreno al sesto piano, verrebbe mai in mente di contraddirla su questo aspetto: nell'agosto del 1941, Marianne era appena uscita per andare alla merceria a comprare del cotone con i suoi nipotini quando le guardie invasero il palazzo.
Quando cade la sera, Marianne e le sue amiche abbandonano l'uncinetto per giocare a ramino. Spesso la partita  combattuta, le anziane accendono una nuova sigaretta con il mozzicone di quella precedente, non  pi un appartamento ma una bisca per la terza et.
Allora, Tomi, hai detto a quelli della tua scuola di aggiungere il merletto al programma?
S, s, Marianne, non preoccuparti, ho trasmesso il messaggio.
Bene, tesoro. Vuoi un dolcino?
Grazie, ma non ho molta fame.
Perch quella faccia, sei triste?
No. O meglio s, un po', mi domando... Un giorno ci sentiremo di nuovo a casa nostra? E io, ci riuscir?
Marianne posa le sue carte a faccia in gi sul tavolo. Le sue avversarie disapprovano rumorosamente: interrompendo la partita proprio a met, rischia di falsarla.
Suvvia, signorine, bisogna aiutare Tomi.
Marianne trotterella fino in cucina e ritorna con il suo rimedio preferito: un litro di caff forte. Non solo per berlo, sarebbe troppo facile, ma anche per leggere. Marianne pratica la caffeomanzia, che le donne della sua famiglia si tramandano di generazione in generazione e che lei si meraviglia di non veder praticata pi spesso in Francia.
Almeno con i fondi di caff sappiamo dove stiamo andando ribatte alle amiche piuttosto scettiche.
Quando la tazza che mi ha servito  vuota, la riprende e la fa oscillare pi volte, la capovolge su una coppetta e si accende un sigaro. Bisogna lasciare il tempo agli oracoli di formarsi. Poi Marianne scruta l'interno della porcellana. In quel preciso momento, basta che qualcuno si schiarisca leggermente la voce e la nostra ospite s'infuria. Lei legge il futuro,  qualcosa di sacro. Le anziane, la radio, perfino i pappagalli, tutti tacciono aspettando che venga detto ci che deve essere detto, si sente solo lo scricchiolio temerario della stufa e la respirazione lenta della sua proprietaria. La polvere di caff disegna nella mia tazza degli arabeschi avventurosi, un mucchietto scuro, dei solchi, per Marianne vi scorge chiaramente un ragno con lunghe zampe stagliate sulle pareti, una losanga, un triangolo, otto linee serpentine e altre cose ancor pi lambiccate.
Una grande casa, Tomi, guarda. E l sarai molto felice, non sempre ma lo sarai tanto.
Una casa vera? Con una donna?
Con molte donne. Bionde, brune, di tutto un po'.
Ci saranno tante donne?  strano, vero? Sei sicura?
Sicurissima.
La mia vicina scorge nei fondi di caff quello che lei vorrebbe veder accadere, e a volte funziona: Marianne  molto convincente, con il destino come con tutto il resto. Il tempo di fare il giro della tazza,  passata una buona mezz'ora e le anziane sbadigliano, spazientite, le carte si raffredderanno, il caff anche, ma Marianne non ci sente da questo orecchio.
Non  finita dice.
E prima che io abbia avuto il tempo di fiatare lei mi prende la mano sinistra e preme il mio indice proprio sul fondo della tazza umida. Devo esprimere un desiderio, impossibile evitarlo altrimenti  tutto da rifare, Marianne si vanta di offrire ai suoi preferiti sedute divinatorie complete di primissima qualit, o meglio non proprio offrire, diciamo che le fa a credito.
Hai espresso il desiderio, piccino?
S, Marianne.
Benissimo, adesso vai a dormire, mi pagherai quando sarai ricco.
Allora non contarci troppo...
Non sono io a dirlo, piccino,  il fondo di caff, e il fondo di caff lo sa meglio di noi: il tuo futuro sar glorioso.
Poi, voltandosi verso le sue compagne di bisca, in stato semicomatoso nelle poltrone di velluto rovinate dagli anni: Si riparte, ragazze!
I fondi di caff non si possono spiegare. Chi si sente ferito viene da me, e io osservo il fondo della tazza, poi dico quello che mi viene in mente, n pi n meno, ricamandoci un po' sopra per consolarli. Come poco fa quel ragazzo, che pena. Ha perso troppa gente. Non sa ancora che la vita ritesse altrove i legami perduti. Ma lo imparer, Tomichou: le madri, i fratelli resuscitano a volte sotto altri nomi, amici, amanti, cugini, vicini di casa. Gli affetti non c'entrano con lo stato civile e la composizione della famiglia, questo non lo dicono i fondi di caff: s'impara con l'esperienza.
Di gi? Hai gi finito il corso dell'ORT? Sul serio?
Marcel cammina avanti e indietro sotto il ritratto di Dior. Gli sembra impossibile, illegittimo o perfino impertinente che chiunque osi pretendere di avere una formazione in alta sartoria dopo poche settimane. Provo a ribattere: Quelli dell'ORT sono corsi accelerati, per trovare lavoro in tempi brevi. Sono fatti apposta per noi, ex deportati...
Ma per Marcel  veramente troppo: Apposta per noi! Apposta per noi! Credi che Lanvin Jeanne abbia seguito la strada fatta apposta per lei? E i Singer? Gli Schiaparelli? Cosa farai nelle grandi case di moda con una formazione cos breve che non vale niente, servirai il caff?
 raro vedere il padrone arrabbiato. Sfreccia avanti e indietro tra la macchina per cucire e la finestra, tormentando il suo metro a nastro, poi si ferma di colpo, come per un lampo di genio: Quelli che non sono stati deportati, Tomi, dove vanno per imparare sul serio l'alta sartoria, secondo te?
Non vale la pena di rispondere, Marcel sembra avere gi un'idea. Apre freneticamente i cassetti della scrivania, fruga dappertutto, mette in disordine le pile di carte, scruta le pareti del laboratorio tappezzate di articoli di giornale e solleva ogni foglietto ripetendo: Dove vanno, eh? Dove vanno a imparare?
Poi, di colpo, estrae da tutta quella carta un articolo ingiallito e me lo mette sotto il naso come un trofeo:  qui che vanno, Tomi! Qui!
Tutto il laboratorio si precipita dietro di me per osservare il foglio. La data  1935 e l'articolo si apre con la foto di una signora elegante, in cappotto lungo sciancrato e cappellino adorno di violette. Sandor comincia a leggere: Questa mattina, Parigi d l'addio alla signora Alice Guerre-Lavigne, eponima della scuola che ha diretto... Cosa vuol dire eponima?
Taci e continua.
L'articolo non d adito a dubbi: la signora Guerre-Lavigne fu, da viva, una sarta eccezionale. Discendente dell'inventore del metro a nastro impermeabilizzato, brevett un metodo di taglio rivoluzionario: ecco perch compare sulla parete di Marcel dedicata ai geni. Ha ricevuto miliardi di ricompense, tra cui tre medaglie all'Esposizione universale. Ha anche fondato una scuola di moda, ecco il punto, il cui insegnamento  tuttora autorevole.
Suo padre Alixis Lavigne ha anche inventato il busto sartoriale osserva Marcel a guisa di inoppugnabile conclusione.
 tutto chiaro: la mia formazione deve avvenire presso la Guerre-Lavigne, anche se i corsi costano un occhio della testa.
E dove si trova questa celebre scuola? domanda mio padre schiarendosi la voce.
Crede nella geografia, lui.  convinto che l'indirizzo faccia il monaco, una bottega nei quartieri alti non pu rifilare merce scadente.
Nel II arrondissement precisa Sandor, lo dice l'articolo.
Mio padre scuote il capo, impressionato in senso positivo. Per una volta lui e Marcel sono d'accordo: i locali della Guerre-Lavigne, a due passi dal negozio Schiaparelli, sono indiscutibilmente un buon segno. Anche a Elsa Schiaparelli spetta un posto di riguardo sulla parete della sartoria, a causa dell'aragosta. Prima della guerra, questa donna aveva ideato un inammissibile abito da sera in organza bianca con un piccolo volant e la cintura rosa, un vero abito da pulzella o da damigella d'onore, non fosse stato per una grossa aragosta disegnata proprio in mezzo alle cosce. L'aragosta era un'idea di un amico della Schiaparelli, un pittore baffuto mezzo matto. Intendeva sottolineare il punto comune tra le donne e quei crostacei e il punto comune, secondo lui, era che bisognava farle diventare rosse prima di consumarle. A Parigi questo genere di cose si pu dire, e anche indossare.
Questa  l'alta sartoria! esclama Marcel, entusiasta. Viva Schiaparelli, viva Guerre-Lavigne!
Mio padre  impallidito: probabilmente pensa a tutte le stramberie che io rischio di imparare in quella scuola, nonostante l'ottima ubicazione. Marcel lo travolge con un diluvio di argomentazioni delle quali comprendo soltanto creativit e avanguardia. Poi gli sferra la stoccata: Il Palais Garnier  praticamente di fronte alla scuola. Cosa pu esserci di pi elegante?
Il che cosa?
Il Palais Garnier, pap, l'Opra.
E le iscrizioni quando avvengono?
Per andare a scuola, tutti i sabati, devo uscire dal quartiere e percorrere un tratto a piedi. Quando non si sente pi odore di cipolla ma di rosa e muschio, vuol dire che si  arrivati. Si pu arrivare anche in metr, ma lo sconsiglio: la strada, a Parigi,  meravigliosa. Attenzione, non sto dicendo che  tutto bello, no. All'angolo di rue de Charonne e boulevard Philippe-Auguste, per esempio, ci s'imbatte in un venditore ambulante di dentiere. Le offre a prezzi d'occasione, presentandole appese a uno spago tenuto da due grosse mollette da bucato. Le dentiere dondolano e, quando un cliente interessato ne tocca una, sbattono tutte l'una contro l'altra, una sfilza di molari di plastica e di incisivi gi usurati, tenuti insieme con la supercolla. Ma la cosa peggiore  la scritta: Si pu provare. Mi fa venire la nausea tutte le volte. Cambio quasi sempre itinerario pur di non passare davanti a quel baracchino atroce. Quando proprio non posso farne a meno, chiudo gli occhi e immagino al suo posto la graziosa venditrice di giunchiglie o la vetrina della pasticceria - pane inglese e viennese, torte alla crema pluripremiate dal 1908. Se la danza dei monconi di denti continua a tormentarmi, sfodero la tour Eiffel, nessuna immagine disgustosa pu resisterle. Ma per fortuna  raro che debba ricorrere alle maniere forti: quasi sempre basta la fioraia, del resto quando riapro gli occhi lei  l in carne e ossa davanti a me, con i suoi secchi che traboccano di lill viola chiaro e i mazzi di mughetti. A Parigi, vince sempre la bellezza. Ti abbaglia ovunque, con le carrozzerie luccicanti delle automobili, il sole tra i rami degli immensi ippocastani, anche all'entrata del metr i meravigliosi lampioni verdi che sembrano arrampicarsi come piante velenose... C' cos tanto da vedere che diventa perfino stancante. Basta mettersi su una panchina per riposarsi un istante ed ecco, Parigi ti sferra il colpo decisivo: le gambe delle ragazze.
Alcune le hanno sottili, altre pi tornite, quelle che trotterellano pi veloci portano scarpe piatte, ma la maggior parte ha i tacchi, per fortuna... le scarpe alte sono le mie preferite. Innanzitutto c' il tacco a rocchetto svasato verso l'alto, poi il cinturino che sale sulla caviglia e ti indica la direzione mentre guardi pi in alto, naturalmente, per poi ricadere sulla linea morbida del polpaccio che vorresti tenere nell'incavo della mano... L'altro giorno, ho visto una ragazza che indossava le calze di nailon... Calze incredibili, trasparenti.
Sono stati i GI a lanciare questa moda durante la Liberazione, lo so grazie al professor Dubesset che ci insegna taglio e modellismo alla scuola Guerre-Lavigne. Incomincia sempre la sua lezione con una breve introduzione durante la quale abbiamo il divieto di toccare l'ago, dobbiamo soltanto ascoltare. Le orecchie, non le mani dice, poi si aggiusta gli occhiali prima di introdurre i suoi racconti con un tono drammatico,  uno che potrebbe recitare i romanzi alla radio, in classe rimaniamo tutti a bocca aperta. In breve, le calze degli yankee non sono come quelle dei francesi, opache, grossolane, irritanti: fanno brillare la pelle senza nasconderla, come un velo di cipria o di cristallo, nel momento preciso in cui lo percepisci ti viene voglia di strapparlo via. Sembra per che sia piuttosto difficile: Dubesset dice che le calze americane sono fabbricate con lo stesso materiale del paracadute del GI rimasto aggrappato al campanile di Saint-Mre-glise il giorno dello Sbarco, quindi  robusto, pur essendo cos soffice. Lo sguardo vi scivola sopra finch la gonna o il cappotto ti impediscono di vedere pi in alto. Il resto bisogna intuirlo, e attualmente, a quanto dice il mio professore,  pi facile di un tempo.
Durante la guerra, in Francia le stoffe scarseggiavano ci spiega Dubesset come preambolo alla sua lezione odierna. Inoltre, le donne avevano bisogno di vestiti pratici, poco costosi, che non richiedessero troppo tessuto. Risultato: le donne avevano spalle squadrate, vestiti squadrati e anche...
Suspense, Jean Dubesset traccia in aria con il righello un cubo immaginario: ... camicette squadrate. Niente morbidezza, niente volant, soltanto angoli retti.
Per intravedere un seno o un'anca in quell'insieme geometrico, bisognava avere un occhio di lince. In compenso, visto che il tessuto era merce preziosa e le gonne erano corte, di tanto in tanto si vedevano per forza le ginocchia, in bicicletta, sulle panchine, ma le ginocchia, in tutta franchezza, ossute e con la pelle tesa, chi mai potevano eccitare?
In tempi recenti continua il professore tracciando ora, sempre nell'aria, larghe volute con il righello, gli abiti hanno iniziato a sposare la forma naturale delle donne. Dobbiamo questa rivoluzione a un genio della moda di cui tutti conoscete il nome...
Dior Christian. Un normanno, sua sorella  stata deportata a Ravensbrck. Lo conosco, Marcel ci ha dato la spiegazione topografica e la foto  appesa alla parete della sartoria.  anche al posto d'onore: proprio sopra lo Stockman, osserva le nostre prove con sguardo distratto e superiore. Detta legge dal 1947. In quell'anno, ha trasformato le linee squadrate in affusolate e la sua collezione  andata a ruba. Scoperti i suoi modelli, tutte le donne di Francia hanno detestato il loro guardaroba dell'Occupazione. Da allora vogliono sottane volteggianti che scoprano le caviglie e abiti a corolla, che vestano alla perfezione e abbiano una scollatura seducente, vogliono Dior, punto e basta.
Il mondo intero  caduto sotto il fascino del New Look precisa gravemente l'insegnante aggiustandosi gli occhiali. E ne avevano ben donde! Una sola di queste gonne a petali ha un'ampiezza di quaranta metri. Quaranta metri precisi, n pi n meno. Dal 1947, il conflitto mondiale concerne il reperimento di tessuto.
Non ha certo lesinato sulla quantit, Dior. Ha sciancrato la parte alta ma quanto al giro manica, caspita, che larghezza! Se non  una provocazione le assomiglia molto, perch come si fa a procurarsi la merce con il razionamento, le restrizioni e tutto il resto? Ma Dior se n' infischiato altamente degli effetti secondari della guerra, e il risultato  sensazionale: prima di lui si vedeva soltanto il vestito, adesso si vede soltanto la ragazza. Le spalle sono evidenziate, la giacca segue la curva dei seni, per non parlare dei fianchi, vien voglia di mangiarli.  seminuda, la ragazza di Dior, ma  molto, molto pi eccitante e, ci metterei la mano sul fuoco,  proprio quello il segreto di tutta la manovra: mostrare un corpo appetibile, fiero, vivo, un corpo pieno, inalterato, indomito, una donna-fiore rispuntata sulla collina di Ravensbrck.
Signore e signori, tocca a voi. Esercizio del giorno: la linea concava, alla Dior.
Non  difficile da riprodurre, l'abito deve avere la linea di una clessidra, ma con un po' di esercizio  assolutamente fattibile, del resto molte parigine improvvisano la maison Dior sul tavolo della loro cucina grazie ai cartamodelli di ELLE e una volta fuori attirano l'attenzione, impossibile non guardarle. Dopo la lezione, mi prendo tutto il tempo. Mi metto su una panchina a fianco della scuola, oppure sulla terrazza di un caff a leggere un giornale, ma  soltanto un pretesto. Contemplo. Alla fin fine  questa la cosa pi bella da fare a Parigi, per strada: si pu rimanere giorno e notte all'aperto a osservare le gambe delle ragazze e la loro scollatura, i loro fianchi seducenti e il vitino da vespa, si pu anche occupare tutto lo spazio sul marciapiede e nessuno, proprio nessuno, pu obbligarvi a scendere o ad abbassare gli occhi. Non inquinate l'aria. La strada appartiene a voi come a tutti gli altri, e io ne approfitto e rimango l fisso a veder passare quelle graziose, irresistibili clessidre concave, le seguo con lo sguardo il pi lontano possibile, non le mollo, mi imprimo nella mente la loro andatura sinuosa e libera come una liana, la danza dei loro piedi sull'asfalto, e quando scompaiono, inghiottite dalla stazione del metr,  terribile. Vorrei trattenerle, prenderle per le braccia. Vorrei prevenirle ma non posso, nessuno pu farci niente, le donne scompaiono, tutte, non vale la pena di aspettarle, ho impiegato del tempo ma adesso ho capito: le ragazze, le vicine di casa, le puttane, le clienti, le passanti, le zie, anche le madri in pochi istanti svaniscono in fondo al marciapiede e ci lasciano soli per sempre, con il cuore spezzato e impossibile da ricucire.
Mio padre non tollera che io lo dica. Quelle sere, dopo essere rimasto troppo a lungo in contemplazione delle ragazze all'uscita da scuola, mi sento solo anche con lui, che mi ordina di tacere. Concorda con me, mio padre, le persone amate scompaiono per non ritornare mai pi, ma lui ha un segreto per non soffrire troppo, un'astuzia geniale: fa finta. Nessuno lo sa ma io s. Nella sua mente, parla ancora con mia madre, come se lei fosse ancora l. Forse chiacchiera anche con Gaby, in segreto. Ha una vita nascosta all'interno della sua vita, mio padre.
La sorte, mia cara... Tu ci credevi. La sorte o il destino, dicevi che erano le due facce della stessa moneta. La sorte mi ha sorriso, un tempo. Prima della guerra, il mio amico berrettaio voleva che lo raggiungessi a Parigi per aprire un negozio. Quel signore era un virtuoso della macchina per cucire, a Parigi la sua stagione morta cominciava un mese dopo quella degli altri. Mi ha scritto di venire. Non ho risposto. Se soltanto avessi accettato, piccola mia, se avessi dato ascolto alla sorte... Lei mi parlava, in quel momento. Molte famiglie ebree sono sopravvissute, in Francia.
Quel giovane, per esempio, per il quale lavoro, si chiama Antoine ma tutti lo chiamano signor Antoine, ha esattamente la stessa et di Tomi. Ha rischiato di essere deportato anche lui, con suo fratello e sua sorella, ma la loro madre  fuggita in zona franca. Hanno preso soltanto il padre. Faceva il sarto, il padre. Mai pi tornato. Il signor Antoine ha lasciato perdere gli studi per occuparsi del negozio. In questo momento mi ordina molti completi. Li vende ai suoi ex compagni di classe, i figli di pap dei quartieri alti, esce con loro la sera per andare nei circoli, va a ballare con loro, scherza con le loro ragazze e, tra un bicchiere e l'altro, promuove i suoi abiti. All'alba passa a noi gli ordini che ha raccolto durante la notte. Sa cucire a malapena,  una schiappa ma sa vendere, andr lontano il ragazzo! Gli fornisco tanti di quei completi che ho dovuto prendere dei lavoranti. La sorte mi ha riacciuffato, mia cara, collocandomi dove avrei dovuto essere fin dall'inizio, a Parigi. Contrastandola ho soltanto perso tempo. Tempo, e voi.
Tomas non  come me, lui coglie l'occasione non appena gli si presenta e, se non viene lei da sola, lui va a cercarla, la piega a suo favore, la soggioga. In questo momento si agita come un demonio: lavora da Marcel, lavora con me per il signor Antoine e, come se non bastasse,  ritornato a scuola. S. Puoi non crederci, ma non gli basta ancora. Dapprima una formazione in alta sartoria, adesso corsi di modellistica presso una struttura prestigiosa... Lui vuole vestire le donne, unicamente le donne.  ostinato: il completo maschile  noioso, per lui. La moda uomo non  divertente. E io sono vissuto fino a oggi per sentire queste stupidaggini, mia cara? Il divertimento non c'entra niente, l'unica cosa importante  il tessuto, punto e basta. Vedessi le stoffe che stiamo lavorando per il signor Antoine! Non sono succedanei, o residui della guerra, o quella nuova roba chimica che inventano adesso, il nailon e non so che altro, aggregati messi insieme alla bell'e meglio da chi sta in laboratorio... Come se si potesse uguagliare la perfezione del baco da seta! La supponenza di questi tecnici non ha limiti. Attualmente, non ti ci raccapezzeresti, mettono il rayon dappertutto, anche nelle camicie da uomo. Del rayon! Nel cotone!  disgustoso. I tessuti del signor Antoine non vengono da una provetta, mia cara,  produzione anteguerra, stoffa vera, bella e naturale, che respira. Suo padre, prima di essere arrestato, aveva nascosto tutti i suoi rotoli dal macellaio di fronte, due tonnellate di merce. Il signor Antoine ha dovuto soltanto riaprire la cantina alla Liberazione, i tessuti erano tutti l. Di qualit eccellente. Aspettavano soltanto noi per rivivere. Sfortunatamente, a Tomas non importa un bel niente dei materiali. A lui piacciono le forme, le rotondit di una gonna, una giacca attillata. Lo vedo lavorare da Marcel, si applica, sai, una volta quasi terminato l'abito, al momento di definire la sagoma, un colpo di ferro sul corsetto e la linea appare chiaramente, la forma bombata dei seni, la curva dei fianchi, si vede distintamente la donna, e in quell'istante Tomas sorride, mia cara, vedessi come! Un sorriso immenso, malizioso, irrefrenabile, un sorriso vittorioso contro il quale non si pu niente. S,  questa linea che piace a Tomi, la linea femminile, e poco importa il materiale. Nemmeno il rayon lo disturba. Il tessuto morto lui lo trova moderno. Non siamo mai d'accordo su niente.
Siamo in pi sarti a lavorare per il signor Antoine, sai. Io faccio l'uomo, i completi, poi c' un tizio che fa la donna, gli abiti, il flou, le gonne, i cappotti. Ebbene, questo tizio parte per Londra. L'ho appreso ieri. Il signor Antoine teme l'interruzione delle forniture, e vorrebbe sostituirlo nel pi breve tempo possibile. Mi ha chiesto se conoscevo qualcuno che potesse incaricarsi della donna. Mi rendo conto che la sorte si rivolge a noi ancora una volta, mia cara, ora lo capisco... Che cosa succederebbe se Tomas mettesse piede l dentro? La moda femminile  misteriosa, imprevedibile,  una dittatura: un giorno le gonne sono lunghe, la stagione dopo si accorciano e l'indomani bisogna reinventare tutto, non ci sono regole. Come si pu costruire seriamente una vita su qualcosa del genere? Te le immagini, le Maggy Rouff, i Dior, i pezzi grossi, la gente dell'alta societ che crea abiti come compra quadri, per amore dell'arte. Noi non abbiamo niente! La moda femminile non  il nostro mondo...
Tutto questo  colpa di Marcel, che influenza Tomi.  stato lui a caldeggiare prima la sua formazione, poi la scuola. Fortunatamente  davvero di buon livello, la scuola, e ha un'ubicazione eccellente. Per arrivarci si passa davanti all'Opra Garnier, un palazzo magnifico. La facciata ti piacerebbe, ne sono sicuro, soprattutto la statua, sulla destra. S'intitola La Danza, impossibile non vederla, c' una specie di fauno scolpito, una creatura impertinente con un tamburello e un sorriso demoniaco. Vedessi come alza le mani, sembra che voglia acchiappare al volo tutta la felicit del mondo, mentre guarda una ragazza che danza ai suoi piedi. No, non la guarda, la divora con gli occhi. Del resto non c' una ragazza sola, ce ne sono cinque che fanno la ronda attorno a lui, tenendosi per mano, sorridenti, le labbra socchiuse, scatenate, s'inarcano al ritmo della musica, dondolano il capo senza alcun imbarazzo, offrendo il collo bianco e nudo, nudo come il resto perch non indossano niente, pensa, non una toga, non un foulard, non una gonnella, niente. Sembrano sotto l'incantesimo della musica. Figurati che l'installazione della Danza all'ingresso dell'Opra ha provocato uno scandalo spaventoso nel secolo scorso. I parigini hanno gridato all'indecenza, un passante ha perfino gettato inchiostro sulla pietra bianca. La direzione ha continuato a ricevere lettere furiose finch ha promesso di liberarsi di quella scultura, per ordine di Napoleone III. Nell'attesa, i padri di famiglia hanno vietato alle loro mogli e alle loro figlie di ritornare all'Opra. Io capisco, perch avrei fatto lo stesso, tu lo sai. Questi giovani che danzano all'entrata sono sfrenati, e il fauno al centro, il birichino, sembra che da un momento all'altro possa prendere per mano i passanti e trascinarli sorridendo nella sua ronda insolente dove conta soltanto il piacere, dove ogni costrizione  annullata, e anche le leggi, perfino i vestiti. Io capisco che i padri tremino, che presentino una petizione, che si arrabbino. I loro figli sono tutto quello che hanno, ovvio che preferirebbero averli vicino e vederli bravi, ubbidienti e vestiti adeguatamente.
La traccia d'inchiostro si  ormai attenuata. Nessuna petizione  mai riuscita a far togliere La Danza dalla facciata dell'Opra. La decisione della censura si  persa nel nulla,  scoppiata la guerra, il tempo  passato, i padri hanno ceduto, le ragazze sono ritornate ai concerti. La ronda  tuttora all'entrata del Palais Garnier. Ecco il problema, mia cara: nessuno pu impedire a un diavolo di danzare... E io so che cosa mi diresti, lo so.
Mio padre mi ha trovato un posto presso il suo famoso Antoine. Il signor Antoine, il tizio che gli ordina completi maschili a tutto spiano. Siamo coetanei, c' solo una differenza di qualche settimana tra me e lui, ma lui  qualcuno: sua madre ha un quattro vani con bagno in rue de Charonne. O quanto meno  quello che mi ha detto mio padre. Ne parla spesso, del signor Antoine. Della sua vasta cultura, del suo garbo, della bella lingua che parla e delle rime, le rime che escono dalla sua bocca come fiori, per non parlare dei suoi studi di medicina interrotti per rilanciare il negozio di famiglia... Il figlio che riprende la fiaccola passatagli dal padre, a mio padre sembra strano.  convinto che questo tizio sia il futuro della sartoria, niente meno. Unica certezza: il futuro della sartoria ha appena perso il suo tagliatore per donna ed eccomi qui a sostituirlo. Sono arrivato all'appuntamento con un certo anticipo, cos aspetto all'ingresso che mssieur termini con una cliente. Non ho paura. Non ho mai paura, io. Mai. Sto semplicemente in guardia.
In occasione del loro primo incontro, il signor Antoine ha dato a mio padre uno scampolo vagamente satinato, spesso e filamentoso, difficilissimo da lavorare, e qualche giorno per confezionare con quell'orrore un gabardine degno di questo nome. Il grande banco di prova. A prezzo di sudore e sangue, mio padre ha realizzato un gabardine che faceva faville. Mi domando cosa vorr chiedermi, l'Antoine. Si render conto che non so far niente,  inevitabile. Ma non  grave, far finta. Ho sempre fatto finta e sono ancora qui, non sar certo uno stupido borghesuccio con il bagno in casa a impressionarmi.
Per il momento, il signor bambino prodigio chiacchiera in sala prove con la sua cliente. Chiamarla sala prove  un'esagerazione, dovrei dire sgabuzzino delle scope con vista sul cortile. E poi si parla del futuro della sartoria! Questi locali non sono certo granch, francamente mi aspettavo di meglio. Il vantaggio dello spazio ridotto  che sento tutto quello che succede al di l della parete, come se fossi seduto sulle ginocchia del padrone. Spiega nei minimi dettagli alla cliente il modello che le donerebbe di pi, con una baschina, un corsetto attillato ed eventualmente profilato, le sue parole non hanno niente di ammiccante, ma il tono... Ha una voce birichina, con alti e bassi, ora piena ora delicata, cinguettante... questo tizio potrebbe recitare l'elenco del telefono e lo si troverebbe molto spirituale, perfino audace. Sembra l'Indiano con il turbante che suona il flauto per incantare il boa nel suo paniere. E il serpente, in questo caso, si chiama signora Leduc.
Le faremo un colletto rotondo, signora Leduc, un colletto nei toni madreperlati, con un po' di rosa, forse... Ma s, del rosa, sicuramente!
Quando il tuo collo color di rosa
Si abbandona ai miei baci
E sui tuoi occhi dolcemente struggenti
La palpebra  socchiusa
La mia anima si scioglie di desiderio...
Conosce Joachim Du Bellay, Nadge? Posso chiamarla Nadge?
Nadge Leduc non d una vera risposta, si limita a ridere. O quanto meno rideva all'inizio, poi la risata  divenuta un risolino soffocato prima di sciogliersi in capo a dieci minuti in uno spasmo di piacere. La signora sembra ormai sull'orlo dello svenimento. La immagino distinta, non troppo magra, una bruna con le labbra molto rosse e gambe interminabili. Dall'altra parte del muro, sento voltare delle pagine, qualcuno sfoglia un libro.
Sa come s'intitola questa poesia, Nadge? Semplicemente Il bacio.
Quando sfiorano le tue
Le mie labbra, e sono cos vicino
Da poter raccogliere il fiore
Del tuo alito d'ambrosia,
Mi sembra di essere seduto a tavola
Con gli di, tanto sono felice...
Le declamer tutti e quattro i tomi o cosa? Ma bisbiglia, adesso, e io non sento pi niente! In che gabbia di matti sono finito?
Kiss? Tomas Kiss,  l?
Spingo la porta. Il padrone  seduto sulla scrivania e tende le braccia verso di me come se fossi il Messia in persona.
Cara Nadge, mi consenta di presentarle Kiss figlio, l'uomo che aspettavo, eminente esperto di moda femminile...
Ma certo, come no! Questo tizio  un mitomane. Chiude di scatto l'Antologia della poesia del Rinascimento, si precipita verso di me, mi stringe vigorosamente la mano e mi sospinge verso la cliente con un sorriso che gli arriva alle orecchie. Lei... Lei  ancora pi bella di quanto immaginassi. Sulla quarantina, la fronte incorniciata dai riccioli neri, occhi timidi, ma che corpo! Tornito, morbido e seducente, da abbracciare, e nudo, o quasi: indossa solo un paio di culotte e una specie di corpetto con le spalline che le divide il seno in due coni appuntiti. Un reggiseno! Ne avevo gi sentito parlare e, lo confermo,  quanto di meglio la civilt abbia fatto fino a oggi: quando la signora Leduc si sposta, le sue due spirali vi trapassano il cuore. E dovreste vedere come scintillano, sembrano due stelle meravigliose, se ci fosse Hugo perderebbe i sensi all'istante. L'hanno inventato degli ingegneri e fa un effetto grandioso, sembra una specie di seta, e sembra che sia anche facile da lavare. Quanto al toccarlo, non oso neppure immaginare... Ci sono anche delle impunture concentriche su ogni tetta, come dei cerchi nell'acqua. Darei un braccio per sapere che macchina occorre per realizzare un aggeggio come questo.
La cliente scompare dietro la tenda e ricompare con una gonna diritta e una camicetta chiusa sulle sue due ogive. Il signor Antoine le porge il cappotto e accennando un inchino come davanti a una regina ne approfitta per sussurrarle all'orecchio:
Ovunque sar la tua dimora,
Fintantoch non muoio,
Sar il mio paradiso...
A stasera per la prova, Nadge!
Lei si lascia rubare un bacio e io ho una fitta al cuore pensando che non rivedr pi la radiosa signora Leduc. Il padrone aspetta che la porta si sia richiusa, accende una sigaretta e guarda l'orologio: Quattordici minuti. Nel tempo previsto. Ha impiegato quattordici minuti a crollare. Oltre un quarto d'ora mi annoio. Vede, Kiss, la cosa pi difficile non  spogliare le donne, bens vestirle. Come dice Cocteau,  un regno difficile da mantenere quello dell'eleganza, gli altri vi spodestano con la stessa rapidit con cui vi hanno messo sul trono'... Cosa ne pensa, amico mio?
Penso che non ne penso niente di preciso, che non so quale genere di abiti crei questo Cocteau e che rischio di morire qui se l'Antoine continua a infastidirmi cos. Farfuglio un S, certo, S, certo, ma per fortuna lui non fa caso alla mia risposta. Ha iniziato un piccolo schizzo e borbotta mangiandosi le parole: Un abito da selvaggia ma sensuale, ecco cosa ci vuole per la Leduc... Un abito che abbia anche un po' di humour... Suo padre  un maestro, Kiss, lei raccoglie un'eredit fantastica. Crede nell'ereditariet?
Questo tizio parla troppo ma non disegna male. Quattro tratti di matita ed ecco Nadge Leduc completamente nuda, la curva seducente dei suoi fianchi, i capelli mossi che sfuggono dallo chignon... Se sapessi disegnare, collezionerei le donne in un quaderno per non perderle mai pi. Rimarrebbero fissate l per sempre, inalterabili, immortalate sul foglio.
Il signor Antoine strappa la pagina e comincia a scarabocchiare le maniche e un colletto.
Il fine dell'abito non  soltanto vestire la donna, ma anche svelare la sua personalit. L'abito dev'essere un'e-vo-ca-zio-ne della ragazza, una presenza di colei che lo indosser... Non  forse vero, Kiss?
Bla-bla-bla. La mia solita fortuna, sono incappato in un filosofo. E in un filosofo idiota, per giunta. Un abito  l'esatto contrario di una presenza:  un'assenza conclamata. Una bella assenza, ma pur sempre un'assenza perch gli manca la ragazza che lo riempie, questo  puro e semplice buon senso, e il buon senso non s'impara nell'Antologia della poesia. Sul quaderno adesso si distingue un abito piuttosto corto a balze.
Non  lei mormora il filosofo mordicchiando la matita. Non  Nadge, manca qualcosa...
Ma che sorpresa! Quell'abito non rievoca affatto la signora Leduc. Manca l'essenziale, la morbidezza di quella donna, le sue maliziose rotondit, la voglia di mangiarla di baci. Se fosse possibile far ritornare gli assenti con una matita o con un ritaglio di tessuto, lo sapremmo. Quando girano i tacchi, le ragazze, si ha un bel provare a trattenerle con il pensiero, a serbare l'essenziale, la loro andatura,  tutto inutile, non le si cattura mai. Io lo so, tutti lo sanno. Le faremo ugualmente i suoi quattro vestiti, alla signora Leduc, ma saranno soltanto abiti, non e-vo-ca-zio-ni.
Arricciature suggerisce il padrone. Dovremmo aggiungere delle arricciature, quella ragazza sembra increspata, molto increspata, lei cosa ne dice, Kiss?
Non  una cattiva idea. Si pu provare.
Sotto la vita? Oppure poche pieghe grandi? domando.
Boh. Troppo per bene. Un po' meno bon ton e qualche scintilla in pi...
Scintille, dunque un'altra cosa ancora! Quest'uomo mi irrita. Mi irrita e mi affumica, con le sue sigarette ammuffite.
Per le scintille, signore, una piccola cintura?  pratica una cintura, e anche elegante.
Sicuramente. Ma allora molto sottile. E morbida sui fianchi, quasi abbandonata. La Leduc  affascinante ma spontanea, non sofisticata, capisce?
Una scollatura morbida, allora.
Eventualmente...
Sulla schiena! Una scollatura a punta sulla schiena!
E rotonda davanti, il fuoco sotto il ghiaccio, strepitoso!
Non parliamo propriamente la stessa lingua con l'Antoine, lui procede in astratto mentre io traduco, ma si finisce per avere la stessa ragazza in mente, una donzella con doppia scollatura, maliziosa, intera, danza sotto i nostri occhi con il suo abito irresistibile, non resta altro da fare che confezionarlo, e qualche ora dopo  fatto: Labor omnia vincit improbus conclude il poeta piazzando l'ultimo spillo.
 proprio il momento di scocciarmi con le citazioni! Non lo vede, proprio l, sotto il suo naso, il miracolo, la donna perduta che ricompare? Nadge Leduc  qui, davanti a noi. Le sue curve, le sue spalle rotonde, la sua grazia imbarazzata, tutto  nell'abito, nella dolcezza del colletto, nella caduta della manica, e la scollatura profonda sulla schiena...  proprio qui sotto i nostri occhi, la signora Leduc  tornata!  lei sullo Stockman, piena di spilli, con le sue due ogive scintillanti, eccola che si rivela, pi elegante di prima, pi particolare, cos seducente, con quell'abito non ridacchia pi, sorride guardando gli uomini che cadono ai suoi piedi come mosche.
Niente male, Kiss, proprio niente male.
 molto meglio che niente male,  magico. Noi due abbiamo fatto ricomparire la donna perduta. Nella vita reale non succede, non si riesce mai a recuperare quelle che se ne vanno, loro ti abbandonano, la loro sparizione ti spezza il cuore, e finisce l. In questo caso, il mio cuore non  ancora in pezzi,  colmo, trabocca, come se la vera Nadge Leduc e le sue spirali magiche fossero appena uscite dal mio letto. Se lui non mi assume, l'Antoine, gli faccio ingoiare la sua Antologia della poesia tutta intera.
Io lo so cos' l'alta sartoria, lo so da molto tempo. Nel 1942, nostro padre era gi stato portato via, prendevano la gente ovunque. Allora una mattina mia madre ha preso le forbici e ha ritagliato dalle tende una bella striscia di taffet color porpora. Ha allineato sul tessuto tutti i gioielli che le rimanevano. C'erano anellini con le pietre luccicanti e la sua lunga collana, si capiva che pi niente sarebbe stato come prima. Con delicatezza, ha ripiegato un lembo e ha cucito delle impunture parallele per separare ogni anello, ogni collana, perch nessuno potesse intuirne la presenza attraverso il tessuto. Mi ricordo del rovescio, in tela cru. Una volta terminati minuziosamente gli orli, ha legato il pezzo di stoffa alla vita di mia sorella con un doppio nodo un po' allentato che le ricadeva sul fianco. Non avevo mai visto una cintura come quella. Era splendida, e anche comoda, certamente preziosa ma non appariscente, originale e semplice, bella dentro e fuori... Sublime e pratica. Proprio come l'alta sartoria. Ecco che cosa dobbiamo offrire alle donne di oggi, giacche ricamate di conchiglie che pesano 30 chilogrammi e rendono scomodo il giro manica, gonne che richiedono 350 metri di seta e abiti da gran sera che la Signora Baronessa non riuscir a infilare senza l'aiuto di due governanti. Attualmente ci sono cento creatori iscritti alla Camera sindacale dell'alta moda, cento cervelli, e che cosa s'inventano? Lo stile compassato. Ma le donne non vogliono pi saperne, sbirciano il prt--porter, sognano un abbigliamento seducente, ingegnoso, al loro servizio. E da me lo avranno, dar loro abiti liberi, in stile Leduc e le altre, tenute meravigliose per mettersi in mostra, per fuggire, per vivere, finalmente... Quando mia madre ha finito di annodare la cintura alla vita di mia sorella, ha verificato che il nodo tenesse, ha sprimacciato i lembi, ci ha abbracciati tutti e tre e, aperta la porta, ha detto: Correte, presto.
Io corro ancora e, con dei ragazzi come Kiss, niente potr fermarmi.
Mio caro Hugo,
 molto tempo che non ti scrivo, scusami, per devi credermi, ti penso spesso. Quando le brutte notizie mi arrivano tra capo e collo, ho sempre voglia di condividerle con te, e lo stesso vale per quelle buone. In questo momento, di buone notizie ne ho un sacco. Innanzitutto ho trovato un lavoro, e non uno qualsiasi. Mio padre mi ha spinto dal suo Antoine, un tipo, lo riconosco, fuori dal comune. Lavora giorno e notte, ha duecento idee di abiti al minuto e gi si vede a rivoluzionare l'alta moda da cima a fondo. Per il momento disponiamo soltanto di una stanza della servit come laboratorio e delle sue amanti come clienti, ma lui crede cos tanto in se stesso che finisce per essere contagioso.
Poi... Ho fatto un incontro. Domenica scorsa, lo so,  un po' presto per parlarne, ma te lo dico ugualmente. Lei si chiama Rosie, gi il nome  affascinante, e senti il resto.  la cugina di un amico dell'addetto allo stiro di Marcel, sua madre fa lavori di cucito per arrotondare e suo padre  ungherese. Per farla breve, otto giorni fa ci siamo ritrovati a pranzo nel suo appartamento, e l, amico mio, l... Non so... C'erano delle pantofole da uomo sotto la stufa, dei biscotti preparati per noi e nell'aria un aroma di t caldo, qualcosa che faceva pensare a una famiglia. Rosie era a letto,  stata molto malata negli ultimi mesi, ma il suo sorriso, accidenti, il suo sorriso immenso, i suoi occhi nerissimi, le sue braccia tornite e morbide nella veste da camera di cotone... Quante storie, penserai, per una brunetta in vestaglia, ebbene s, amico mio, perch vicino a lei mi sentivo a casa. Non immagini da quanto tempo non mi capitava... Quella ragazza, se vuoi sapere come la penso, io devo averla. Per una volta, vorrei essere romantico come te e parlarle delle stelle, della Via lattea e tutto il resto, oppure di libri complicati, perch lei ne aveva una pila sul comodino. Sfortunatamente posso solo essere me stesso, ma spero vivamente che le basti. Un abbraccio
Il tuo Tomi
PS: la rivedr domani.
Caro Tomi,
che piacere la tua lettera! Quando riceverai la mia risposta, scommetto che questa graziosa Rosie avr gi ceduto al tuo fascino. Se cos non fosse, ricordati che io non sono il pi adatto a dare consigli di seduzione; continuo a non capire come ho fatto a fidanzarmi (lo attribuisco all'alcol, a meno che non sia gi tutto scritto in anticipo e che, lass, Qualcuno abbia avuto compassione della mia timidezza). Sii leale, amico mio, questo  il consiglio che posso darti, e persevera come sai fare tu, sogna insieme a questa ragazza, ricordati di farla ridere e scrivimi ancora.
Tuo Hugo
E se girassimo il mondo, tutti e due? Prendiamo una valigia e il primo treno alla Gare de Lyon, e ci svegliamo a Venezia. Oppure ci imbarchiamo su una chiatta e percorriamo la Senna. Cosa ne pensi, Tomi?
Perch no, varrebbe la pena di provarci anche senza denaro. Dobbiamo soltanto seguire il sole fino a Honfleur, poi saltare su un mercantile... Magari mi assumerebbero da Balenciaga, a Madrid, per non parlare di New York, c' lavoro ovunque.
Io scriver del nostro viaggio. Sarebbe un successo, come Il giro del mondo in 80 giorni, lo conosci?
S, be', vagamente...
Io so a memoria due brani: il Carnatic, dopo aver lasciato Hong Kong, si dirigeva a tutto vapore verso le terre del Giappone...' Il Giappone  una tappa obbligatoria in un giro del mondo.
E se cominciassimo con un giro pi piccolo, per riscaldarci? Il giro di Francia? Oppure, aspetta, qualcosa di pi realistico e fattibile gi dalla prossima domenica, il giro dei giri: la tour Eiffel, la tour Saint-Jacques, una puntatina a quelle di Notre-Dame e subito dopo...
La Tour d'Argent?
Quella la teniamo da parte per il nostro matrimonio, tra qualche anno, quando avr risparmiato a sufficienza, ti va?
Mi va che cosa, il ristorante o il matrimonio?
Tutti e due.
S, e ancora s.
Ci siamo baciati a lungo, molto a lungo, avrei voluto che quel viaggio durasse tre giorni, come minimo. Ma c' stato un seguito.
Dimmi, Tomas, se fossi incinta di te, mi sposeresti qui, adesso?
Certo che s, amore mio.
Sul serio?
Promesso.
Giuralo.
Lo giuro. Devo anche sputare?
No, grazie. Ora ascolta: lo sono.
Sei cosa?
Indovina.
E a quel punto sono quasi svenuto. In ogni caso ignoro come mi sono ritrovato disteso nella bottega di Marcel che adesso mi fa vento con l'ultimo numero del Jardin des Modes.
Stai tranquillo, ragazzo, andr tutto bene.
A parte un miracolo, non vedo come le cose possano sistemarsi: mio padre si augurava di vedermi convolare a nozze a un'et rispettabile compresa tra i venticinque e i trentun anni, una volta rafforzata la mia posizione, preferibilmente con una francese del bel mondo. Bisogna arrendersi all'evidenza: non sono riuscito a barrare nessuna casella.
Devi aver fiducia, ragazzo mio. Nessuno avrebbe scommesso un copeco, un tempo, sul mio matrimonio, eppure Yvonne e io marciavamo come un treno. E lei com', la tua promessa sposa?
 incantevole, Marcel, ma non solo:  anche istruita, e divertente, e affettuosa, dolce come uno zuccherino, e le sue braccia, belle, cos belle, e morbide, non puoi immaginare...
D'accordo, d'accordo,  meraviglioso, ragazzo mio, Herman l'adorer. E quanti anni ha, questa Rosie?
Diciassette. Quasi.
A tuo padre verr un infarto, garantito.
Grazie, Marcel, tu s che mi aiuti a calmarmi.
Tutti ai posti di combattimento, e l'intero laboratorio prepara il piano di battaglia: Marcel s'incarica di contenere il furore di mio padre, David va a prendere il suo whisky destinato ai casi d'emergenza da dietro il tavolo di taglio, e Sandor, il nostro addetto allo stiro preferito, affronta l'unico vero argomento: E come abito da sposa che cosa le piacerebbe?
Non ne ho la minima idea. Ci vorrebbe qualcosa di molto elegante e di veramente unico, come lei. Con una certa ampiezza, e lo strascico, in stile principessa...
Faremo il possibile stando nel tuo budget: un Maria Antonietta, con il minimo possibile di tessuto.


Capitolo 9.
PARIGI, FRANCIA
1954

L'alta sartoria. Ed eccoci qui. Era il sogno del mio padrone, farne parte, voleva il suo posto tra Chanel e Dior, e l'ha avuto. Ha mostrato i suoi bilanci, i nostri laboratori e tutti i documenti necessari alla Camera sindacale,  stato costante, insistente, suadente, sponsorizzato, irresistibile, ha citato Colbert, la moda  per la Francia quello che le miniere d'oro del Per sono per la Spagna. Per farla breve la Camera sindacale dell'alta moda ha detto Amen, benvenuto, signor Antoine. E adesso bisogna sfilare davanti alla stampa internazionale, poi davanti agli acquirenti e infine davanti ai clienti, due volte all'anno i grandi appuntamenti: 180 modelli da presentare per il 21 gennaio, 1000 bottoni, 10.000 spilli, il magazzino  sovraccarico di lavoro, il signor Antoine sembra attaccato all'alta tensione fin dalle dieci del mattino, ovunque regna il caos. La sera la mia testa brucia, e Rosie mi applica compresse rinfrescanti sulla fronte e prova a far stare tranquillo il nostro bambino: Sta' un po' zitto, pap riposa. L'alta moda  stancante.
Alta. Moda. Ci sono arrivato.
Rosie toglie delicatamente le compresse e sento le sue mani fresche sulle mie tempie. Quando ho del lavoro da finire dopo cena, lei mette da parte il suo libro per preparare il materiale. Spazza via fili e ritagli cantando. A volte mio padre viene a darmi una mano. Quelle sere non trova pi niente da rimproverarle, n i biscotti troppo cotti n il piccino che gioca con le nostre forbici, nascosto sotto il tavolo. Nell'appartamento aleggia probabilmente un po' di casa nostra, non so se grazie al profumo del tessuto, al parlottio del bambino o a quello di Rosie, ma in ogni caso nessuno ha voglia di andare a dormire.
La prima volta che ho visto Rosie, lei era a letto, soltanto le sue braccia sbucavano dalle lenzuola. Mi sono detto che sarebbe stato bello essere atteso tutte le sere da quelle braccia. E in realt  molto pi che bello:  squisito, indispensabile, una volta che l'hai assaporato non puoi pi farne a meno e allora hai paura. Se sparisse di colpo? L'unico problema della felicit  la paura.
Credevo di aver chiuso con lei. Credevo di averla attraversata, la paura, le sue lame che si arrugginivano laggi sulle colline della Turingia. E invece lei  ritornata sommessamente, insieme all'amore, dapprima a intermittenza, una mattina nel tepore del nostro letto, un sabato sera a ballare, come una sforbiciata improvvisa nella gioia. Ma si  installata sul serio al primo bambino. Quando Rosie mi ha mostrato il bimbo appena nato, il primo, mio figlio, arrivato per colpa mia, il mio bambino meraviglioso e minuscolo nelle sue fasce, ho sentito quell'irrevocabile taglio in fondo alle viscere.
Abbiamo organizzato una festa, ovviamente. Amici, colleghi, vicini di casa, due violinisti e Marcel, tutto il nostro mondo, si sono stipati nell'appartamento dove vivevamo con mio padre.
Lasciami ammirare il piccino!
Un momento, quando verr il tuo turno.
Rischi di soffocarlo se lo stringi cos!
Per fortuna non ha il tuo naso, poverino.
Mazel tov!
Anche a te!
Adesso tocca a me, lasciatene un po' anche agli altri.
Spostati un po', occupi tutto lo spazio, non si vede pi quella meraviglia.
 cos bello che fa male agli occhi, sul serio!
E dove vuoi che mi metta?
Ci sono volute delle assi per allungare il tavolo, bisognava spingere da parte i regali per esporre i dolci e poi allontanare i dolci per giocare alla belote, e una volta seduti non ci si poteva pi spostare di un millimetro, si stava in due su uno sgabello. Soltanto nostro figlio passava di mano in mano, lo baciavano tutti, lo sollevavano come un trofeo, leggero come una piuma, e gli amici ridevano acchiappandolo. Ma io no: la sua vita era pesante tra le mie braccia.
Abbiamo dovuto trovare un alloggio, Rosie, io e il bambino. Per ottenere venticinque metri quadri mio padre ha allungato qualche banconota al rabbino, di questi tempi bisogna giocare d'astuzia, la penuria  estrema, la gente dorme nelle cantine, sotto i ponti di notte muoiono per il freddo, devo riconoscere che questo miniappartamento  un colpo di fortuna, a parte i topi. Rosie non si lamenta ma ha paura per il bambino, soprattutto adesso che  in arrivo il secondo: se non si sta attenti chiss quanti se ne fanno,  come se la vita volesse darci un premio a ogni giro. La gente dice Non preoccupatevi, e per rassicurarti citano i proverbi: I bambini arrivano sempre con il corredo, Ci penser la provvidenza. Nessuno ti avverte che il corredo ha gli orli di piombo e che la provvidenza non alzer neanche il mignolo per aiutarti: tocca a te vestire la tua famiglia, garantirle un tetto, darle da mangiare, proteggerla da tutto. I bambini sono una zavorra invisibile, quando diventi padre, ogni giorno hai pi di una vita da salvare.
La mattina al risveglio la mia paura  gi l, mi segue con il fiato sul collo mentre prendo il primo metr, mentre cammino per le strade grigie fino all'androne. Sono io che apro la porta della sartoria tutti i giorni alle sette. I battenti di vetro scivolano senza far rumore. Sulla targa dorata, sotto il suo nome, il mio padrone ha fatto aggiungere Haute Couture in corsivo. Entro. La paura rimane sulla soglia.
Non c' ancora nessuno, a quest'ora, ma nel laboratorio si sente il ronzio dei caloriferi e si sta gi bene. I teli sono appesi. Fremono appena quando passo, come un saluto discreto.  il mio momento preferito: nel silenzio mi riesce facile pensare a tutte le ragazze che danzano nella mia testa, quelle ragazze che devono sfilare in gennaio, nella calma dorata del mattino le vedo nitidamente e nei minimi particolari, le spalle drappeggiate e lo scollo del bolero, le balze oblique delle gonne e la vita stretta, basta chiudere gli occhi per osservare tutto, per catturare tutto.  facile immaginare i modelli a quest'ora, dopo non rimane che realizzarli e io ci riesco, ci riesco sempre, i miei punti sono ordinati e puliti, regolari, ben saldi, inebrianti, la loro forza si dispiega in me, prende il posto della paura, del fango nel quale sprofondo di notte. Nessun abito mi resiste a lungo. Una volta finito, lo osservo: eccolo l, al posto del grande nulla, questa scultura proviene da me, questo splendore diventato tessuto esiste, e adesso anch'io esisto, pi forte che mai. Poi passo al modello seguente. Il mio Stockman non ha mai il tempo di raffreddarsi. Non c' altra scelta: fuori, venti ragazzi vogliono il mio posto.
La concorrenza arriva all'atelier verso le otto. Tagliatori siciliani, sarti di Mnilmontant, modellisti polacchi, un battaglione di bravi lavoranti che mi spiano, lo sento. E sono diffidente, li sorveglio, o loro o io, conosco l'antifona, va' avanti o muori, e allora vado avanti, corro, li doppio, rivedo tutti i loro modelli mettendovi qualcosa di mio. Offro il mio aiuto, senza aspettare la risposta aggiungo un punto, cucio un orlo, m'infilo dappertutto. Voglio che il padrone capisca: questo lembo di camicia  di Kiss, e questa fodera? Ancora Kiss. Far scomparire gli altri. La sera sono l'ultimo a uscire, faccio il giro dei tavoli, a volte aggiungo un ricamo di lustrini da qualche parte, pulisco un piano di lavoro, passo la scopa un'ultima volta, il padrone apprezza: Ma lei  onnipresente, che diamine! Senta, Kiss, fintantoch  qui da noi, conosce qualcuno per terminare alla svelta un tailleur pantalone? Con la collezione da finire, tutta la maison  sommersa di lavoro e la cliente freme per l'impazienza.
Convincer Marcel a fare un extra, verr a casa nostra a lavorare di ago e filo battibeccando con mio padre e saremo contenti tutti, compreso il padrone che avr il tailleur in tempo e una preoccupazione in meno.
Mi dia il capo, signore, mi occuper io di tutto.
Lui mi sorride.
Chiuder lei, mio caro Kiss?
Pu contarci, signore. E prima di andarmene fisser i nastri sul manichino per la giacca di cannet, quella con il collo a scialle, guadagneremo tempo.
Inizio a pensare che non posso fare a meno di lei, Tomas.
Dalla finestra vedo scendere la pioggia e la paura che mi aspetta, fuori. La notte scorsa una donna  morta di freddo con il suo bambino, l'hanno detto alla radio. Devo continuare a lavorare in questo posto, se voglio cavarmela.
Sulle foto si vedono tutte quelle sedie, decine di sedie dorate e un sacco di gente, l'alta societ di Parigi, che ha preso posto all'aperto. Quando gli ho mostrato l'articolo, Herman ha sospirato: una sfilata di alta moda deve svolgersi in un salone, dice. All'aperto  troppo moderno per lui. Tomas ci ha raccontato tutto come se fossimo stati l: la ressa, la frenesia, i giornalisti talmente numerosi che hanno dovuto farli sedere in cortile, perch non ci stavano tutti. Le indossatrici sfilavano sul selciato, a gambe nude nell'aria frizzante, il cielo color ghiaccio, gli abiti arricciati come sottane maliziose sollevate dal vento, le insolite spirali sulle camicette, era da molto che non si vedeva qualcosa di cos fresco. Sono uscite le foto sui giornali, moltissime. Le ho ritagliate tutte. La presentazione  stata magnifica, senz'ombra di dubbio: una primavera-estate degna dei pi grandi maestri. Su L'Aurore si vede il signor Antoine estasiato in primo piano e sul fondo Tomas che sistema un drappeggio sulla scollatura di una ragazza. Ne ho comprate quattro copie, tre per l'archivio, una da appendere alla parete. L'articolo l'ho incollato a destra della mia macchina per cucire, per fargli posto ho dovuto eliminare la gonna double face di Jacques Griffe e l'Antonia di Balmain, ma non ha importanza: in quel punto il sole batte dritto sulla foto e si vede molto meglio il ragazzo.
Perch all'aperto, me lo spieghi? Che cosa gli ha preso, al signor Antoine? Una sfilata di alta moda all'aria aperta, questa s che  bella! E perch non sott'acqua oppure a testa in gi?
Non siamo pi nel XIX secolo, pap...
Ridicolo! Gli abiti rischiano di sciuparsi e le clienti di buscarsi un raffreddore, ecco tutto.
Ti assicuro che era tutto perfetto, invece... Di solito le modelle sono controllate, sotto i riflettori sfilano allineate, 118 - Abito Speranza Serotina', 119 - Insieme Lavallire', sono gelide, asettiche. Fuori invece gli abiti uscivano dalla cornice, avresti dovuto vederli, all'aria aperta balzavano all'occhio! Sotto il sole erano ancora pi belli, pi vivaci, pi colorati e anch'io, sai, quando li guardavo, anch'io mi sentivo decuplicato, tutto l'insieme era un po' grazie a me, seguivo ogni modello uscito dalle mie mani e avevo l'impressione di essere pi forte, senza limiti, non ero pi un numero, non ero nemmeno pi Tomi, ero meglio di me stesso, pap, capisci?
Ma questa  la magia della moda, ragazzo, dipende soltanto dalle creazioni di moda eseguite a regola d'arte, non ha niente a che vedere con l'aria aperta. La moda ci trasforma in scultori, in artisti, tu incominci adesso ad accorgertene, la moda ricompensa il sudore della tua fronte con la gioia, con la riconoscenza, con il denaro, con la fierezza,  fatta cos: per sua natura rende grandi i piccoli uomini che la fanno, prende degli stranieri immigrati e li trasforma in signori, basta lavorare sodo, e all'interno preferibilmente, tra quattro pareti, non c' bisogno che gli abiti prendano del freddo in pi.


Capitolo 10.
PARIGI, FRANCIA
1964

 la mia solita fortuna, lei non sta ferma un momento. E si aggiusta i capelli, e si accende una sigaretta... ma che stia ferma, dannazione! Sistemare le maniche su una banderuola cos  una bella impresa... Ebbene s, inutile negarlo, indossa bene il cappotto. Su di lei lo scozzese  un azzardo, eppure lo scozzese  sobrio, ma i suoi seni, accidenti, la curva perfetta, anche il collo Claudine  di una bellezza conturbante, e lei  ancora pi bella che al cinema. Detto questo, per, non  una buona ragione per perdere il controllo: durante la prova si tratta di rimanere stoici,  una questione di rispetto. A furia di agitarsi, lei lascia capelli ovunque,  duro toglierli, s'impigliano nei bottoni e ce ne sono tanti, di bottoni, in questo modello: doppio petto.
Marco, il mio ditale, per favore.
Eccolo, signor Kiss.
Pi corto l'orlo, per cortesia.
Il mio assistente affronta le nervature dei fianchi, hanno una forma triangolare abbastanza sottile che aggiunge consistenza a livello dei fianchi ma con delicatezza, non  certo il caso di infilzare le cosce della cliente, soprattutto se  a gambe nude, come in questo caso, e che gambe... Marco  paonazzo. Se non finisce in fretta di puntare questo cappotto con gli spilli gli viene un malore, garantito.
La bionda sbuffa. Le clienti VIP sono cos, incomincio a conoscerle perch il signor Antoine me le rifila tutte, sospirano e bisogna capire: bisogna proteggerle. Questa  del genere gentile, non ci congeda come dei maggiordomi, si accontenta di un piccolo broncio da neonato triste, si congratula con noi, trova il cappotto su-bli-me, vorrebbe che gliene facessi un altro zebrato e ci riaccompagna lei stessa alla porta che sbatte sui nostri talloni giusto in tempo per salvare il mio assistente da un ictus.
Signor Kiss, oh, era... Ma era... Sul serio... Un portento!
Grazie, Marco, mi  venuta davvero una buona idea con quello sbieco rosa chiaro, sopra le tasche applicate  veramente perfetto, quando il cappotto sar sulla copertina di Marie-Claire ti garantisco che andr via come il pane. Nelle vie del mondo si vedr una profusione di tessuti scozzesi, e tutto grazie allo sbieco.
S, certamente. Magnifico il suo sbieco, strabiliante, ma... io parlavo della cliente, comunque, signor Kiss, Brigitte Bardot, accidenti, Et Dieu cra la femme...
Pu darsi, Marco, pu darsi che Dio abbia creato la donna, ma chi ha creato il cappotto, eh, chi?
A cena lui ha raccontato. Ho cercato di non ascoltare, ma lui ha fatto quel gesto, con le punte delle dita che quasi si toccavano e ha detto: Le mie due mani giunte sono quasi il suo girovita.
 sottile la Bardot, molto sottile, molto bella con quei capelli, con quella bocca, soprattutto la bocca, ma non  solo bella, del resto,  diversa, incomparabile, una donna come non se ne vedono mai nel quartiere. E lui come fa con me, dopo di lei? Lei e le altre... Ce ne sono tante cos, dove lavora lui. La sua casa di moda si  trasferita nel triangolo d'oro, gli uffici, i laboratori, il magazzino, tutto  stato trasportato nel bel mezzo degli Champs-lyses. Mi ha accompagnato una domenica, e mi ha spiegato: un marciapiede  spesso al sole quando l'altro  in ombra. Voleva che vedessi il luogo preciso dove lavorava, sul lato pari, il migliore. Quel giorno il cielo era rosa striato di luce e ogni zebratura dorata, ogni striscia di sole sembrava puntare verso di lui. Sugli Champs ripeteva, e la nube dorata gli gonfiava il petto. C'erano molte ragazze che passeggiavano come noi sul marciapiede giusto, ragazze che abitavano in zona, bisognava vederle, esili, slanciate...  l che lavora, mio marito, dall'altra parte del mondo, sul lato soleggiato, dove con le due mani quasi giunte si racchiude il girovita delle donne.
Di solito la domenica mi piace.  la giornata degli amici e delle risate,  quando si gioca a carte. Tomi e io ci siamo conosciuti un giorno cos, a casa di mia madre. Io avevo sedici anni. Lui era venuto con mio cugino e mi ha dato un mazzolino di fiori prima di appendere il suo cappotto all'ingresso. Mia madre e io aspettavamo da anni che mio padre tornasse dalla Germania, o dalla Polonia, non si sapeva bene dove l'avessero portato, era tutto pronto per il suo ritorno, i biscotti ai semi di papavero nella scatola di latta, e tutte le mattine le sue pantofole venivano messe al caldo, ma lui non ritornava. Incominciavamo faticosamente a capire. Era tanto tempo che non si vedeva pi un cappotto maschile in casa.
A quell'epoca, Tomi aveva iniziato da poco a lavorare presso il signor Antoine. Io ero ancora convalescente, spettinata, sciatta. Lui si  seduto ai piedi del mio letto e abbiamo parlato in ungherese bevendo il t. Aveva l'aria di conoscere molta gente importante nella moda, raccontava la loro vita come se fosse la sua. Io invece non sapevo niente dell'alta moda e non conoscevo nessuno a parte Jacques Heim, il figlio dei pellicciai polacchi all'angolo della strada, che vestiva anche Simone Signoret. Pi Tomas chiacchierava, pi io alzavo il lenzuolo per nascondere i miei stracci. L'ho colpito subito, nonostante quella orribile vestaglia e la polmonite. Nella vita nessuno sa perch le cose succedono, probabilmente c'era qualcosa nell'aria, l'aroma del t o il suono delle nostre parole, una melodia che conoscevamo. I nostri amici scherzavano:  la vestaglia!  la vestaglia tutta logora, cos diversa dai begli abiti!
Quanto a me, so che cosa mi  piaciuto di lui, oltre alla risata. Con il suo completo gessato sembrava un capo o un boss della malavita, uno a cui la vita non poteva resistere. La gente dice gli occhi, le spalle larghe, tutti cercano il punto preciso della seduzione, ma quel che conta  la speranza che nasce in noi. Con Tomas non ci sarebbero pi state vestaglie logore.
Mi ha scritto molto, con parole francesi che prendeva chiss dove - mio tesoro, fiorellino mio, zuccherino, amore mio, Rosie. A furia di scriversi  arrivato il bambino. Ha pianto molto all'inizio, e anche Tomas. Ha voluto chiamarlo Gabriel, Gabor in francese, era l'unico nome che andasse bene. Poi ho saputo, per il nome, per suo fratello, ho capito che per mio padre e per tutti gli altri non ci sarebbe stato nessun miracolo. Anche mia madre ha compreso, ormai era la moglie di nessuno e a sua volta ha pianto: sognava un buon marito per me, non un ex deportato che avesse lasciato laggi met della sua anima.
Durante il giorno, Tomas non parla mai del campo, e nemmeno del tempo che l'ha preceduto, quando i suoi morti erano vivi. Non ne parlo neanch'io. In passato ho fatto degli errori, per la mia curiosit. Molto tempo fa, quando non era ancora nato il nostro figlio minore, bisognava recuperare un letto e ho chiesto a Tomi: E tuo fratello, una volta, dove dormiva?
Tomas ha cercato a lungo la risposta, gli occhi spalancati come se riaprisse un luogo pericoloso e buio, poi finalmente ha ritrovato suo fratello nella vecchia casa: Dormiva nella stanza dei nostri genitori, in un lettino beige di legno intagliato, accanto al mio.
Ha impiegato molto tempo a dimenticare di nuovo quel lettino. Si sono sentite delle grida in casa, litigi esagerati per dei nonnulla, per i topi, per il freddo, perch non era ancora pronto in tavola, perch un vicino l'aveva urtato senza chiedere scusa. Ma adesso ho capito: Tomi ha il dolore a scoppio ritardato, come se dentro di lui ci fosse una bomba. Lo fanno arrabbiare tutti quei lettini rinchiusi in lui, quei lettini vuoti mai vendicati,  un'esalazione che si gonfia e deve uscire, ed ecco il furore per niente, in sartoria mio marito si controlla ma alla fine della giornata si lascia andare, esplode, lo si sente gridare da lontano che ha perso l'ombrello, grazie alle sue sfuriate tutti sanno, nel palazzo, quando Tomas Kiss  rientrato dal lavoro.
Io faccio tutto il possibile per non innervosirlo. Mi prendo cura dei bambini, gli cucino i suoi piatti preferiti, gli preparo le pantofole, faccio in modo che al suo arrivo sia tutto perfetto, e lui arriva, con le sue preoccupazioni, la sua collera, con un regalo per me, un foulard, una camicetta ricavata da uno scampolo di buona qualit, arriva con dei capelli biondi impigliati nelle asole e con un salario per tirare avanti. Vorrebbe che i nostri figli facessero come minimo il Politecnico. Vuole diventare qualcuno e io sto al mio posto al suo fianco, in attesa. Formiamo una squadra, lui fuori e io dentro, alla conquista del sole.
Le mie amiche mi domandano: non hai paura che non rientri? Pensano alle indossatrici, alle clienti carine, alle giovani apprendiste pronte a tutto per un completo gratis... Certo che ho paura, tutti i giorni, soprattutto perch il suo padrone, il signor Antoine,  un gran donnaiolo, uno che parla a vanvera, non si pu credere neanche al contrario di quello che dice. E fa proseliti! Quando, verso le diciannove, conduce le sue amichette al Bistrot du Caviar, chiede al mio Tomi: Allora, Kiss, oggi viene con noi?
Tomi declina educatamente l'invito. Ogni sera sento la porta richiudersi e i suoi passi nel corridoio, lui ritorna dall'altra parte del mondo. Adesso so che un buon marito  proprio questo: un uomo che potrebbe trangugiare beluga con ragazze taglia 36 e invece preferisce rientrare a casa in metr.


Capitolo 11.
PARIGI, FRANCIA
1974

Signor Kiss? Posso entrare?
E vengono ancora a scocciarmi. Eppure ho chiuso la porta, dovrebbe essere chiaro per tutti, ma c' chi finge di non capire.
Signor Kiss? Una piccola emergenza...
Sempre la stessa storia: sono al lavoro con i miei ragazzi in sartoria, l'aria ci accarezza, lieve e tiepida, le nostre mani si danno da fare nel silenzio bianco, bianche le nostre bluse, bianca la polvere del tessuto che sale e ti avvolge come una seta, bianca l'anima della sartoria che lava i pensieri oscuri, si sente soltanto il fruscio della tela e il fremito del filo tirato quando lei, la responsabile delle vendite, la direttrice commerciale, la portavoce della maison, a scelta, se non  l'una  l'altra, si avvicendano alle mie spalle, quando lei, dunque, arriva, fendendo l'aria, facendo scoppiare la bolla, spezzando il silenzio, interrompendo la danza delle mani con l'aria di sopportare un'infinit di inconvenienti dai quali estrae, con le labbra serrate, il pi spinoso: La signora Dupr-Lamotte, come dire... La signora Dupr-Lamotte non apprezza... Ebbene, diciamolo apertamente, non le piace lo shantung.
Non me ne frega niente di quello che piace o non piace alla signora Dupr-Lamotte. A me piace, lo shantung. Al padrone piace. Lo shantung  ondeggiante, irregolare, granuloso, palpita alla luce. Bisogna pensarci, alla luce sull'abito, ai bagliori dorati che danzano sul tessuto, e lo shantung  perfetto: il discorso  chiuso.
Alla signora Dupr-Lamotte non piace...
La responsabile delle vendite, dato che si tratta di lei, crede che io non l'abbia udita. E invece l'ho udita benissimo. Non voglio discuterne, punto e basta. Lo shantung non si discute: s'impone per questa stagione a chi ha gusto.
Non deve fraintendermi, signor Kiss, la signora Dupr-Lamotte trova adorabile il modello, ovviamente, il suo lavoro  meraviglioso, lei vorrebbe lo stesso insieme, il Romo con i pantaloni alla caviglia e le pinces e il bordino in lam intonato alla giacca, esattamente lo stesso, ma in un altro tessuto che non sia lo shantung.
Ma bene! Lo stesso insieme, ma diverso. Pi corto, ma mantenendo tutta la lunghezza, senza bottoni sul collo, be', certo, ma con il collo chiuso, senza bottoni a pressione n ganci n cordini n cerniera lampo, ma che si possa aprire ugualmente. Sempre la stessa solfa, come ho gi detto. Io mi metto forse a discutere il menu quando vado a pranzo al bistrot? Se il piatto del giorno scritto sulla lavagna sono i rognoni di vitello al Madera, specialit dello chef, cotti al punto rosa, i rognoni perfetti, mi metto forse a recriminare? Eppure li detesto, i rognoni, perdinci, sono quasi allergico, peggio che alle rape, non voglio vederli neanche dipinti. Ma chiedo forse allo chef di cucinare soltanto per me lo STESSO piatto, esattamente lo stesso, con la salsa ben densa e la cottura al punto rosa, ma con tutt'altra carne al posto dei rognoni? Eh? Mi verrebbe mai in mente di chiedere una cosa del genere? Certo che no. Perch chiederei un piatto che non esiste, probabilmente indigesto e impresentabile. E cos, quando vado al bistrot, mi comporto in modo educato, rispettoso: prendo una bistecca e basta.
La signora Dupr-Lamotte vorrebbe tanto indossare questo insieme al matrimonio del suo caro nipote Philibert, del Consiglio, peraltro grande amico del signor Antoine...
Se si volessero compiacere tutti quelli che hanno rapporti con il signor Antoine, non si finirebbe pi. Lui conosce il mondo intero, la sua rubrica  pi voluminosa dell'annuario delle persone celebri e, dal campione di Formula 1 alla star della canzone, sono tutti convinti di essere il suo migliore amico. E poi la conosciamo la Lamotte, quella grassona: mai contenta. Brigitte Bardot non mi ha mai fatto la bench minima osservazione, eppure, se non  una celebrit lei... Anche Edith Piaf, anche la moglie dello Sci si guardano allo specchio e dicono Grazie, signor Kiss. La Dupr-Lamotte, invece, s'infila il vestito e fa il broncio. Una volta cambiato lo shantung, so per certo che cosa succeder: prender in uggia il colore dei bottoni, anche se i bottoni sono perfetti, si potrebbe usarli per giocare agli astragali tanto sono belli, ma lei, la signora Dupr-Lamotte, vorr a tutti i costi il ciano al posto del cobalto, o del leopardo meno maculato come fodera, e tutto questo lo dir con mille moine come una giovane prima sarta e, quando avr finito di ridacchiare, esiger lo stesso abito dell'addetta alle vendite, che ha la met dei suoi anni e un quarto della sua corporatura.
Sia ben chiaro, non sono contrario a venire incontro alla clientela, tutt'altro. Aprire un pantalone sul collo del piede per allungare una gamba tracagnotta, alzare una tasca per mascherare la pancia non sono certo un problema. Fare il sarto vuol dire coccolare il cliente, lo sanno tutti tranne i giovani pi stupidi. L'astuzia fa parte del mestiere. E il pi astuto di tutti era incontestabilmente Balenciaga. Un illusionista di prim'ordine, Balenciaga. Ha disegnato scolli senza collo, a forma di cono sulle clavicole, i suoi celebri colli a effetto cigno, e le sue maniche! Sette/ottavi. Con quelle maniche, anche la pi grassa delle grasse d l'impressione di avere giunture da purosangue. Gli ho copiato tutte le sue astuzie a Balenciaga, le maniche accorciate, le clavicole. Anche lui ha saccheggiato Dior, ha saccheggiato la Spagna, i suoi boleri, le sue cappe da torero, i suoi guanti lunghi e il suo rosa, il suo famoso rosa, che non mi vengano a dire che l'ha inventato lui... Quel rosa viene dal cielo, come il blu Lanvin viene da Firenze, nessuno inventa niente nel mestiere, la moda  un furto, anch'io sono un ladro, bisogna pur vivere, e anche lui, tutti. Detto questo, ho avuto l'occasione di vedere da vicino un tubino di Balenciaga: magia pura. Un cilindro perfetto sormontato da un bustino, aereo, avvolto a tortiglione, di gazar, come panna montata foderata di seta, s'infila come un soffio, ma sotto, accidenti, c' un apparato folle, mesi di lavoro, un finto flou strutturato come una cattedrale, centoventi prove al giorno per settimane per arrivare a quest'opera d'arte sofisticata, eppure la ragazza sembra indossare ali di farfalla... Un genio, Balenciaga. Cristbal di nome. 1895-1972. Gli ho copiato la struttura invisibile e la raffia di seta, senza scrupoli. Nella moda, come altrove, si rubacchia, si gioca d'astuzia, si falsifica,  cos, ma il gioco deve valere la candela. La Dupr-Lamotte, anche con maniche astute alla Cristbal e con aperture sul collo del piede, anche con una bacchetta magica e un tessuto fatato, sembrerebbe sempre una botte. E per una botte non vale la pena di modificare neanche un filo di shantung.
Potrei ricordarle, signor Kiss, con tutto il dovuto rispetto, che la signora Dupr-Lamotte acquista da sola met della collezione due volte all'anno...
La responsabile delle vendite non ha neanche fatto finta di mettere un punto interrogativo in fondo alla frase. Mi avvelena il silenzio, con le sue parole. Le donne parlano troppo. Anche gli uomini, del resto. Il silenzio della sartoria  di una qualit superiore agli altri,  confortevole, ovattato, vibra del fruscio dei tessuti;  l'unico silenzio sopportabile e nessuno dovrebbe essere autorizzato a sciuparlo con recriminazioni taglienti. Bisognerebbe affiggere un cartello all'entrata della mia sala: vietato l'accesso ai parolai e agli stizzosi, vietato a chi ha fretta, a chi  arrabbiato, a chi porta brutte notizie. Non entrerebbe pi nessuno, a parte me e i miei lavoranti. Lavoreremmo nella quiete, nell'ordine, con tranquillit. Indispensabile, la quiete. Gli abiti hanno bisogno di serenit per sbocciare. Per loro niente  pi nefasto delle perorazioni, dei giudizi taglienti, del chiasso improvviso. Nel silenzio ovattato rimangono a lungo distesi, accarezzati, tagliati, puntati con gli spilli, cuciti, poi una notte finalmente si levano e avvolgono il manichino. Una spalla da sistemare, qualche cucitura, un paio di ritocchi: sono pronti per essere portati. Poi torna il rumore, e con lui i fastidi. In ambito sartoriale i fastidi ritornano sempre. Li produce la casa di moda, molto pi numerosi dei vestiti, con la stessa frenetica passione che sconfina nell'arte, generazione spontanea di scocciature a tutti i livelli. Si moltiplicano senza alcun preavviso, si moltiplicano a dozzine, in gruppo, a grappoli, in branco, non appena volti le spalle ecco una sfilza di seccature, ma soltanto le beghe pi contorte, le autentiche galere, i cavilli extra large si danno appuntamento da me, nel laboratorio del tagliatore. Un giorno incontrer sul mio cammino una scocciatura pi schietta delle altre che mi confesser, finalmente, l'atroce verit: il mio laboratorio  la stella cometa dei fastidi, il loro polo magnetico. La meta di pellegrinaggio dove sono felici di potersi ritrovare tutti.
Pu capitare che un modello amorevolmente concepito per la sfilata primavera-estate, per esempio il famoso completo tailleur-pantalone di stupendo shantung con bordino, risvolto plissettato e ricamo all'esterno, si riveli un clamoroso fiasco. Non solo nessuna cliente lo vuole, ma il risvolto richiede ore per la plissettatura, le poche vendite si fanno in perdita, il signor Antoine  sull'orlo del nervous breakdown. Al contrario, immaginiamo che questo modello riscuota, alla fine della sfilata, un successo commerciale strepitoso: in pochi giorni arrivano decine di ordini, di cui il venticinque per cento rimane da consegnare. Sfortunatamente non rimane pi un grammo di quel tessuto incantevole nell'intera Europa. Nervous breakdown, bis. La moda  proprio questo: un velo di shantung cos bello da piangere per la gioia accompagnato da psicodrammi di diversa natura. Controllo fiscale a sorpresa, improvvisa bulimia della modella principale, contraffazioni, pu succedere di tutto. Soltanto ieri, due delle migliori ricamatrici della nostra casa di moda mi hanno lasciato sulla scrivania le loro dimissioni per andare a fare canto corale e formaggio di capra a Bagnres-de-Bigorre. In questo genere di casi eccezionali, io chiudo la porta del laboratorio, ma le scocciature entrano dalla finestra.
Signor Kiss? Mi sta ancora ascoltando? Come si pu fare, per lo shantung?
Vada a trovare la Vecchia, le dica di trovarci del drap zibellinato.
La Vecchia sono io. Mi chiamano tutti cos alle mie spalle, lo so. Non ci casco, sono cinquant'anni che lavoro al magazzino, le migliori case di moda della capitale le ho passate tutte. Kiss vuole con urgenza del drap zibellinato, e poi che altro? Non  scritto sulla scheda. E quando non  scritto io non lo procuro. Il magazzino  preciso, tutto  registrato e messo a libro: per un dato abito occorre un dato metraggio di un dato tessuto, di dati filati, dati bottoni, dato cordoncino, ci coster tot, fine della discussione. Ordino la fornitura, pago e patatrac, quando le merci arrivano, i signori dei piani alti cambiano idea. Cambiano idea con la stessa facilit con cui si cambia una camicia, i capi. Ardono di sacro fuoco, dilapidano, le tariffe hanno poca importanza, Raccomandatevi a Paulette, raccomandatevi e poi vedremo, parole cos, ma alla fine sono sempre io che mi prendo le sgridate quando si spende troppo per il materiale dell'abito. Io non ci casco, cinquant'anni al magazzino, sono stata da Givenchy ai bei tempi, e da Rochas prima che chiudesse la divisione moda. Lo sapevo, io, che non ce l'avrebbe fatta con abiti venduti a 200.000 che ne costavano 190.000. Sa fare i conti Paulette. Io non ho mai lasciato Parigi, non sono come i capi che sono sempre in volo, ma io conosco i fornitori di tutto il mondo, i Costa di Como, gli Abraham a Zurigo, e tutti i fabbricanti. Raccomandatevi a Paulette... Voglio proprio vedere! Preferirei morire. Inutile raccomandarsi, a meno che non sia stato messo per iscritto. Non c' trattamento speciale che tenga, nessun Mia cara Paulette: la scheda firmata, nient'altro. Si era parlato di shantung e io ho dato lo shantung, Kiss non avr il suo zibellinato. Io ne ho, naturalmente, io ho tutto, qui, tutto e anche di pi, wax e damasco, gourgouran delle Indie e broccato Yunjin, non ho bisogno di viaggiare, io, Paulette, io faccio il giro del mondo senza spostarmi da Paname. Un giorno ho perfino messo le mani sulla fibra di baobab. Proprio cos, baobab, per un corsetto. Ho di tutto in magazzino ma non dar mai un centimetro pi del dovuto, mai. La mia contabilit  precisa al centesimo, impeccabile. Il drap zibellinato... Per giunta non  neanche da Kiss questo tira e molla. Lo conosco dal 1954 quel ragazzo, lo zibellinato non  nelle sue corde. A lui piace lo shantung, soffice ma non troppo, soprattutto non troppo. Gli piace anche la tinta unita, e il colore, ma non dev'essere ruvido. Il ruvido non lo sopporta, solo a toccarlo gli viene la pelle d'oca,  una reazione viscerale, diventa matto. In questo mestiere la follia  banale: la gente normale ha sensazioni di disgusto moderate, quelli della moda invece detestano su vasta scala. Deformazione professionale. Kiss  disgustato dal ruvido, gli piace il soffice. Ha una fibra forte, il ragazzo, ma ha anche la pelle morbida...
Una volta ogni tanto, viene qui la mattina presto prima che io arrivi, scende da me in magazzino. Non c' niente che possa fare, qui, di solito il premier d'atelier rimane nel suo laboratorio e manda il suo tirapiedi, i lavoranti giovani ci sono per questo, ma lui viene personalmente. Passa dietro il mio sportello con il pretesto di verificare questo o quello, osserva i tessuti, li respira, li accarezza. Dispiega tutto. Poi ripiega, ma io capisco dalla confezione, io non ci casco, cinquant'anni al magazzino... Un giorno l'ho sorpreso con la testa su un percalle arancione di Nattier.
Non  molto esotico, il percalle ho detto.
No, Paulette, non  esotico ma  bello.  bello come la casula di Stefano I.
Piangeva un po'. Con la gente del mestiere, non bisogna cercare di capire. Dopo, Kiss mi ha chiesto insistentemente del nastro jacquard nello stesso tono di arancione, e si  arrabbiato, non quello, un altro!, pi scuro, meno agrumato, l'arancione del sole che brucia, il colore preciso della luce tessuta, ventiquattro modelli mi ha fatto tirar fuori. Qui diventavano tutti matti, ma a loro fa bene. S'incapricciano di una tinta, con qualche leggera variante di tono, oppure sono ossessionati da questo o quel percalle e non parlano d'altro. Io li capisco. Attraverso il tessuto il vero mondo appare sfumato, la vita sembra evanescente. Attenuati i dispiaceri, filtrati i ricordi, i figli che non studieranno mai all'Ecole Polytechnique e i genitori perduti, i viaggi fatti e quelli che non si faranno. Mi piace molto Kiss,  pazzo come tutti noi, per forza di cose. Ma non l'avr comunque il suo zibellinato. Niente di personale, ma manca l'ordine scritto e firmato.
Quanto a me, io detesto il jeans, soltanto il jeans. In questo momento  come un'ondata che travolge i ragazzi, le ragazze, le signore, stinto, grezzo, stonewashed, ce n' in giro un sacco, azzurro ovunque. E Jackie Kennedy, santo cielo, contagiata anche lei! Dalla Norvegia al Brasile tutte le donne lo indossano, dicono che  universale! Il denim  la morte del viaggio. Portarlo qui dentro  fuori discussione. Anche con la scheda dovranno passare sul mio cadavere.
Per lo zibellinato di Kiss andr a suonare alla direzione, che convocher la responsabile delle vendite, che verr rimbrottata. Non  colpa mia se lei ha sbagliato, che idea proporre un altro tessuto al posto dello shantung, tutto questo perch il completo sia intonato ai capelli della cliente, queste ragazze non sanno pi cosa inventare pur di concludere l'affare, uno sconto, un altro collo e poi che cosa ancora? Il direttore canceller la sua percentuale. La responsabile delle vendite prender il suo cappello e la porta, l'apprendista la riacciuffer all'ultimo secondo, ci sar una discussione, qualche lacrima, seguir la tradizionale crisi di nervi, poi tutti risaliranno graziosamente le scale e il direttore mi firmer la scheda. Kiss avr il suo zibellinato, i lavoranti qualche ora di lavoro in pi e la cliente il suo Romo quasi in tempo. In una casa di moda finisce sempre per sistemarsi quasi tutto, perch la consegna va fatta in ogni caso:  questa la grande superiorit della moda sulla vita.
iTalia
Ho ricevuto una lettera da Hugo: mi domanda se conosco questo Courrges di cui tutti parlano. Il suo stile futurista, i completi in PVC e gli stivali da astronauta, le ragazze che hanno l'aria di andare a camminare sulla Luna mentre ritornano soltanto dalla panetteria: capisco che Hugo lo adori, i pianeti sono sempre stati la sua passione. Ma i materiali, dannazione! Plastica, plastica e ancora plastica! Nessuno ha voglia di essere avvolto nell'alluminio come un arrosto! E poi non  detto che sostituendo il jersey con il vinile si sia moderni. I tessuti naturali, ecco la vera modernit. Il lino, la lana, la seta... L'alta moda  il naturale, punto e basta. Rosie mi dice che parlo sempre pi spesso come mio padre, e ho l'impressione che non sia un complimento. Passiamo oltre.
Hugo mi scrive anche che ha appena trovato un nuovo lavoro in Ucraina, per i militari. Il mio amico nell'Armata Rossa, adesso le ho viste proprio tutte... Pi precisamente,  il responsabile commerciale della fabbrica che realizza i cappotti degli ufficiali sovietici. Mi scrive: La confezione non  poi cos male. Il che significa: orribile ma necessario, bisogna pur campare. Il mio Hugo coltiva ancora qualche ambizione, ma unicamente per me. Kiss Haute Couture, la mia casa di moda personale, me ne parla quasi in ogni lettera... Mi invita a lasciare il signor Antoine per volare con le mie ali. Ne avrei la competenza, questo s, ma non la forza. Il mio padrone invece ce l'ha. Sul signor Antoine la guerra ha soltanto rimbalzato, ha deviato la sua traiettoria, sartoria invece di medicina, ma non l'ha trapassato. Lui riesce a sostenere le due collezioni all'anno, le clienti e le fatture, il flusso e il riflusso della moda. I miei nervi non reggerebbero, credo.
Lentamente, lo sento, la paura guadagna terreno. Una volta si fermava di colpo sulla soglia della casa di moda. L dentro ero al riparo, qualsiasi modello mi venisse dato riuscivo a realizzarlo, avevo la ragazza in mente, quella che bisognava raggiungere, e correvo verso di lei, acchiappandola sempre, e alla fine le offrivo la gonna da ammaliatrice o i pantaloni attillati, e anche la camicetta con tutti i fronzoli, riuscivo a far tutto. Ma a poco a poco si  insinuata la paura e ho cominciato a non avere pi i nervi saldi, soprattutto a causa del flou. Tutte queste stoffe lievi, queste imprevedibili sete, queste mussole vaporose, adesso non riesco pi a sopportarle. Questi tessuti mi scivolano tra le dita, sfuggono proprio all'ultimo momento, e questo non mi eccita pi, tutt'altro, impossibile prevedere in che modo cadranno le falde del vestito, n se il modello finito corrisponder a quello immaginato, n se la ragazza, la sola che merita di indossare l'abito, quello che si ha in mente, finir per uscire in carne e ossa da questa stoffa. Ho paura di non riuscire ad afferrarla, e che lei scappi, che lei fugga per l'eternit. Mi uccide, questo pensiero della ragazza perduta per sempre. Ho lasciato perdere il flou, fortunatamente. La signora Jacotte si  ripresa questa parte. Se avessi dovuto continuare ne sarei morto, credo.
Ormai mi occupo quasi esclusivamente del laboratorio di taglio. Qui sono al sicuro. Confezioniamo gli abiti di tessuto pi consistente, i completi, i cappotti, le gonne e i pantaloni diritti, tutti i vestiti che cadono alla perfezione, tutto ci che non si perde in mille pieghe, e naturalmente le giacche. Una giacca  affidabile.  strutturata, una giacca. Nel migliore dei casi i suoi pezzi si assemblano come avevi previsto, l'indumento prende forma senza sorprese e tu prendi forma con lui, alla fine il modello  l, perfetto, il tuo sogno realizzato, la ragazza s'incarna nell'abito proprio come tu avevi immaginato.  meraviglioso quando il tessuto si sviluppa come un puzzle magico adeguato al tuo sogno... Tuttavia, anche al laboratorio di taglio ecco l'angoscia, soprattutto in periodo di collezione. Decine di completi inediti da confezionare in fretta e furia per presentarli al mondo intero, e ogni volta bisogna riaprire il cammino tra la ragazza della quale si sogna e l'abito reale, e poi le persone vere interferiscono, la direttrice delle vendite pensa che, il padrone vuole una modifica, cambia idea e getta via tutto il tuo lavoro, e allora senti che il modello rischia di sfuggirti, la paura sale, s'insinua, ti soffoca pian piano ma sempre di pi via via che i giorni passano e che la data della sfilata si avvicina, bisogna ammansirla, circoscriverla, dissimularla, se la mano del premier d'atelier si mette a tremare  tutta la collezione che rischia di crollare. Abbiamo otto settimane circa per mettere insieme tutti i modelli, due mesi per tenere a bada la paura.
 la storia di Simone Bensoussan che discute con suo figlio di venticinque anni...
Ho assunto Samy per la sua duplice competenza di imbastitore e di umorista. Occorre sempre un burlone in una sartoria per distrarsi un po' quando la tensione supera i livelli di guardia. I modelli autunno-inverno vengono presentati in luglio e quelli della primavera-estate in gennaio, Samy  dunque pregato di rinnovare il suo repertorio di barzellette due volte all'anno, come minimo.
Il giovane Bensoussan ha fatto la Sorbona, Scienze Politiche e poi l'cole Nationale d'Administration, e il giorno del suo ultimo diploma sua madre  molto orgogliosa, e gli parla a quattr'occhi: Figlio mio,  meraviglioso che tu abbia studiato cos tanto, ma ora che  giunto il momento di scegliere la tua vita, dimmi, racconta tutto a tua madre, verso quale ambito ti orienterai: la confezione per uomo o la confezione per signora?'
Quando nessuna barzelletta riuscir pi a cacciar via l'angoscia, nemmeno qui al laboratorio di taglio, quando non riuscir pi a cogliere le ragazze che danzano nella mia mente, poser il ditale e non lo riprender mai pi. Nell'attesa, ancora una volta ci saranno dei guai.
Maggio: tutto incomincia con i tessuti. Per una collezione completa ne occorrono mille metri e dei migliori, cos, due mesi prima della presentazione i piazzisti di tessuti arrivano a frotte come le rondini in primavera, i mercanti di lana, quelli della seta, la confraternita al completo sfila negli uffici con i suoi campioni cos belli da non sapere che cosa farne. Il signor Antoine presiede la cerimonia. La signora Jacotte  presente per il flou, io per il taglio. Il rappresentante dispiega il suo primo scampolo, velluto leggermente goffrato, novit del catalogo, colore inedito: ceruleo lunare - non sanno pi cosa inventare per un tocco di modernit -, colloca la stoffa sotto un raggio di sole e l'arruffa lentamente prima in un senso, poi nell'altro. Le fibre del velluto si piegano come i fili d'erba nel fiume e scorrono sotto la mano. Ci si avvicina alla finestra per vedere meglio. Lunga pausa di silenzio da parte del venditore, che si comporta da attore consumato. Con un ampio gesto del braccio estrae un altro tessuto, poi un altro e un altro ancora, la sua valigia sembra senza fondo e non  l'unica magia: i colori sono vibranti, mandarino, turchese, lilla, zaffiro e i materiali! Vien voglia di rotolarcisi dentro.
E adesso i mohair annuncia il rappresentante, con tono improvvisamente grave. I pi belli, i pi originali, quelli di Zika Ascher ovviamente, lana e nailon insieme, vere e proprie ali di libellula. Non insisto, conoscete tutti il talento di questo fabbricante...
Il talento di Ascher, s, ma non c' soltanto questo. Non c' mai soltanto questo. Zika Ascher  un Praghese, ex campione di sci. Nel 1939, ebbe la fortuna di trovarsi in Norvegia, dove scendeva sulle piste a rotta di collo, quando la Cecoslovacchia fu annessa, e lui prosegu la discesa fino a Londra, dove si stabil con sua moglie. Fu lei, Lida, a cominciare a disegnare sui tessuti: fiori, calligrafia, tutto quello che le passava per la mente. Poi hanno cercato di diversificare i motivi per venderli meglio. Allora Ascher ha telefonato ai pi grandi pittori del mondo, senza conoscerli, cos sui due piedi,  entrato in un bar, ha chiesto un gettone e ha staccato la cornetta. Pronto, signor Pablo? Sono Zika Asher. Fingeva indifferenza, accidenti, come se da sempre s'intendesse di tessuti e di arte, come se fosse perfettamente normale che un illustre sconosciuto, un ex sciatore convertito sulle piste, chiedesse a Picasso degli schizzi originali per ornare le sue stoffe. E lui, Picasso, ha accettato, come del resto Matisse e Braque. Ecco qual  stata la salvezza per Ascher, ecco che cosa gli ha consentito e gli consente ancora di schiacciare la concorrenza: la fortuna, e l'audacia.
La grande tendenza di questa stagione sussurra il rappresentante  il cognac. Non da bere, il colore...
Ci sono anche dei bianchi lucidi e dei boucl finissimi, un crpe marocchino incredibilmente leggero che incanta la signora Jacotte e del jersey di angora bello da morire ma soprattutto, soprattutto, un cuoio chiaro, morbido come una carezza. Maison Lonard, quanto di pi delicato. Alla minima oscillazione ondeggia, sembra quasi che s'illumini. Il signor Antoine si schiarisce la gola, cade il silenzio.
Questa luminosit... Questo palpitare...
Il signor Antoine  in un momento di grazia,  giunta l'ora di declamare dei versi.
[...] Quanto mi piace, adorata indolente,
del tuo corpo cos bello
vedere come tessuto cangiante
luccicare la pelle [...]
Nella stanza, nessuno osa pi muovere un dito per non disturbare le muse.
Questa pelle di camoscio  affascinante. Ribelle, perfino voluttuosa, come dire... Baudleriana, terribilmente baudleriana, da perderci la testa, lei cosa ne pensa, Kiss?
Stinta quanto basta, e non troppo difficile da lavorare, ecco cosa ne penso. E anche splendente, vellutata come la pelle di una pesca. Ma la terminologia non ha importanza, il padrone e io siamo d'accordo: abbiamo bisogno di questo tessuto. In un angolo della sua mente e della mia, le ragazze dai contorni ancora indistinti, le ragazze-frutto morbide e vellutate si sono messe in cammino, avvolte dal petto alle caviglie da un alone cremoso.
 un cuoio molto femminile aggiunge il rappresentante che avrebbe fatto meglio a tacere.
Alla maison, non importa un fico secco a nessuno che il tessuto sia etichettato come maschile o femminile. Nei primi tempi, subito dopo la guerra, il magazzino del signor Antoine traboccava di tessuti per completi da uomo, prettamente maschili, i rotoli che suo padre aveva nascosto dal macellaio durante la guerra. Quella merce virile, di qualit, era da far fuori, e cos le clienti ebbero le loro gonnelline a spina di pesce e giacche di tailleur. Erano molto femminili ugualmente, fin troppo, perch sono le curve che contano, le curve e la luce, nient'altro. Dopo... Dopo, si  continuato cos. Juliette Grco si  infilata un completo da bellimbusto, e le nostre avvenenti modelle hanno indossato le sahariane, poi giacche da uomini d'affari, pantaloni da giocatori di golf, per le spalle tornite delle ragazze si  disegnato un giro manica stretto, spalline militari, dettagli che scompigliavano tutto tranne lo stile, il desiderio, il piacere di indossare quella tenuta. I giornalisti l'hanno chiamato unisex ma per noi era semplicemente la libert. In questo momento, la stampa ci ossessiona con il ritorno delle vere donne, come se ce ne fossero di false, sono tutte parole vane che si applicano, forzandole, alla gente. Il mio padrone ha capito che alla fin fine non ci sono uomini, non ci sono donne, ma soltanto il calore da trovare dove si pu, soltanto la vita che ti offende e i tessuti che ti consolano, giornate da satin e giornate da lana merino. Un giorno, ne sono convinto, ognuno indosser quello che lo aiuta a vivere, abito o cravatta non importa, perch in realt  quella l'autentica funzione del vestito, aiutarti a vivere,  la sua stessa potenza, ci che lo tira fuori dalla sorte grossolana degli oggetti domestici e lo rende superpotente. L'abito ti salva dal freddo e dalla vergogna,  ci che resta quando non hai pi niente, ci che ti trasforma, che ti innalza. Anche il signor Antoine l'ha compreso, non so come ma l'ha compreso. Discutiamo spesso, lui e io, mai per sull'essenziale. Anche per questa ragione gli rimango fedele, per gli abiti che ha creato, abiti veri, benevoli e sublimi, n da uomo n da donna, abiti per i vivi.
Dovrei spiegarlo a Hugo nella mia prossima lettera, ma forse rischia di deprimersi. Quegli stracci militari di cui garantisce la vendita in URSS non sono n benevoli n sublimi, tutt'altro. Mi spiego meglio: quando  bel tempo, i generali sovietici tirano fuori il cappotto di lana bordato, con il colletto a punta aperto sulla camicia, cinturone di cuoio, bottoni dorati, deve piacere questo stile, per quanto mi riguarda la moda marziale russa  lontanissima dal mio genere ma bisogna onestamente riconoscere che l'insieme  portabile. In compenso quando piove, quando il cielo basso e carico di nubi si scatena sui militari, per coprirsi gli sventurati hanno una sola opzione autorizzata dal regolamento: il disastroso impermeabile di cui Hugo  il principale promotore, un modello a met tra il grembiule con le maniche lunghe e un camiciotto con la baschina, con la cintura troppo alta, cucito a met petto, tagliato con la roncola, cinque taglie tra cui scegliere ma un solo colore incerto che mischia glauco e verdastro. Il tessuto fa vomitare, stinge e talvolta si restringe,  Hugo stesso a dirmelo, o quanto meno a insinuarlo nelle sue lettere, e io leggo tra le righe. Tra noi non  cambiato niente, le parole attraversano i nostri silenzi, anche quando ci scriviamo, anche a migliaia di chilometri di distanza. So, dunque, che l'amico Hugo sta vivendo un incubo tessile. Gli ufficiali suoi clienti, pur avvezzi alla disciplina e soggetti all'inflessibile legge del vestiario militare, preferiscono tuttora morire di polmonite sotto la pioggia sovietica che infilare l'impermeabile regolamentare. Gli ordinativi dell'amico Hugo rimangono l a prendere la polvere, i suoi trench obbrobriosi imputridiscono nei depositi, e allora lui, pur di rifilare a qualcuno la sua mercanzia, passa da una caserma all'altra in ogni angolo dell'URSS, offre da bere ai clienti e alza il bicchiere con loro, e la sua valigia trabocca di tessuti orrendi e di vodka aromatizzata con erba del bisonte. Ogni tanto sua moglie lo accompagna ai pranzi di lavoro, e dopo il dessert riporta a casa di peso il mio valoroso Hugo, ubriaco fradicio.
Le sere d'inverno, quando rientro dal lavoro e le stelle sovrastano l'Arco di Trionfo, penso a lui. Attualmente, i Sovietici mandano le sonde sulla Luna, i robot su Venere e anche su Marte: Breznev ha formato squadre di astronauti di prima scelta per metterlo in quel posto all'America. Hugo sarebbe diventato uno di loro, se avesse potuto continuare gli studi. La volta celeste era la sua passione, non certo il tessuto impermeabile... Ma su di lui come su di me la guerra non  semplicemente passata: ci ha spezzato irrimediabilmente e con l'et, in segreto, le nostre falle si aprono sempre di pi.
Caro Tomi,
innanzitutto bravo, tre volte bravo! Dopo il tailleur della principessa Grace e il completo da matrimonio di John Lennon, perfino la signora Pompidou, la premire dame! Il mio Tomi, il sarto preferito delle star! Fin dove vuoi arrivare? Non mi meraviglia che il tuo padrone ti abbia raddoppiato lo stipendio... Alla fin fine gli uomini sono imprevedibili come le stelle, nessuno sa cosa verr fuori dalla nube di polvere e si metter a brillare. A volte c' giustizia, i pi talentuosi, i pi pervicaci, i pi convinti come te salgono fino in cima, ma spesso... Spesso il destino fa una gran confusione, ecco quello che penso, amico mio. Figurati che io penso regolarmente al boia, sempre di pi via via che passano gli anni... Eppure  passato un secolo, eravamo ancora a Bergen-Belsen, qualche settimana dopo la Liberazione, ti ricordi? Ma certo che ti ricordi. Mi avevi convinto a uscire dal campo, per mangiare. Avevi sempre fame, a quell'epoca. Arrivava l'ora di pranzo, ci si apprestava a entrare in un ristorante, era un grande piacere per te, mangiare di tutto e precipitarsi fuori senza pagare. Ce l'eravamo meritato, di nutrirci alle spalle dei tedeschi... Ma subito prima di entrare all'osteria l'abbiamo visto in fondo alla strada. Avremmo anche potuto non accorgercene tanto era ordinario, un tizio bruno non molto alto, di mezza et, ma la sua andatura era riconoscibile tra mille, una gamba pi corta dell'altra, il boia del campo, quello che passava la corda al collo dei condannati sulla piazza dell'appello, andava a spasso proprio l sotto i nostri occhi, lo rivedo come se fosse ieri... Tu ti sei messo a correre come un pazzo, e io ero dietro di te, avremmo dovuto raggiungerlo data la sua zoppia, e invece chiss, forse si  infilato nelle viuzze, e le viuzze sbucavano in una grande piazza con molto passaggio, c'era un sacco di gente, ma continuo a non capire come abbiamo potuto perderlo di vista. Forse era nascosto nell'atrio di un palazzo, magari era vicino a noi tra la folla, dopo tutto sembrava un uomo qualunque, a parte la gamba. Ti ricordi gli yankee, erano simpatici quei soldati, l'hanno cercato con noi invano per ore... sono passati trent'anni, te ne rendi conto? Di gi. Oggi quel tizio potrebbe essere morto. Forse vive da qualche parte in Europa, tranquillo e beato, in una casa graziosa, con sua moglie e i suoi figli, un lavoro d'ufficio, chiss. Per quanto ne sappiamo, potrebbe anche guadagnare bene. Alcuni dei nostri aguzzini hanno avuto una carriera folgorante dopo la guerra. Von Braun, il grande supervisore delle V2, non  stato processato. Migliaia di ragazzi sono morti nel tunnel di Dora fabbricando i suoi missili, sotto i suoi ordini, sotto i suoi occhi. Fino a tempi recenti, lui era ancora uno dei pezzi grossi della NASA. Con il mio lavoro sono spesso solo di sera, in una stanza con i miei campioni di tessuto, e non sono certo allegro, come puoi ben immaginare, da solo con quella stoffa, e non capisco come ho fatto a finire cos, e allora stappo una bottiglia, guardo le stelle, scrivo lettere che non ti spedisco e mi domando cosa ne  stato del boia.
Sta' in gamba, amico mio, un abbraccio.
Il tuo Hugo
E, un bel mattino, il signor Antoine scompare. Esilio creativo, lo chiama. Senza alcun preavviso, dopo aver fatto srotolare ai rappresentanti di tessuti tutti i loro campioni e dopo aver citato un terzo del pantheon letterario in alessandrini, il mio padrone s'infila in tasca la scatola dei colori, scende le scale a precipizio e sparisce senza finire la sigaretta declamando un ultimo verso al colmo dell'eccitazione. Una bionda lo aspetta sul marciapiede nella sua decappottabile. Ritorna qualche giorno dopo tutto abbronzato, con l'elettricit nel sangue e una scatola di cartone stracolma: trecentoventisei schizzi che ci illustra a uno a uno. Il direttore finanziario, la responsabile delle addette alle vendite, la signora Jacotte e anch'io siamo convocati per l'apertura del prezioso scatolone che contiene la sostantifica midolla della nostra futura collezione di alta moda, le sue direttive, i suoi principi come va ripetendo il padrone, in breve lo sbalorditivo magma scaturito dalla sua mente sovreccitata.
Mentre lui commenta i suoi disegni, mi sento sommerso da una spaventosa depressione. Il solo guardarlo mi sfinisce: si dondola nella poltrona, fuma marlboro su marlboro e si ferma nel bel mezzo di quel sacro fuoco solo per lanciare inquietanti profezie. Per la stagione futura, per esempio, immagina gambe sovrannaturali e busti sardanapaleschi, vede cappotti che ricevono il cielo e giacche profilate verso il futuro. Secondo le sue elucubrazioni personali, avvalorate dalla sua frequentazione assidua del genere femminile,  anche il momento di rivoluzionare la lunghezza.
Ogni donna  multipla declama. Ogni giorno, ogni minuto, non  del tutto un'altra n del tutto la stessa. Versatilit. Diversit. Cambiamento. Sar il principio della collezione: mille creature in una, capite? L'abito della nostra prossima collezione deve riflettere questa moltitudine. Dev'essere corto, lungo e medio, tutto nello stesso tempo.
Corto, lungo e medio nello stesso tempo, ma certamente! Da realizzare non sar facile. Non ascolto pi, immagino. Segreti ingranaggi collocati nella tasca della giacca, fili trasparenti come il nailon collegati all'orlo della gonna che consentono di farla scendere e risalire a piacere come una tenda... A meno di usare un telecomando con il campo magnetico dissimulato sotto le ascelle... L'abito sarebbe intessuto di sottili fili di ferro, la cliente dovrebbe soltanto abbassare le braccia per azionare il pulsante accensione/spegnimento e accorciarsi cos il vestito da sola e perfino sbottonarlo. Il giorno in cui dimenticasse il telecomando a casa, suo marito potrebbe pilotarla a distanza, come il Soyuz dei russi... Quando imposto nuovamente il mio cervello sulla riunione in corso, il signor Antoine sta continuando a sviluppare la sua teoria delle lunghezze. Secondo lui, la cliente contemporanea, stanca del dominio incontrastato della minigonna,  pronta per un guardaroba diversificato al quale attingere per coprirsi di pi o di meno in funzione della sua corporatura, dell'umore, del luogo in cui si reca, della persona che incontrer, dell'ora e di altre variabili che il nostro padrone enumera e a cui manca soltanto il numero di scarpe della zia. Il suo vaniloquio dura, come minimo, la met del pomeriggio. La spremitura di meningi che ha prodotto in questi pochi giorni di esilio creativo  semplicemente sconcertante.
Quanto alle mussole, pi che aeree saranno evanescenti, pi che di domani saranno di dopodomani, saranno... New Flou, ecco. Il New Flou sar la chiave di volta della collezione inverno, il suo principio vitale, o, meglio ancora: il suo uovo di Colombo, mi seguite?
La direzione della maison al gran completo annuisce come un sol uomo. Se un maestro di scuola malvagio si materializzasse in questo istante e ci sottoponesse a un'interrogazione a sorpresa, nessuno saprebbe dire che cosa vorrebbe, in concreto, il signor Antoine per la prossima stagione.  il suo problema principale, del resto: lui si muove in una dimensione parallela alla nostra, affastellando idee complicate e concetti anglofili in una piramide tanto sublime quanto oscura. Ci vuole un certo tempo per individuare l'uscita.
Vedo anche...
Quando il signor Antoine ha finito di vedere, comincia un lavoro delicato: tradurre le sue folgorazioni in un linguaggio operativo, poi soffocare sul nascere le sue idee pi estrose per conservare soltanto i modelli umanamente realizzabili con i poveri mezzi che l'arte del cucito ci offre dalla notte dei tempi, ossia un cervello, due mani, del filo e degli aghi. Al termine di questa discussione che dura il tempo necessario (lui non si lascia manovrare facilmente), lui e io abbiamo regolato le nostre frequenze. Le ragazze di cui lui sogna le vedo anch'io, e da vicino, adesso: hanno polsi e caviglie pi sottili delle fate e fianchi che viene voglia di abbracciare, sono luminose, sono delicate, danzano come lucciole nella mia mente. I cappotti cos leggeri da catturare il cielo sono diventati cappe di pizzo, giacche con lo spacco centrale alto e le maniche a sbuffo; le gambe sublimi entreranno nei pantaloni sufficientemente lunghi e sciancrati da assottigliare le rotondit e trasformare le magre in liane. Quanto alla rivoluzione delle lunghezze, dovrebbe partorire diversi giacconi di taglio diritto in cuoio color pesca, declinati ciascuno in tre taglie differenti: mini, midi e maxi. Il sole  calato e io ho l'emicrania. Peggio: il padrone continua con le sue giacche affusolate sul davanti, e poi ancora? Per me,  un no deciso. Non  fattibile. Non ha la bacchetta magica, Tomi.
Non sia modesto, Kiss, lei  in gamba. Ci riuscir, come sempre, e vedr: tutte le clienti si contenderanno le giacche affusolate.
 il terzo problema del signor Antoine: non solo  sibillino e ostinato come due muli, ma coglie spesso nel segno. Lui vede, vede, vede, e io pedalo dietro di lui: ecco qual  l'unico, autentico principio vitale delle nostre collezioni.
Preparazione della collezione autunno-inverno 1974, giorno 1: cerco la mia salvezza nel Grand Larousse. Affusolato: che ha la forma di un fuso, allungato e curvo. Bell'aiuto. Fuso: strumento a forma di cono usato per filare, torcere e avvolgere il filo. Come se non lo sapessi! Vorrei che qualcuno mi dicesse, invece, come si ottiene una forma a cono con del cotone. Non si pu mai contare sulle parole per togliersi dai guai...
Giorno 2: Ho un bell'accanirmi sui miei aghi, non ne esce niente.
Giorno 3: Stanotte non ho chiuso occhio a causa di questi dannati fusi.
Giorno 4: Signor Kiss, la sa quella di Abramo che soffre di insonnia?
No, racconta, Samy.
Bene,  la storia di Abramo che soffre di insonnia, e il suo amico Isacco gli consiglia di contare le pecore. Una settimana dopo, Abramo ha le occhiaie ancora pi marcate, e si lamenta con Isacco: Senti un po', io ho contato quelle bestie come mi avevi detto, ma proprio non funziona!' Sorpreso, Isacco domanda: Come le hai contate?' Be', arrivato a cinquemila pecore, ho pensato che non potevo perdere una simile occasione, cos le ho tosate e ne ho fatto dei soprabiti, ma adesso mi spremo le meningi per capire dove posso trovare delle fodere che costino poco!'
Molto divertente, Samy, davvero. Andresti a prendermi un triplo caff, ristretto?
Preghi santa Caterina, Kiss.
Consiglio della Vecchia del magazzino quando, dopo cinque giorni di interminabili ricerche, continuo a non capire come, maledizione, come?, si possa tecnicamente rendere affusolata una giacca. Il padrone, entusiasta della sua idea, vuole ormai farne il concetto chiave della collezione invernale. Giacca profilata, modernit, astrazione, ha sempre e soltanto queste parole sulle labbra. La direzione ha chiesto alle venditrici di decantare le meraviglie di questa giacca affusolata, e loro l'hanno gi quasi venduta alle clienti, e l'addetta stampa, quella disgraziata, l'addetta stampa se n' vantata con i giornalisti che ormai attendono l'oggetto come il Messia, solo che io non ho neanche la pi vaga idea di come realizzarla, e i teli di prova devono essere pronti fra tre giorni. I teli sono gli abiti della collezione realizzati in un tessuto molto semplice, tutto bianco, misto lino e cotone, solo per rendersi conto dei volumi e delle proporzioni. Sembra niente, ma  quasi tutto. Santa Caterina, dunque.
Caterina  la santa patrona della nostra corporazione: tagliatori e sarti, drappieri, mercanti di lana. Era la ragazza pi carina dell'Impero romano, a quanto pare. Bruna, riccioluta, con l'aria straordinariamente intelligente e folle d'amore per il Cristo. L'imperatore voleva sposarla e farla smettere di insistere con quel suo Dio unico. Lei rifiut conversione e nozze, fu imprigionata, lasciata senza cibo, dilaniata e, crepi l'avarizia, decapitata. Ardimentosa, la Caterina. In caso di catastrofe imminente e/o di profondo scoraggiamento, ogni professionista dell'ago pu invocarla, anche se non  cristiano: Samy, l'imbastitore comunista anticlericale, si appella sempre a questa povera Caterina, che non  pi una santa bens un riflesso, perch nel nostro mestiere tutti hanno dimenticato fino a che punto la beata era cattolica.  la Vecchia che mi ha raccontato di santa Caterina. Perch chiacchieriamo, al mattino, la Vecchia e io, prima che arrivino gli altri.
Lei sa pregare, almeno, signor Kiss?
No.
Niente di grave, faccia quello che pu, la santa capir.
Oltre ai sarti, ai drappieri, ecc., Caterina protegge anche i notai, i filosofi, le ragazze nubili e gli idraulici, come dire che la sua benevolenza non ha frontiere. Le case di moda, inglobando i rari idraulici convertiti di cui io faccio parte, diversi filosofi furiosi, pletore di ragazze da marito e pochi autentici sarti, festeggiano in tutti i laboratori il 25 novembre, giorno di santa Caterina. Ed ecco spuntare cappelli strampalati e bottiglie di champagne, i tavoli vengono addossati ai muri, si ripongono teli e spilli, a volte si balla fino alle ore piccole.
A ogni Santa Caterina, io penso a Esther Blum. Non so perch, ma quella ragazza mi ossessiona, pur essendo morta ormai da tempo. Esther Blum, una piccola mano, molto piccola, agli inizi... Sempre un libro ficcato in tasca, grandi occhi che pensano miliardi di cose senza dirle e quel suo parlare a raffica, provate a fermare una mitragliatrice... Mi sono sempre sentito a disagio con lei, forse a causa degli occhi, o di tutte le cose che lei sembrava pensare di me. Adesso  morta, Esther, ma  sempre nella mia mente, bench fosse nessuno quella ragazza, soltanto un'ombra nella casa di moda, ma c' gente cos, che si ha l'impressione di conoscere da molto tempo. Era ebrea, Esther, un'ebrea convinta: un sabato l'ho incontrata davanti alla sinagoga in place des Vosges. Ci andava due volte alla settimana. Voleva un marito pi giovane di lei per morire prima di lui, e soprattutto non cristiano. Era quel genere di ragazza che sa il fatto suo, con un sacco di idee distorte e ancorate nel profondo. Era in cerca di un ebreo serio, che la sposasse secondo la tradizione. Quando si preparava una collezione, le ragazze le suggerivano di ricamare uno dei suoi capelli nell'abito da sposa per non lasciare niente di intentato. Esther si rifiutava, contrariata da queste superstizioni ridicole: il Principe Azzurro glielo avrebbe mandato Dio. Ma il 25 novembre anche la devota Esther Blum festeggiava santa Caterina, perch l'ambiente, perch il cappello e lo champagne, perch la religione in Francia non  poi cos importante. Anche gli atei del mio laboratorio bevono una coppa di champagne una volta all'anno alla salute della santa e tutti lo trovano normale. Mi piace vivere in questo paese, dove la gente si preoccupa di Dio soltanto quando si tratta di brindare.
Sulla mia carta d'identit ormai c' scritto Francese, e basta. Non ebreo, non ISR, niente numero, niente di niente. Francese e basta. Anche i miei figli sono francesi e basta: Gabriel come l'arcangelo, Marcel come si pronuncia. Ho insegnato loro a non dire mai che sono ebrei, e tanto meno circoncisi, a rimanere in incognito. Non sono n credenti n praticanti, ma questo non esime dall'essere prudenti. La tolleranza  come il cappottino di quel Joseph della favola: fragile. Un giorno sei un cittadino, il giorno dopo sei maledetto. Per questa ragione ho rifiutato, per la casa. Mi spiego meglio: quando ho iniziato a guadagnare nell'alta moda, pi di mio padre, pi di quanto avrei mai immaginato di guadagnare nella mia vita, Rosie voleva che acquistassimo una casa.
Basta con l'affitto diceva, casa nostra, sul serio.
Le sembrava logico, casa nostra sul serio, logico e rassicurante, un luogo tutto nostro con un piccolo giardino e alberi sui quali i bambini potessero arrampicarsi, o almeno tre o quattro locali in un palazzo tranquillo con vista sulla piazza. Per il costo dell'appartamento ho comprato una Renault Floride coup sportiva. Rosie mi ha fatto dormire sul divano per sei mesi. Non ha capito. Io invece so che la casa possono sempre prendertela, dall'oggi al domani ti ritrovi senza niente, mentre con l'automobile puoi andartene via, e anche in fretta, se succede qualcosa.
Allora, signor Kiss, questa giacca, come procede?
Anche il padrone  ebreo. Nemmeno lui ne parla. Ha sposato una francese e basta e la tradisce con tutte le nazionalit possibili e immaginabili. Lo stesso vale per la sua squadra, i suoi lavoranti, i suoi amici, al signor Antoine non interessano n le origini n le confessioni. Attorno a lui gravitano armeni e normanni, ferventi mangiapreti e sionisti. Il suo massaggiatore  induista, il suo revisore contabile protestante e il suo medico un religioso che presta servizio volontario presso gli Scouts de France. Del resto lo si chiama spesso, il dottore, soprattutto in periodo di collezione. In quei momenti, il mio padrone  frenetico. Sale e scende le scale, sbatte le porte, chiudendo la finestra  capace di rompere un vetro, cos il suo medico si trasferisce in ufficio per somministrargli diversi miorilassanti: un giorno un decotto, l'indomani vi aggiunge tre compresse, due volte all'anno la prescrizione lievita finch la nuova collezione  pronta per essere presentata. La vigilia della sfilata, la prescrizione  eccezionale: pillole e polveri, infusi, massaggi, iniezioni, tutta la farmacia al completo. C' solo l'acqua di Lourdes che il buon dottor Morize non gli prescrive, ma visto lo stato attuale del padrone forse dovrebbe pensarci: non capisce quasi pi quello che dice.
Aspettiamo il suo affusolato con tumultuosa impazienza, signor Kiss. Pi che tumultuosa, del resto, l'aspettiamo con piedi d'argilla e mano ferma.
Quando il linguaggio poetico del signor Antoine esula dalla comprensione,  segno che la sua ansia ha superato una soglia critica e in quei momenti nessun rimedio umano ha pi alcun effetto su di lui. Occorrerebbe un miracolo per rasserenarlo oppure il Signore, qualunque sia la sua religione e, se esistesse, ci avrebbe consegnato ormai da tempo presentazioni di collezioni e affusolati pazzeschi.
Certo che s, stia pur certo, signore, la giacca sar pronta, o meglio ancora sar perfetta,  solo questione di ore.
Nell'alta moda, mentire non  mai peccato.
Credo di aver compreso quello che intendeva il padrone con l'affusolato: un abito in movimento, una freccia, come un colpo di vento, la ragazza trasportata verso l'orizzonte, leggera, fiabesca. Ma la giacca oppone resistenza. Provo a rafforzare il telo per darle brio ma la sconfitta  assoluta, a ogni colpo appare il montaggio, e quando non appare le falde sul davanti formano una palla, non certo l'effetto orizzonte,  un obbrobrio,  sbagliato, arrivo alla fine della giornata e ho soltanto voglia di lacerare il telo. Ieri, ho lavorato tutta la notte. I miei ragazzi si erano defilati, c'ero soltanto io nel laboratorio. Io e il telo. E la ragazza, ovviamente, la ragazza da vestire, lei era l nella mia testa, vicinissima ormai, vedevo la sua pelle di pesca e il suo sorriso, lei mi guardava, aspettava di infilarsi nella giacca profilata, in quella giacca incredibile, sorprendente, gonfia come una bolla di sapone, rifinita bene e cucita alla perfezione, quella giacca che le avrebbe dato la sicurezza di camminare spedita, a testa alta, e la gente avrebbe visto soltanto lei l dentro, avrebbe dimenticato la giacca ma non la ragazza: sfortunatamente per il tessuto opponeva resistenza e la ragazza  svanita. Mi sono ritrovato da solo con l'insopportabile realt: giacca piatta, nessuno dentro. Di notte, quando non si riesce,  terribile. Fuori i passanti scherzano malgrado il temporale, le auto slittano sulla carreggiata bagnata, le coppie litigano o si baciano sotto l'ombrello e nessuno pu fare pi niente per te.
Domani, al massimo il giorno dopo durante le prove, tutti si renderanno conto della catastrofe: nessuna giacca profilata verso il futuro, soltanto una giacca normalissima, banalmente verticale, delusione della direzione, del padrone, delle addette alla vendita, delle clienti, della stampa, delusione generale, catastrofe per la collezione, per il fatturato, per l'intera casa di moda e sar colpa mia perch ho fallito, perch ho mentito, perch fin dall'inizio io sono stato l'impostore, l'usurpatore, bisognava pure che un mattino si sapesse ed ecco il granello di sabbia nell'ingranaggio, l'ago spezzato che decreta la mia dannazione.
La gente si lascia fuorviare completamente sull'alta moda: immaginano un oceano di paillette, una cascata di fascino, mentre in realt  il fuoco dell'inferno che ti brucia. Un giorno ho visto Coco Chanel in televisione, rigida e secca come un ramoscello, che parlava proprio di quel fuoco. Diceva: la moda  sempre sull'orlo del suicidio.
Aveva ragione, Madame Coco, perfettamente ragione, solo che una giacca sbagliata a lei non  mai costata granch. Niente ha potuto distruggerla, n la disastrosa collezione del 1954 n tutto il fango che c'era stato prima, il suo tedesco e le sue manovre. Lei  sempre rimasta al riparo, in Svizzera, al Ritz, non come noi che pedaliamo dietro i padroni, noi che non diventiamo mai la notizia del giorno, tutti noi che proveniamo dal sudicio buco nero della vita e che dall'oggi al domani, a causa di una stupida tela impossibile da affusolare, rischiamo di tornarci.
Davvero, signor Kiss? La giacca  pressoch ultimata?  meraviglioso! Vede bene che non era poi cos complicato. A meno che lei non abbia effettivamente pregato santa Caterina e la santa l'abbia ascoltata...
Non prego pi dallo heder e non ricomincer certo oggi, anche se sul mio manichino non c' la bench minima traccia di giacca profilata. Sono come il mio padrone, io, non prego, non dico mai la verit, non vado in sinagoga, non mangio kasher, non rispetto lo shabbat, niente di tutto questo. Se dicessi che tutto ci che era ebreo in me si  cancellato, mentirei. Mi rimane qualcosa, nel profondo. Quando mio padre accende le candele, per esempio, e le accende di tanto in tanto anche se  un uomo, perch non ci sono donne in casa sua e proprio perch non ci sono donne, la luce tremolante sulla cera mi ricorda bruscamente la luce e il suono delle parole, Barukh atah Adonai Eloheinu melekh ha'olam, asher qiddeshanu b'mitzvotav v'tzivanu lehadliq ner shel Shabbat, e ricordo le parole e le persone dietro le parole e ho la sensazione di una colpa che mi annienta. Mi vergogno di riuscire a dimenticarle con tanta facilit. Ricevo con regolarit lettere dall'ORT, dal Joint, da un'infinit di associazioni caritatevoli ebraiche dedite alla raccolta di fondi per gli sventurati di oggi. Lascio ammuffire a lungo la busta sul tavolino del salotto, ma alla fine la apro. E compilo un assegno. Devo farlo. Devo farlo per loro.  la Zedaqah, la carit obbligatoria per gli ebrei. E nonostante tutto io sono ebreo. Lo sono per eredit, per lealt, per colpevolezza, per i morti, per i giusti, per rispetto e per debito, sono ebreo indipendentemente dalla mia volont, lo sono perch  cos. Sono ebreo sempre e da lontano, ai margini di un cerchio da cui non posso fuggire.
Esther Blum era nel cerchio, lei, proprio al centro. Esther, la piccola mano che mi ossessiona, l'unica della casa di moda a credere fermamente e a praticare secondo le regole dell'arte, capace di essere ebrea senza paura, senza ripensamenti, senza ombre, in tutta coscienza. A furia di implorare l'Altissimo, ha finito per trovare un uomo in sinagoga. Si sono sposati sotto il baldacchino matrimoniale e sono morti subito dopo, investiti da un autobus. Esther Blum. A lungo ho creduto che mi ricordasse qualcuno, senza riuscire a capire chi... Penso spesso a lei. Immagino la sua testa insanguinata, il suo corpo accartocciato e bianco. Sul suo manichino il tailleur non era nemmeno finito a met. Ci sono ragazze che non hanno mai nemmeno una possibilit. La vigilia dell'incidente, lei aveva fatto cadere le forbici. Un pessimo presagio far cadere le forbici, soprattutto con la punta verso il basso, segno di morte imminente, nel nostro mestiere lo sanno tutti. All'annuncio del decesso, la maggior parte dei colleghi ha dato la colpa al malocchio, altri a una sfortunata coincidenza, altri ancora alla volont incomprensibile di Dio. Un silenzio di tomba  calato su tutti noi e in quel silenzio abbiamo lavorato a lungo, quelli che credevano al destino e quelli che non ci credevano, abbiamo lavorato indefessamente nel giorno dello shabbat, anche all'ora della messa della domenica, mettendocela tutta per finire il tailleur interrotto di Esther e gli altri suoi modelli in aggiunta ai nostri. Anche quell'anno, la collezione  stata ultimata entro il tempo stabilito. L'unica vera religione, qui,  il lavoro sartoriale.
Muoio dalla voglia di vedere le sue prodezze, Kiss... Non vedo l'ora di tenere questa giacca profilata tra le mani. Sar il clou della collezione, il punto culminante, il climax, oso dirlo anche volgarmente: il pompon.
Continuando a parlare il padrone muove avanti e indietro la testa, molto eccitato, come un picchio sotto anfetamine, sindrome tipica della preparazione di una collezione, non vale la pena di provare a interromperlo.
Vede, ero sicuro che ci sarebbe riuscito. Per questo ho sempre sostenuto lei, ho sempre promosso lei invece di altri. Lei  il migliore, Kiss, che rimanga tra noi... E ascolti, dato che  cos a buon punto, non vale la pena di aspettare tre giorni, faremo le prove domattina per prima cosa. Inviter la direzione al completo. E anche i lavoranti, no, no, niente falsa modestia, lei se lo merita ampiamente, amico mio.
In realt l'unica vera ebrea che rimane nella nostra casa di moda dopo la morte di Esther  la casa stessa, dove va sempre in scena la vecchia tragedia del popolo eletto da Dio: ogni giornata ha la sua caterva di problemi insolubili davanti ai quali l'Eletto ha soltanto due opzioni, ridere o piangere.
Penser a me, dopo tutto questo tempo? Probabilmente no. Tomas... La sera in cui mi ha sparato deve essere precipitata nel buco nero della sua memoria, con tutto il resto. Scusami, Serena, avrei voluto udire queste parole. Ma quando sono uscita dall'ospedale di Beregszsz lui se n'era andato.  fuggito senza scusarsi, senza salutare, senza avvertire nessuno, insieme a suo padre. Gli uomini lo fanno, a volte, feriscono e poi fanno finta di dimenticare, e a volte ci riescono. Ho saputo che si era stabilito a Parigi, e non mi sorprende: la Francia  il paese giusto per rinascere. Quanto a me, ho scelto Israele e trent'anni dopo penso ancora a lui, malgrado tutto ritornano le stesse parole, le parole di prima della notte in cui ha sparato. Ho cercato a lungo l'uomo a cui quelle parole potessero aggrapparsi senza mai trovarlo veramente. Non ho avuto figli. Lui ne avr avuti, probabilmente, basta guardarsi attorno, la maggior parte dei sopravvissuti si sono affrettati a mettere al mondo bambini ai quali non hanno raccontato niente della deportazione: molti bambini e poche parole. Io invece ho fatto il contrario. Ho sezionato la mia memoria, ho raccontato in ungherese, in yiddish, in ebraico, cercavo la lingua pi adatta e le frasi giuste per dire cosa ci  successo: catturare la verit dei fatti e quella delle sensazioni. Pensavo che a quel punto le parole, scaturendo dal mio intimo, avrebbero raffreddato la mia collera e mi avrebbero liberato dai morti, prendendo su di s il mio dolore. In realt si  verificato l'opposto. Via via che la mia scrittura migliora, il mio dolore aumenta. Anno dopo anno mi allontano dalle parole rigide e vuote, mi scuoto di dosso i clich, una pagina dopo l'altra mi avvicino al reale, riesumo il passato senza riuscire a sconfiggerlo e lui mi abbatte di nuovo. Ho sbagliato vita: le parole non consolano di niente, al contrario, ogni libro ultimato mi indebolisce ulteriormente.
Forse Tomas aveva ragione a puntare tutto sull'oblio. Vorrei rivederlo una volta sola, per domandargli, e per saperlo con sicurezza, se  possibile vuotare veramente la propria memoria come un sacco e, in quel caso, dove si rifugiano i nostri fantasmi?
Le balze, ecco. Su pi file, da una parte e dall'altra delle asole, le balze per creare volume, poi dei volant tagliati apposta per sollevarsi a ogni passo e il gioco  fatto: la giacca  affusolata, cos affusolata che sembra avanzare come sospinta dal vento. L'idea mi  venuta cos, un istante prima ero spacciato e poi bam! La magia, la folgorazione magistrale uscita da non si sa dove. Grazie alle balze, la giacca si  delineata con discrezione, la ragazza che danzava nella mia mente  tornata a insinuarvisi dentro, era evidente che c'era, bastava vedere la curva del seno, non era pi tessuto banale, cotone morto e caparbio, era qualcosa di vivo. Impossibile dormire, dopo, avevo scariche elettriche nelle vene, sono tornato a casa a piedi.
L'indomani, durante la prova, il padrone era rapito: non ha domandato pressoch niente, qualche micromodifica soltanto, quasi niente.  raro, quasi niente. Di solito il signor Antoine gioca al rilancio, dieci commenti al secondo: Troppo lungo, davvero molto lungo, un buon mezzo centimetro da eliminare, non abbastanza rivolto verso il basso, troppo pieghettato, le pieghe sono poche, le tasche sul dietro invece che sul davanti, un tantinello corto, un pelo pi laterale, il mio schizzo era sciancrato meglio. Non se ne esce. Quando il padrone non dice niente o quasi durante la prova dei teli, succede che il sarto si culla in una dolce illusione, perch in lui sonnecchia sempre un ingenuo fanciullo rivestito di un orgoglio mostruoso. In mancanza di esplicita richiesta di modifiche, si convince che il suo modello  perfetto o predestinato e che si evolver armoniosamente fino al giorno della sfilata. Errore da principiante: i guai sono sempre in agguato, nascosti dietro l'angolo, pronti a balzare. Innanzitutto bisogna rifare l'abito, questa volta con il tessuto giusto, e non  cosa da poco. Prendiamo di nuovo quella stoffa che ci aveva ispirato qualche settimana prima, nella maggior parte dei casi non la vuole pi nessuno: sono i rischi della passione. Cinquanta nuovi campioni vengono tirati fuori dai cassetti, si spacca il capello in quattro e, nel frattempo, se ne strappa qualcuno: alla fine la mia giacca affusolata eredita un'alpaca blu. Una brutta bestia, l'alpaca blu. S'impenna, resiste, con questo tessuto le balze sono irte come le spine di un cactus, cos montata la giacca non  pi affusolata, ha la pelle d'oca. Ci vogliono ore per domarla. Una volta calmato il tessuto, arriva la modella, una graziosa bruna tornita nei punti giusti, i seni come due mele, perfetta per la sfilata, nell'alpaca  divina, e quando la perfezione sembra ormai raggiunta il signor Antoine, vittima di una delle sue abituali ma incomprensibili infatuazioni, decide di sostituire la bruna con una bionda magrolina, con i seni a pera e le scapole sporgenti, poveretta! Ci sono miliardi di ritocchi da fare.
La mia giacca, peraltro, deve abbinarsi a una gonna con sprone di pizzo e intarsi ricamati e i ricami, come tutti sanno, trattengono il tessuto, e ci si ritrova sistematicamente con un centimetro scomparso all'ultimo momento. E, come se non bastasse, il signor Antoine ha del tempo libero mentre noi sgobbiamo, e il suo tempo libero sfortunatamente  propizio alla riflessione. Lui cambia di nuovo le carte in tavola, richiama la bella bruna e congeda la bionda. Fortunatamente la sarta del mio laboratorio incaricata di confezionare la gonna  un'esperta: le misure dei modelli vengono ricalcolate con attenzione, uno studente del Politecnico vi si perderebbe ma le equazioni di questa donna sono precise al millesimo, e le sue mani bianche e rapide scivolano sul tessuto, puntano spilli, danno una sforbiciata, dalle sue dita sottili nascono punti furtivi, i confini invisibili dell'abito che sembra finalmente tenere come per magia. Anziane signore dalle dita contorte ci raggiungono con i loro aghi: le migliori ricamatrici di Parigi hanno i capelli bianchi e camminano con il bastone, fino all'una di notte ricamano perle d'oro e incomparabili  jour. Finalmente il merletto viene inserito, un millimetro dopo l'altro.  infernale il merletto, infernale ma indispensabile e tiene bene, adesso, malgrado la terribile morbidezza della maglia, malgrado le perle minuscole e subdole che impacciano sullo sbieco, malgrado l'imbottitura che ondeggia e sfugge come un'anguilla. Gli ultimi dodici giorni sono trascorsi come una sola ora, questo  il momento cruciale delle ultime prove. Il padrone, accigliato, gironzola attorno al manichino.
La giacca, s... La gonna... La gonna non va bene. Non c' equilibrio.
Il padrone parla a vanvera. Va bene, va pi che bene,  deliziosa. Lui insiste: La gonna pende.
Non pende.  perfetta.
Pende ripete lui. Ha bisogno di un paio di occhiali, signor Kiss.
Impossibile. Vedo dieci decimi con entrambi gli occhi, individuerei un cece a due chilometri di distanza. Si estrae il metro a nastro, si riprendono le misure della gonna e nel contempo quelle della modella, girovita, circonferenza cosce, anche quella del collo e lo spazio tra i seni, gi che ci siamo.  tutto a posto.
Credo che sia il pavimento, signore.
Il pavimento? Questa  bella! Il pavimento! Cosa si sta inventando, signor Kiss, andiamo!
Fa un sorriso falso. Dentro di s  folle di rabbia. Il mio cuore accelera, mi spingo oltre: le assi non sono diritte. Non sono io, io lo sapevo, non io, non  colpa mia, no, non  colpa mia, respiro di nuovo,  il pavimento e basta, ma a lui non va mai bene niente. Prima  l'imbottitura della giacca che fino a ieri gli andava bene, poi  la manica che non cade alla perfezione, dopo ancora la spalla troppo rigonfia a meno che non lo sia abbastanza. Non si capisce pi niente, sono due ore che il calderone ribolle e l'armonia dei sapori non c' ancora.
L'armonia dei sapori  l'ultima teoria del padrone che, stando alle voci, si  invaghito di una cuoca molto graziosa, una passione recente che spiegherebbe il suo incongruo abuso del lessico gastronomico.
Ogni elemento deve essere armoniosamente legato all'altro come in una salsa, e QUESTO rovina l'insieme dice puntando sull'imbottitura un cucchiaio invisibile.
Tutti si precipitano a cancellare l'errore di gusto, si alleggerisce, si rettifica, si allunga, si aggiusta di sale, non ci siamo ancora dice lui digrignando i denti, l'armonia, signor Kiss, i sapori! Questa spalla ci uccider, il sudore mi cola sulla schiena e la signora Jacotte impallidisce a vista d'occhio, ritiriamo la spallina ed  peggio ancora, la rimettiamo, la schiacciamo, la tendiamo, l'atmosfera si inasprisce, a forza di tirare l'imbottitura sbagliata il padrone finisce per strapparla a met e improvvisamente tutti sono estasiati: la manica adesso a brandelli cade alla perfezione. Il signor Antoine ha rifatto il colpo della tarte Tatin e tutti abbiamo perso due anni di vita. Ripartiamo esangui per i laboratori e per modificare l'imbottitura secondo la ricetta del padrone.
Fare, disfare, rifare, migliorare, sospirare: tra i miei sarti e il loro modello c' una danza furiosa che si svolge nel silenzio e adesso arriva altra gente, calzolai, gioiellieri, piumai, ognuno aggiunge il suo tocco, il giorno della presentazione alla stampa si avvicina pericolosamente, ormai mancano sessantadue ore,  dopodomani,  domani. Non resta che dare un colpo di ferro alle giacche, alle gonne e ai cappotti, poi saranno pronti per la sfilata.  allora che succede, secondo la sacra legge dell'alta moda, la santa legge della massima scocciatura, il tiro del destino, l'azzardo, il colpo di ferro inopportuno che lascia non un buco, ma quasi peggio: un'odiosa gocciolatura, una traccia nerastra sulla manica destra del blazer. Vorrei piantare le mie forbici nella mano che ha guidato il ferro, schiacciarle la piastra bruciante sul palmo, ma nella vita normale queste cose non si fanno, e allora mando il colpevole, a pedate nel sedere, dal Russo.
Prima, ci andavo io. All'inizio facevo di tutto. Conosco bene il Russo, un ex prigioniero di guerra, che gestisce un commercio in rue de Montreuil, stireria, lavanderia, smacchiatura. Il suo negozio  squallido, buio e minuscolo, un corridoio male illuminato tappezzato dal pavimento al soffitto di scatole e di boccette perfettamente allineate, nel quale lui sembra incastrare a fatica i suoi due metri di altezza. Aggiungete una barba folta, due spalle da lottatore, occhi come tizzoni ardenti, sopracciglia invisibili ed ecco Fdor, che nessuno avrebbe voglia di incontrare la sera in fondo a un vicolo buio.
Data della macchia?
Oggi, alle 14.
Gli occhi di Fdor sprizzano lampi. Lui detesta la sporcizia, la odia, la aborre: ne ha fatto la sua nemica personale.
Caff? Lucido da scarpe? Pennarello?
Ferro da stiro, io non capisco...
Temperatura nel momento cruciale?
Tiepida, o quasi.
Fra tre ore, capo,  pronto.
Il Russo chiama tutti capo ma il vero padrone  lui: non l'ho mai visto fallire, non ha mai fatto aspettare il cliente pi del previsto. Rapido, fidato, impeccabile, nessun lavandaio pu competere con lui. Non per niente i fattorini delle pi grandi case di moda si infilano il suo indirizzo sotto il cappotto, e in caso di disastro fanno la coda davanti al suo negozio: scommetterei che il registro dei suoi clienti  una copia nome per nome della Camera sindacale dell'alta moda. Dovreste vederlo, Fdor, quando prende con delicatezza l'abito di taffet o il pantalone in lam, scansa la frangia pesante, esamina la macchia con i suoi occhi da invasato e scompare in fondo al corridoio oscillando sulle grosse gambe per poi uscirne poco tempo dopo con l'abito immacolato, soffice e lustro come un pesce d'argento tra le sue manone. Il domovoj delle favole russe, l'elfo domestico delle isbe si  segretamente reincarnato in rue de Montreuil 59. Nessuno sa grazie a quale magia questo tizio riesca a rimettere a nuovo anche i tessuti pi delicati, a cancellare lordure irrecuperabili; a ogni domanda di qualche suo ammiratore risponde con un silenzio da stregone. A lungo ho creduto che il suo retrobottega oscuro dissimulasse qualche unguento miracoloso, o quanto meno un libro di magia con l'elenco delle sue pozioni sbiancanti, finch lui stesso mi ha confidato l'origine del suo prodigioso talento: Nove mesi alla lavanderia di Auschwitz, capo.
Le meraviglie dell'alta sartoria non sono gli abiti che vi si confezionano, sono le persone che li fanno.
Mi capita, ogni tanto, di farmi prendere dalla disperazione, quando i tessuti mi tradiscono, quando il padrone imperversa, quando nella casa di moda non si parla d'altro che di numeri, di affari e di conti: fare il pastore sui Pirenei, perch no? Ma l'energia ritorna sempre. Viene dagli altri, da tutti quelli che vegliano sull'abito, le fate silenziose dagli aghi magici e dalle dita macchiate, gli elfi pulitori, gli angeli custodi del taglio armati soltanto della loro meticolosit e delle loro pesanti forbici, sono loro che mi spingono, la loro intelligenza discreta, i loro calcoli sapienti, le loro ricette da alchimisti, le notti passate a lavorare, le loro mani lunghe e sottili, esperte e instancabili, l'alta moda sono innanzitutto loro, soprattutto loro, il loro coraggio nell'ombra, la loro ostinazione folle a mettersi al servizio dell'abito, a terminarlo, ad abbellirlo, perfino a salvarlo dalla rottamazione, lotta forsennata, sublime, anonima, invisibile e che io vedo, per quanto mi concerne, da molto tempo e per sempre, anche a occhi chiusi.
Non dorme, il mio Tomas. Non dorme mai. Ho un marito senza sonno, ecco tutto. Si sdraia con gli occhi spalancati, poi crolla, qualche minuto e d'improvviso agita gambe e braccia, corre tra le lenzuola urlando, una volta pensavo che i suoi incubi provenissero dalla sartoria, ora so che scaturiscono da pi lontano ancora: i pastori tedeschi lo inseguono, lo cattureranno, lui mi chiama in aiuto. Gli accarezzo i capelli perch si svegli, tre minuti dopo ripiomba in questo sonno terrorizzato in cui le guardie ungheresi lo buttano fuori da casa sua, in cui sua madre scompare in fondo al binario, in cui l'ago della macchina per cucire si spezza, in cui il suo numero risuona dall'altoparlante, e continua cos fino al mattino. Il medico gli ha prescritto dei sonniferi che lui rifiuta. Ha paura di rimanere chiuso nell'incubo, e cos li prendo io, ogni tanto, per dormire un po'. Lui disapprova. Vorrebbe che ci fossi tutto il tempo, giorno e notte, di male in peggio.
All'inizio, nessuno avrebbe scommesso un soldo sul nostro matrimonio. Mia madre ha pianto quando l'ha saputo. Il padre di Tomi era desolato all'idea di ereditare una nuora cos da poco: a diciassette anni non sapevo neanche cuocere un uovo. Nella foto del nostro matrimonio tutti hanno una faccia da funerale, tranne noi. Eravamo semplicemente felici. Tutto il resto l'abbiamo appreso strada facendo.
Adesso io so cucinare come si deve, e perfino meglio, nokedli e tarhonya, i biscotti con i granelli di zucchero sopra e morbidi dentro, il signore  difficile da accontentare. Tutte le mattine gli preparo il pranzo da portarsi appresso, che lui divora durante la pausa, tranne quando va a pranzo da Camille, ma anche in quei casi mi telefona dopo, alle dodici e quarantacinque in punto. Tutti i giorni, immancabilmente, alle dodici e quarantacinque, mi telefona. Vuole essere sicuro che sto bene, che nessuno mi crea dei fastidi, che sono sempre qui. Ma dove vuole che sia? Anche a casa mi cerca in continuazione, ha paura di perdermi. Se lo lasciassi fare mi cucirebbe dei campanelli nell'orlo della vestaglia e io percorrerei l'appartamento come il Sommo Sacerdote dei tempi antichi, tintinnando da tutte le parti. Sono sempre qui, ovviamente! Sono sempre stata qui. All'inizio in quella stamberga a rincorrere i topi, poi nel monolocale di Montreuil con il gabinetto al piano rialzato, adesso nel grande appartamento, io ci sono sempre, cambia soltanto la cornice, ma io ogni sera aspetto lui. Quando  in ritardo mi metto a leggere, a cucinare, a dar da mangiare ai pappagallini, me li ha regalati Tomi, a ritagliare gli articoli che mi interessano e quelli che potrebbero interessare a lui. Mi domando se sar contento della giornata o in preda ad antiche scontentezze. Di tanto in tanto penso alle mie nuore, le mogli dei miei figli. Lavorano, loro. Anch'io avrei potuto fare carriera, come cuoca, archivista, contabile, infermiera, ornitologa, psicologa, perch no? Per Tomas sono tutto questo nel medesimo tempo.
L'altro giorno era arrabbiato per il merletto. Che stramberia, il merletto... Bisogna ordinare le pezze presso artigiani specializzati,  lungo da realizzare e nell'alta moda il tempo stringe, ma ogni stagione lui si ostina. Se il suo padrone non ci pensa,  lui a insistere per aggiungerlo qui e l.
Perch lo metti dappertutto se ti crea tante seccature? gli domando.
Lui me lo spiega: nel 1957 era per fare come Dior, nel 1964 era molto di moda, oggi le clienti ne vanno pazze e poi il merletto  l'arte,  l'eleganza,  la Francia, lo si produce da Alenon a Villedieu-le-Poles, e, quando ha esaurito tutti gli argomenti sensati, mio marito chiude la questione con un aforisma di sua invenzione: Il merletto serve sempre.
Una volta immaginavo il peggio. Per essere cos appassionato di pizzi e trine doveva avere un'amante in quell'ambito, una merlettaia prosperosa e irresistibile, nascosta in un piccolo appartamento, una seduttrice dalle mani esperte, come no! In fondo a un palazzo decaduto tre anziane magliaie che vanno avanti a caff forte. Sono loro, le merlettaie dalle mani esperte dalle quali mio marito si rifornisce. Lo so perch l'ho fatto seguire da un'amica, qualche anno fa, un giorno in cui si recava da loro a ritirare la mercanzia, nell'XI arrondissement. Mio marito si fa ammaliare soltanto dal passato, io l'ho capito con l'et.
Ho smesso di preoccuparmi ormai da tempo. Non temo pi n le rughe, n i litigi, n le belle ragazze che passano, e ancor meno le bruttine che gli saltano al collo per avere un vestito dicendo: Sono orribile, salvami! Sono cose che capitano nella sua professione, ma io non ho paura. Adesso mi rendo conto che il legame che ci unisce si  formato prima di noi, altrove, nel luogo da cui provengono le nostre famiglie, ed  fatto da altri fili oltre all'amore. Tomi mio marito, amico, Tomi che mi protegge, che mi fa da padre, Tomi il mio amante, il mio bambino, la nostra storia  come un gomitolo, chi avrebbe mai la forza di disfarla?
Quest'anno ha comprato una casa nel Sud, per le nostre vacanze, per quando sar in pensione. Io gliela chiedevo da dieci anni e, il giorno in cui ho smesso di chiedergliela, il signore si  deciso. Adesso crede che sia stata un'idea sua, cos siamo contenti tutti: anche questo trucchetto l'ho imparato con l'esperienza. Attorno alla villa bisogna piantare grandi alberi che proteggano dal vento e rose rampicanti sui muri nudi. Lui dice: vestir la casa per poter invecchiare al caldo.
Ci siamo, oggi  il gran giorno, il T-Day, T come trionfo, come no! Piuttosto il giorno del Casino con la C maiuscola: non c' niente di pronto. Nei camerini le ragazze sono ancora in mutande, un occhio truccato e l'altro no, con il ronzio degli asciugacapelli sullo sfondo la signora Jacotte ricuce un'asola, una cinghia di pelle si strappa, bisogna sistemarla con il taglierino, non si trova pi la collana rigida che va al collo della sposa:  proprio il momento giusto, siamo in ritardo, cinquemila ore di lavoro forsennato date in pasto al pubblico in pochi minuti. La maison tutta intera trema, il direttore, le venditrici, l'addetta stampa, il padrone, soprattutto il padrone, tre iniezioni non gli sono bastate, ha perso la voce, l'accendino e la calma, cammina avanti e indietro seguito da due assistenti in agitazione e dal suo pranoterapeuta personale, e non riescono a tranquillizzarsi neanche uno con l'altro. Unici punti di riferimento nel formicaio, le modelle si mettono il rossetto lentamente, senza batter ciglio davanti allo specchio, come se fossimo in tempo, come se non rischiassimo la vita e come se in questo momento contasse soltanto la linea rosa della matita sulle loro labbra.
Fuori ci sono gi tutti, si sentono i passi in cortile. Clienti, acquirenti, francesi, americani, giornalisti, riviste/quotidiani/pubblicazioni specializzate, le agenzie con i loro fotografi, le radio e ovviamente la televisione. Si spingono, gli invitati, si infastidiscono, sono state installate barriere metalliche e ci sono poliziotti in uniforme su entrambi i lati del portone, ma la gente li oltrepassa, e ciascuno brandisce il proprio cartellino come fosse un sasso: vogliono entrare sotto la cupola di vetro, sedersi e vedere l'autunno-inverno, subito, hanno fretta di rimanere estasiati o delusi, non fa molta differenza purch sia intenso, purch non sia la banalit quotidiana, purch sia qualcosa che trasforma, che agita, che affascina, sublime o atroce ma non una via di mezzo. Eccolo, l'altro piacere di quelli che lavorano nella moda, che si affianca all'ammirare: criticare. Criticare, s, attaccare violentemente o raffrontare a mezza bocca, disfare a piccoli affondi di lama tutta la perfezione costruita in laboratorio. Oggi nell'alta moda nessuno si lascia pi conquistare in anticipo, quel tempo  finito. I modelli passano di moda appena creati, i giornalisti prestano attenzione solo ai giovani stilisti, ai Giapponesi, agli eccentrici... I giovani stilisti, come no! Gli abiti di quei giovani sciocchi sono sovradimensionati, il corpo affonda sotto il tessuto, sono trasandati, sovrapposti, aperti, infernali, e davanti alla giacca con tre maniche la stampa rimane estasiata. Quanto alle clienti... Ormai diventano sempre pi rare, anche le pi fortunate tendono a risparmiare, le crociere sono sempre pi costose, mio caro Tomas, poi c' la crisi, e il prt--porter, credimi... Non interessa assolutamente a nessuno il tempo che abbiamo speso sulla giacca a balze, tutto quello che abbiamo passato per acciuffare le ragazze pi belle che danzavano nella nostra mente, il pubblico non ne sa niente, proprio un bel niente. Dopo la sfilata diranno soltanto mi piace/non mi piace, e il nostro destino sar segnato.
Le porte si aprono, loro entrano. Un'orda selvaggia di gente elegante, un colpo di borsa di qua, una gomitata con il sorriso e spostati-che-qui-mi-ci-metto-io, tutti vogliono essere davanti. Il sole batte sulla vetrata. Ho piazzato mio padre e Marcel in fondo, sotto un proiettore, fianco a fianco sudano con una certa dignit, dritti come delle i, splendenti nei loro completi, si direbbe che l'intero luogo sia di loro propriet. Gli spettatori privilegiati che sono riusciti a raggiungere il loro posto in prima fila estraggono dalle tasche degli orribili ventilatori grigi che muovono l'aria surriscaldata. Sono pronti a giudicarci. Vogliono verificare, prove alla mano, se i modelli sono davvero cos arditi come dicono, cos moderni come devono essere. Si agitano, si spazientiscono, le donne accavallano e scavallano le gambe come lame. Sento quel rumore, pi forte del cigolio delle sedie sul parquet, il suono del loro odio che si avvicina. Molte case di moda non si sono mai pi riprese dalle loro critiche o dal loro silenzio. Di tutti i nostri grandi vecchi non rimane pi nessuno. Poiret  morto nel 1929 quasi rovinato. Vionnet  stata liquidata. Worth ha venduto a Paquin che  scomparsa tra la folla, Schiaparelli  colata a picco. I talenti dell'alta moda invecchiano bene soltanto in fotografia, fissati alle pareti di quelli che li ammirano. In realt muoiono anche loro. Una collezione sbagliata rischia di ucciderci.
Ora le ragazze sono pronte, allineate nel backstage secondo l'ordine corretto, la pi sbalorditiva per prima, poi le due amanti del signor Antoine, la quarta  quella pertica bruna, sorprendente, una statua cinese vivente... Mi piace molto, lei. Conosce il lavoro, non sempre  cos. Quando le raccomandate, le neofite sbagliano il loro passaggio, il nostro modello perde la sua occasione, nessuna cliente lo vorr, il nostro lavoro finisce nella spazzatura, mesi buttati via, per la maison si tratta di vita o di morte ma loro se ne infischiano, quelle puttanelle, credono che la moda sia una questione di stracci. Quando bevono d'un fiato la loro coppa di champagne, sprofondate in una poltrona, dopo la sfilata, mi verrebbe voglia di sparargli in mezzo agli occhi. La Cinese lo sa, lei. Ce ne vorrebbero di pi, di professioniste come lei. Adesso fa un caldo torrido, il padrone si asciuga il sudore gracchiando gli ultimi consigli, a due a due sulla passerella e sorridete, un po' di malizia, girls, malizia!,  un forno, ma le ragazze rimangono fresche come boccioli di rosa con i loro cappotti di lana e i pantaloni invernali. La vestiarista responsabile sistema un collo. Lancio un'occhiata dietro la tenda: in fondo alla sala mio padre non trattiene il fiato, l'aria grave come fosse in tribunale. Marcel stringe un fazzoletto nel pugno. Gli occhi rotondi dei proiettori si girano verso il podio. Cala il silenzio,  ora di cominciare.
Le ragazzine ci invidiano. Tutte sognano di diventare modelle, anche quelle basse, anche le brutte. Soprattutto le brutte. Ma non possono riuscirci tutte, non  una questione di bellezza plastica. Nemmeno io ho un volto perfetto - zigomi troppo alti, occhi troppo stretti, tre gocce d'Asia nelle vene - ma le mie misure mettono d'accordo tutti, e poi la cosa pi importante: so indossare i modelli. Bisogna sentire il vestito, ecco. Interpretarlo, passatemi la parola: dargli vita. Senza di noi un pezzo di stoffa, su di noi un abito. In aggiunta, ovviamente, le regole basilari della sfilata: saper attendere e sopportare fino all'ultimo secondo i colpi di spillo e quelli di forbici, camminare con intelligenza (un passo disinvolto se il modello  costoso per far dimenticare il prezzo; se invece  basico una lentezza imperiale, come se aveste addosso l'ermellino dell'imperatore). Infine sorridere agli uomini senza infastidire la loro moglie, un aspetto sottile ma cruciale, in fatto di alta moda  la donna a scegliere il modello ma spesso lo paga l'uomo, soprattutto non offendere nessuno. Quest'arte non ha pi segreti, per me, eppure non sono la star della sfilata. Le creazioni pi belle non sono mai appese al mio trespolo. Gli abiti da sposa vanno alle Christie, alle Lucky, Fred, Pat. A me riservano le cose meno appariscenti, i tailleur la cui perfezione diventa discreta, i modelli che non aprono mai la presentazione. Di ragazze come me ce ne sono tante. Noi formiamo il grosso dell'equipaggio, siamo quelle che portano da sole il proprio beauty-case, quelle che mangiano in mensa, quelle che non sposeranno mai l'attore irresistibile seduto in prima fila. Ma non  questo il punto. Le ragazzine che ci invidiano sognano la gloria, la notoriet, i soldi, ma non hanno capito niente della professione di top-model. Non importa se nessuno ci riconosce per strada, non importa se non possiamo permetterci gli abiti che indossiamo, la vera felicit della moda  la moda stessa, la sua perfezione che altri hanno creato e che ricade su di noi. Questo  il vero orgoglio delle top-model senza nome come me: partecipiamo due volte l'anno alla sacra rappresentazione della bellezza e, quando il podio s'illumina come la navata di una cattedrale, questa corona invisibile ci rende regine per un istante.
Apprezzano. Si vede, si sente. Un modello dopo l'altro, dimenticano di prendere appunti. Lentamente la sala sposa la collezione. Le ragazze hanno preso fiducia, adesso sembra che volino sulla passerella, pi niente pu fermare la graziosa danza dei loro piedi. Avanzano sotto la vetrata volteggiando, le pieghe delicate dei loro abiti coprono il tappeto grigio, cancellano i posacenere colmi, la realt. Scomparsi gli orribili ventilatori e le sedie di plastica, l'odio e le sue penne agrodolci si attenuano. La bruttezza si dissolve via via che si dispiega la danza lenta dei tessuti, i pellami luminosi, i flou romantici fioriti sui colletti, le balze mai viste prima, l'alpaca vellutato, gli  jour delle nostre nonne cesellati sul metallo astronautico. Non c' pi passato, n futuro, n uomini e donne, n angoscia, soltanto creature sorridenti, sublimi, invincibili, strappate al tempo, che vanno e vengono all'infinito sulla passerella senza mai scomparire, soltanto il mondo messo in ordine, abbellito, lavato della sua sporcizia, un mondo di sogno uscito dalle nostre mani, perfettamente protetto sotto la campana ben chiusa di argento traslucido.
La sposa ha chiuso la sfilata. Il pubblico si alza in piedi esultante, tra loro anche mio padre, che applaude. Marcel  scomparso sotto il suo fazzoletto. Il signor Antoine si fa avanti da solo sulla passerella, pallido, come svuotato, si rifar con l'ovazione, ma dietro le quinte nessuno s'inganna: sono per noi le mani che applaudono, sono per noi gli evviva e i complimenti, per noi che siamo gli orologiai della perfezione, i veri facitori del fuoco, noi, i sarti ungheresi, le top manci, i lavandai russi, siamo noi le vecchie ricamatrici dalle dita nodose, gli imbastitori, i modellisti, i tagliatori, le seconde o terze mani, siamo noi i gioiellieri i calzolai le modiste gli applicatori di lustrini italiani spagnoli polacchi, noi i piccoli, gli invisibili, le blatte, gli Stcke, noi ebrei di tutto il mondo siamo, per il tempo della sfilata, l'arte stessa del cucire, siamo la moda, siamo il buon gusto, siamo Parigi e la bellezza, l'origine di un mondo perfetto di cui io godo per qualche istante, intensamente, terribilmente, minuti sospesi ideali che vorrei veder durare per tutta la vita.
Se tu vedessi, mia cara, il rovescio delle sue giacche... Un intreccio di fili, una foresta fitta e, quando si guarda pi da vicino, una simmetria... Una simmetria sconvolgente. Ieri alla sfilata la modella apriva le falde della giacca e la gente ammirava la camicia che indossava sotto, ma la cosa veramente pi bella era l'interno della giacca. Marcel piangeva come un vitello, ogni volta  la stessa cosa, un solo fazzoletto non gli basta mai. Visto dal di fuori  un normale sarto, ma dentro  una vera madre ebrea, per cos dire. Bisogna arrendersi all'evidenza, mia cara: il ragazzo mi ha superato. Ieri, subito dopo la fine della presentazione, al momento dello champagne, qualcuno ha gridato dov' il signor Kiss?, ma io non mi sono neanche voltato. Non sar mai pi il signor Kiss.  il paradosso della vecchiaia: si esiste di meno, pur sapendo di pi. S, mia cara, so di pi, con il tempo si diventa pi intuitivi, si comprende pi a fondo... Sul giornale di oggi  comparso un articolo intitolato La collezione inverno insegue la donna di dopodomani. Idiozie! Io so esattamente che cosa insegue Tomi. Insegue voi, insegue te, mia cara, e poi le zie, le ragazze e le donne, coloro che hanno subito una morte violenta, che non sono state cucite nel sudario. Bisognerebbe spiegarlo anche ai giornalisti non ebrei cos' il lenzuolo funebre. Come tutti i defunti avreste dovuto essere coperte, una tunica semplice ma chiusa come si deve, a grandi punti sui due lati con del filo robusto, in quel caso avreste potuto andarvene tranquillamente lasciando vivere chi piangeva la vostra dipartita, voi in alto e noi in basso, ognuno a casa sua. E invece siete state abbandonate senza vestiti, accatastate, bruciate. Impossibile andar via cos, senza orlo, e voi rimanete per forza tra noi come fantasmi. Io vi vedo. E anche Tomas vi vede, ma lui non lo sopporta. Vorrebbe dimenticarvi. Vorrebbe separarsi da voi, non soffrire pi, e a questo scopo acchiapparvi, cucire il vostro lenzuolo una volta per tutte. Crede di poterlo fare, si  sempre visto troppo forte e allora ogni giorno prova, si ostina, vi insegue con i suoi modelli di gonne, di giacche, di cappotti, di giubbotti, di blazer, a pieghe, a balze, lunghi o corti, lavora sodo, dalla mattina alla sera  chino sui suoi aghi e pi fa peggio si sente:  il primo ad arrivare in laboratorio e l'ultimo ad andarsene. A ogni collezione, pensa di farcela. In effetti sono belli, i suoi modelli. Tagliati bene, rifiniti con cura, mai un'impuntura allentata, tutte quelle meraviglie solo per voi, per proteggervi, per vestirvi, per avvolgervi un'ultima volta a regola d'arte e mandarvi via ben coperte, perch lo lasciate finalmente vivere in pace, ma quell'orlo sembra impossibile da fare. Arriva troppo tardi. Stagione dopo stagione, ritornate in lui sotto una forma o l'altra e ritornerete sempre. Io lo so, perch sono arrivato in fondo al mio cammino e alla fine dei giorni le verit dolorose ci appaiono con chiarezza, come se uscissero dalla nebbia necessaria alla vita: i nostri fantasmi sono scuciti per l'eternit e la loro assenza  una cicatrice che non si chiuder mai, neanche se avessimo le mani d'oro.


Capitolo 12.
CANNES, FRANCIA
Settembre 2017

E cos ci siamo, hai finito di scrivere il nostro libro?
S, Tomi, ti ho lasciato il manoscritto sul cassettone.
La cuginetta ha scritto un libro sulla mia vita.  il suo lavoro, scrivere, e lei lo fa bene. Mi ha rivolto mille domande, ha preso nota di tutto, ha spulciato documenti,  perfino andata al campo, a Dora. Voleva che l'accompagnassi.  un tesoro. Ma deve ancora nascere qualcuno che mi faccia ritornare laggi, anche adesso che non rimane pi neanche una baracca e c' invece un monumento commemorativo nuovo fiammante, anche adesso che il posto  irriconoscibile. Rimetterci piede  impensabile. Non ho mai accompagnato i gruppi in Germania e ad Auschwitz, non ho mai reso testimonianze nelle scuole, mai. Eppure non mi sono certo mancate le richieste per commemorazioni, interviste, alla radio, alla televisione, da anni tutti inseguono i deportati superstiti, ma ormai da molto tempo io sono tra i pochi rimasti. E io non parlavo. Il mio silenzio era un'antica promessa. Non si viene meno alle antiche promesse, soprattutto quando le si fa a se stessi.
Nel 1946 siamo tornati a casa, a Beregszsz. L'ho voluto io, mio padre era contrario. Io volevo ritrovare la mia famiglia, la mia casa, il mio paese, ero giovane, ero sciocco. Arrivati laggi, non avevamo pi casa, n famiglia, n paese, soltanto ricordi, ma sono la cosa peggiore da conservare, i ricordi. Dentro di me bruciavano come un gran fuoco. Allora mio padre ha deciso di fuggire. Ha prosciugato i nostri pozzi con il pretesto di lavori da fare e una notte, una notte senza luna, mi ha annunciato: Stasera, marmellata.
Non era banale, come menu, ma io ho capito subito. I dollari e l'oro che mio zio aveva gettato in acqua la vigilia della nostra partenza per il ghetto forse c'erano ancora, con un po' di fortuna quel gruzzolo era l ad aspettarci, in fondo al barattolo di marmellata. Sarebbe servito a pagare i passatori e i documenti falsi. Cos ho calato nel pozzo una vecchia scala che mi ero trascinato appresso e sono sceso. Laggi il fango era appiccicoso, opaco e pesante, bisognava scavare con tutt'e due le mani: e l mi  venuta l'idea. Avevo bisogno di quella melma, di quella terra densa per spegnere i miei ricordi e coprire la mia vita. Mio padre sussurrava Sbrigati, aveva paura che arrivasse qualcuno. Non ho ubbidito. Mi sono preso tutto il tempo. Ho ritrovato il barattolo, il denaro e l'oro, per niente arrugginito, intatto, poi mi sono seduto nella terra e ho fatto l'inventario di quello che mi rimaneva, i ricordi delle persone, della casa e del paese, i momenti belli e quelli brutti, il campo e tutto ci che mi era successo laggi. Tutte le cose preziose della mia vita, quelle gravi, quelle importanti, quelle belle e quelle dolorose, mio fratello e mia madre, il mio passato tutto intero, le ho chiuse in un fagotto ben stretto e l'ho sotterrato al posto del tesoro, in profondit sotto il fango. I gradini della scala hanno ceduto sotto il mio peso quando sono risalito nel fango colloso con il barattolo di marmellata pieno di banconote e la memoria svuotata. Abbiamo lasciato il paese l'indomani e io non ho mai pi parlato n delle cose n delle persone di prima.
Il nostro libro uscir in gennaio, Tomi. Dovresti leggerlo, per vedere se quello che ho scritto ti piace.
Mi piacer, piccola mia, questo  sicuro... Ma io non ho tempo di leggere, lo sai, c' il giardinaggio, la bicicletta... Un'ora al giorno, figurati. Quanti ne conosci, di vecchi come me, che pedalano ancora?
Nessuno, mio caro Tomi.
Dimenticare  ci che mi ha fatto resistere. Quelli che hanno ricordato troppo sono morti. Serena ha scritto sette libri sul passato e l'ottavo l'ha uccisa.  stato Hugo a dirmelo qualche anno fa. Hugo il mio amico, il fratello silenzioso, anche lui se n' andato, quando  morto  stato come se mi avessero amputato. Io invece ho resistito. Bocca cucita, cervello bucato. Di notte era pi difficile non pensare, gli incubi non mi hanno mai lasciato in pace, ma di giorno per molto tempo sono riuscito a dimenticare tutto. A volte la memoria  tornata per torturarmi: quando mio padre  morto tutto il resto  risorto, e io sono sprofondato. All'epoca, il medico mi ha consigliato di far uscire tutto per uscirne. Era fiero della sua formula, quel babbeo. La gente  troppo convinta che le chiacchiere facciano bene, ai giorni nostri per qualunque inezia bisogna sdraiarsi sul divano e raccontare la propria vita. Si tende a dimenticare che il silenzio  come una corazza che ti difende.  stato lui solo a salvarmi: il silenzio. Fuggire, e basta. Dopo la morte di mio padre sono fuggito di nuovo e sono sopravvissuto. Adesso sono vecchio, pi vecchio di quanto non sia mai stato lui, pi vecchio di tutti gli uomini della mia famiglia prima di me, cos vecchio che di pi non si pu: ottantotto anni, decenni di amnesia.
A dire il vero, dimenticare  diventato pi difficile con il passare del tempo. In questi ultimi anni i ricordi sotterrati s'insinuano mio malgrado, non solo di notte ma al mattino, a mezzogiorno, in qualsiasi momento si aggrappano a un profumo, a un sapore, a un gesto. Sistemo un ceppo nel camino e il fumo del crematorio invade il salotto. Un'ultima cucchiaiata di zuppa, la voluttuosa zuppa di Rosie, che lei mi serve nella porcellana a fiori, e sento stridere il fondo metallico della gavetta. Il passato mi lacera ogni giorno di pi. A volte passeggio in giardino e dietro un albero spunta mio fratello con la sua testolina da pirata biondo. Vuole giocare. Ha sempre otto anni. Mi guarda a lungo e nei suoi occhi leggo: Che cosa hai fatto per me? Passata una certa et, i morti tornano a vivere con noi. Ci richiamano al dovere e finiscono per portarci via con loro. Per loro ho accettato il libro, per mio fratello, per mia madre, per tutti quelli il cui ricordo rischiava di scomparire con me. Presto saranno tutti chiusi tra le pagine, e per molto tempo staranno tra le pareti di una libreria. Non credo nelle parole, no, nemmeno un esercito di parole pu cambiare il mondo, ci tradiscono troppo spesso, ma almeno ci sopravvivono.
Credi che saranno interessanti per la gente le mie vecchie storie?
Non sono vecchie storie, Tomi.
Non ha torto, la piccola. Oggi, di nuovo, si cercano dei capri espiatori. Lo straniero ridiventa un microbo da cui bisogna difendersi in anticipo, ovunque Dio riprende il potere. L'attualit si scrive su una vecchia tela fetida; punto dopo punto si delinea il peggio, ritorna anche se nessuno ci crede. Ricordo che anche all'epoca nessuno di noi ci credeva.
Soltanto i vecchi come te possono ricordare questo ai giovani mi dice la cugina, i libri sono il legame tra i vecchi e i ragazzi.
Lei crede nelle parole, lei scrive per i vivi. E allora, per i suoi vivi e per i miei morti, sono tornato a smuovere il fango. Ho tirato fuori dal pozzo persone e luoghi, fatti, tutto era integro, conservato nel fango, i ricordi dal cuore ardente. La cuginetta li ha scritti. Quando  ripartita con i suoi quaderni anneriti, sono andato a coricarmi. Mi sono alzato tre mesi dopo. Ricordare  come ravvivare le braci: molto tempo dopo bruciano ancora.
Il manoscritto non  poi cos lungo, Tomi, in pochi giorni lo leggerai.
Certo che s... Ma mi fido di te. Soltanto una cosa: non fare la lezione. Limitati a raccontare. Adesso mettiti in tasca due biscotti e andiamo in giardino, ti prego.
Non legger il nostro libro, no. Conosco troppo bene il mio passato e non voglio pi soffrire. Preferisco osservare le nuvole, sentire il profumo dei miei fiori, approfittare del tempo che mi rimane. Non mi metto neanche pi a cucire, non un bottone da lustri! Ho continuato a correre per molto tempo, da un paese all'altro, inseguendo il denaro, inseguendo le ragazze che danzavano nella mia mente... Non era facile acchiapparle, le modelle immaginate insieme al signor Antoine, alla fine avevo sempre paura di non riuscire a coglierle. Sarebbe successo per forza, un giorno. Smettere di cucire mi ha fatto meno male.
Guarda le colline, piccola, sono belle, vero? E gli uccelli? Rosie li chiama per nome, passerotto cincia capinera fringuello e via dicendo, lei li conosce tutti personalmente e li nutre, bisogna vedere come! Briciole di panini al burro di arachidi,  come stare in un quattro stelle dalla mattina alla sera, lei si prende pi cura di loro che di me.
Esageri, Tomi.
S. Ho avuto una fortuna sfacciata, in realt: non solo ho avuto una vita intera, ma l'ho passata con Rosie, e adesso, adesso  ancora peggio di prima, se mi togliessero mia moglie mi si strapperebbe il cuore. Dovresti scriverlo questo, per i giovani: c' il tempo che passa, la quotidianit, le discussioni e poi arriva un giorno incredibile in cui siamo di nuovo una cosa sola come all'inizio dell'amore.
Credevo che non volessi dare lezioni.
Non  una lezione, piccola, ma la verit messa a nudo. Siediti sulla panchina e facciamo una pausa, vedrai come si sta bene.
Di recente ho fatto tagliare tutti i miei alberi, troppo laborioso tenerli. Ne ho tenuto uno solo, il pi alto, il pi bello. In cima alla collina domina, vede tutto. La luce lo accarezza, gli uccelli si posano sui suoi rami e anche i nostri nipotini.  l'albero pi felice del mondo. Ogni giorno andiamo a trovarlo, Rosie e io. Quando  bel tempo ci sediamo sulla panchina alla sua ombra, di fronte alla casa. A volte mio padre compare sulla soglia, a volte mia madre alla finestra con la sua vestaglia chiara. Vedo loro, vedo noi, e mi sento in colpa perch sono felice. Perch sono felice come non mai sotto l'albero, felice di niente: sentir battere il mio cuore e respirare l'aria tiepida.
Allora,  comoda la mia panchina?
Molto comoda, Tomi, pi che comoda, sembra velluto.  semplice: sembra un divano.
Prendimi pure in giro!
Potrei passare le giornate qui, a sentir scorrere la mia vita. La piccola non capisce,  logico. La gente normale prova raramente la gioia di vivere. Per loro l'esistenza  naturale, non sentono mai il fumo del crematorio, non percepiscono il rumore della gavetta, non si accorgono dei loro morti. Io sento il campo, ne odo i rumori, entro mio malgrado nel fango nero del ricordo ma quando ne esco la felicit di essere vivo si proietta su di me, mi riempie, mi soffoca.
A dire il vero, cugina, non riesco a credere di aver vissuto e di vivere ancora.
Vuoi che lo aggiungiamo, nel libro?
Perch no... Certi giorni, figurati, mi domando cosa sarei diventato senza la deportazione. Un idraulico forse, un ragazzo con la salopette, probabilmente un dilettante, in ogni caso un uomo felice senza saperlo. A te posso dirlo, perch ormai sai tutto: la felicit che sento cos intensa, adesso, la devo al campo, come le altre gioie della mia vita. La sartoria, la mia carriera, la Francia, anche il mio matrimonio, il bene e il male, tutto si  intrecciato laggi. Dirai questo nel libro alla gente, che dallo stesso punto possono nascere il meglio e il peggio, che la vita  aggrovigliata, tortuosa, inestricabile, che ti rende folle di dolore, che ti riempie di gioia, la vita  come un filo, capisci? E, se  vero che dove va l'ago va anche il filo, non si pu mai sapere, mai, dove passer l'ago. Io parlo correntemente il cucito ma tu devi tradurlo come si deve nella lingua dei libri e nell'attesa fammi il piacere, mia cara, di prendere un altro panino dolce, e non parliamone pi.
...
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...
FINE.